Che cosa aspettarsi quando si aspetta

Che cosa aspettarsi quando si aspetta

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Che cosa aspettarsi quando si aspetta, adattamento dell’omonima guida best seller scritta da Heidi Murkoff e Sharon Mazel, si rivela una fiacca dramedy corale, sorretta solo dagli attori e basata su una sceneggiatura anodina e sulla regia poco ispirata di Kirk Jones.

Molto incinte

Il film è uno sguardo alla vita di cinque coppie che sperimentano le emozioni, paure, sorprese, dolori e sofferenze di chi si prepara a iniziare il grande cammino della vita: diventare genitori. [sinossi]

Un secolo e passa di storia della Settima Arte sarebbe dovuto bastare per insegnare agli addetti ai lavori che un clamoroso successo editoriale non è detto che si tramuti in un altrettanto clamoroso successo cinematografico. L’ennesima dimostrazione arriva da Hollywood, che in quanto a insuccessi nel campo delle trasposizioni ha da sempre avuto una voce in capitolo. L’ultimo in ordine di tempo è Che cosa aspettarsi quando si aspetta, adattamento dell’omonima guida best seller scritta da Heidi Murkoff e Sharon Mazel, nelle sale nostrane a partire dal 7 settembre 2012. A firmare l’operazione il regista del folgorante Svegliati Ned, Kirk Jones, che nel trasferire al cinema la matrice letteraria perde lo smalto dei giorni migliori. Lui che si era già misurato con esiti a nostro avviso incoraggianti con un primo tentativo di rifacimento nel 2005 con il fantasy per grandi e piccini Nanny McPhee dal testo di Christianna Brand, seguito quattro anni dopo dal remake a stelle e strisce di Stanno tutti bene, omonima pellicola diretta da Giuseppe Tornatore nel 1990. Ma a quanto pare il training non è servito per evitare alla sua ultima fatica dietro la macchina da presa di scivolare sotto la soglia della sufficienza.

Ne viene fuori una fiacca dramedy corale, che mette al contrario ben in evidenza un discreto parco attori che fa di tutto e di più per tenere a galla uno script capace di strappare solo qualche sorriso di circostanza, legato a pochi passaggi realmente riusciti (le passeggiate al parco della carovana di padri con prole al seguito dove spicca un divertentissimo Chris Rock, il discorso da relatrice di Elizabeth Banks all’Expo, scene dei parti in montaggio alternato). C’è poi il tentativo, altrettanto farraginoso, di cambiare di volta in volta le carte in tavola, affiancando agli scambi comici sortite a carattere drammatico (il difficile percorso per l’adozione, l’aborto spontaneo). I continui passaggi di registro finiscono però per sbilanciare il film, che diventa di fatto un puzzle di emozioni che toccano solo e sempre la superficie. Diversamente dai tanti titoli sull’argomento gravidanza, Che cosa aspettarsi quando si aspetta ha il merito di mostrarci e raccontarci le due facce della stessa medaglia attraverso altrettanti punti di vista, ossia quelli della futura madre e del futuro padre. Si è soliti, infatti, assistere a storie che si concentrano unicamente su un fronte. Il regista britannico, invece, spalanca il ventaglio delle dinamiche affettive a disposizione, ossia tutte quelle possibilità in cui una coppia può incappare quando decide (o anche no) di mettere al mondo un figlio. E da queste si apre agli occhi dello spettatore un flusso che porta sullo schermo emozioni alterne, come gioie e dolori, certezze e paure, sorrisi e ansie, che purtroppo si cristallizzano quando dovrebbero esplodere e propagarsi verso la platea.  

La struttura narrativa si appoggia al tradizionale palleggio in parallelo tra le cinque vicende messe in scena, con la più scontata delle reunion a chiudere il cerchio. Il grosso problema va comunque ricercato alla radice del progetto, ossia dal tentativo di trarre una sceneggiatura da un vero e proprio manuale che di narrativo non aveva assolutamente nulla, neppure un briciolo di potenziale cinematografico. Questo ha significato prendere qua e là qualche situazione per poi plasmarle a proprio piacimento a seconda delle esigenze drammaturgiche e narrative del momento. In poche parole, si può appena parlare di adattamento in senso lato, più genericamente di liberamente ispirato e in nessun modo di tradimento dell’opera stessa. Allora viene da chiedersi perché non affidarsi da subito a un testo originale, piuttosto che aggrapparsi a una sorta di pezza d’appoggio, magari affrontando ugualmente il tema della gravidanza?  Del resto, tra festival e uscite in sala, l’offerta recente sul tema è piuttosto abbondante e sicuramente più attraente: da Molto incinta a Travolti dalla cicogna, da 17 filles a Maternity Blues e Gestacion, ma soprattutto La guerre est déclarée.

Info
Il trailer di Che cosa aspettarsi quando si aspetta.

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