Step Up 4 Revolution

Step Up 4 Revolution

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Tutto incentrato sull’estetica e sull’etica del flash mob, Step Up 4 Revolution, diretto con un certo brio dal clipparolo Scott Speer, ha senz’altro dalla sua l’energia delle sue vorticose performance ginnico/artistiche.

Vivere e ballare a Miami

Sean è un giovane ballerino di talento che si guadagna da vivere facendo il cameriere a Miami, mentre Emily è una ragazza di buona famiglia con la passione sfrenata per la danza. Tra i due è amore a prima vista, ma le difficoltà da affrontare saranno tante… [sinossi]

In principio fu Baltimora. Poi venne il turno di New York. Ed ora la saga dei moderni ballerini in cerca di successo, considerazione e stimoli nuovi ha preso armi e bagagli, per trasferirsi in Florida. Qualcuno ha voglia di gridare “hip, hip, urrà”? Sarebbe forse più giusto un “hip hop urrà”, viste (e ascoltate) le tendenze musicali che dominano anche questo Step Up 4 Revolution 3D… Ad ogni modo, è curioso vedere le iperboliche coreografie e le aggressive performance musicali che caratterizzano il “brand” Step Up, ricontestualizzate per l’occasione in una città come Miami, nota a molti spettatori (e lettori) come la patria di Dexter: è proprio questa, infatti, l’ambientazione abituale delle truculente, sadiche avventure cui va incontro il serial killer “sui generis”, partorito dalla penna di Jeff Lindsay e divenuto poi protagonista della popolare serie televisiva. Ma non è il caso di divagare troppo. L’interrogativo qui è un altro: che effetto ha avuto sull’ennesimo gruppo di scalmanati ballerini l’aria della Florida? Un effetto in parte rigenerante e in parte scialbo, a nostro avviso.

Tutto incentrato sull’estetica e sull’etica del cosiddetto “flash mob”, ovvero dell’effimero, il film diretto con un certo brio dal clipparolo Scott Speer ha senz’altro dalla sua l’energia di certe scene, amplificata poi da un 3D che accentua vertiginosamente il volume, gioca col movimento vorticoso dei corpi proiettandoli in picchiata dallo schermo alla sala, ne enfatizza con un certo gusto visivo le imprese ginnico/artistiche. Volendo scendere maggiormente nei dettagli, sono questi ragazzi affamati di trasgressione a buon mercato e piccoli brividi ad inventarsi coreografie di volta in volta più azzardate, per sfidare quelle autorità cittadine che non li vorrebbero padroni delle strade o di altri spazi pubblici. Sembra quindi di assistere, nonostante l’aureola conferita loro dal posteriore tentativo di contrastare una speculazione edilizia in città, a una specie di “bignamino” della street art alquanto commerciale, per quanto declinato con quella ricchezza di figure e ruoli  complementari alla quale un qualche valore “seminale” può, forse, essere attribuito: ci sono le acrobazie di chi balla l’hip hop inventandosi passi e movenze incredibili, l’hacker che prepara gli eventi, la DJ che si materializza sempre nel luogo e al momento giusto, la ballerina più tradizionale che si converte alla causa della “crew”, e tanti altri ancora. Alcune sequenze, come quella nel museo o l’ancor più provocatorio “flash mob” in uno dei palazzi del potere, coi protagonisti travestiti da uomini d’affari, hanno ritmo, fascino e cromatismi seducenti. Ma la poetica dell’hip hop e della contestazione giovanile, contrapposta alla gerontocrazia che vorrebbe circoscrivere l’universo dei ragazzi, sotto altri aspetti non convince, non morde, non appassiona. Le modalità con cui si vuole far passare il “flash mob” quale strumento di sovversione politica sono quasi da barzelletta, anche a causa di dialoghi pietosi, banali, ricamati su uno sviluppo psicologico e caratteriale dei personaggi condizionato dai troppi cliché e da tipizzazioni forzate, ridicole: la facilità con cui i ragazzi si impadroniscono di certi ambienti, anche qualora li si supponga presidiati dalle forze dell’ordine o da altri elementi ostili, fa rima poi con le assurde conversioni “buoniste”, motivate in taluni dei ricchi speculatori da reazioni psicologiche talmente futili, da risultare fumettistiche.

Insomma, ben al di là del carattere semplicistico e un po’ infantile della sceneggiatura, è la vivacità della messa in sena ad assicurare quel tanto di godibilità a un film di intrattenimento banalotto, ma tutt’altro che disprezzabile per il suo dinamismo, destinato in primo luogo a catturare l’attenzione di amanti dell’hip hop e fan della serie cinematografica. A riprova di ciò, vi è anche quel tocco furbetto verso la fine della pellicola, col ritorno direttamente da New York di alcuni personaggi del precedente Step Up 3D. Tutto ciò, oltre a creare un ponte tra i due lungometraggi, è indice del rapporto di fidelizzazione e affetto per i personaggi principali instauratosi con una parte del pubblico.

Info
Il trailer di Step Up Revolution.
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