I bambini di Cold Rock

I bambini di Cold Rock

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Dopo il cult Martyrs, Pascal Laugier torna con una produzione mainstream. I bambini di Cold Rock (The Tall Man) è un thriller più consueto: lo si percepisce dalle scelte tematiche, dall’ambientazione netta e tipica, da una messa in scena di più ampio respiro, più adatta al grande pubblico. Con Jessica Biel.

La terza madre a Cold Rock

Julia Denning è un’infermiera che vive nella cittadina di Cold Rock, dove si nascondono segreti inquietanti. Nel corso degli anni, infatti, sono scomparsi 13 bambini senza lasciare né un indizio né un testimone. Gli abitanti del luogo ritengono che il responsabile sia The Tall Man un oscuro personaggio misterioso e leggendario che rapisce i bambini svanendo nel nulla. Quando una notte Julia trova il letto di suo figlio vuoto la caccia è aperta e con essa la ricerca di risposte: chi è The Tall Man e soprattutto cosa avevano in comune quei bambini scomparsi? [sinossi]

«La mia pellicola precedente era veramente radicale ed estrema…direi ‘offensiva’ in senso buono. Si può fare un film del genere solo una volta nella vita». Queste sono le parole di Pascal Laugier, e il film in questione è Martyrs, un’opera appunto clamorosa per la singolarità e l’impatto che ha avuto sul cinema contemporaneo. Parole che fanno intuire quanto lo stesso regista percepisca le aspettative che si sono create su di lui, e dunque cerchi di dare la giusta dimensione a I bambini di Cold Rock, sua nuova fatica che si appresta a uscire nelle sale. Tuttavia, come per i bravi autori, o per chi aspira a lasciare un’impronta personale nella Settima Arte, pur nella diversità tra i due film si vedono chiaramente dei punti in comune. Parliamo prima delle diversità: innanzitutto I bambini di Cold Rock è un thriller più consueto: lo si percepisce dalle scelte tematiche, dall’ambientazione netta e tipica, da una messa in scena di più ampio respiro, più adatta al grande pubblico. Ciò appare giustificato anche dal fatto che I bambini di Cold Rock è l’approdo in America del regista francese (è una coproduzione tra Canada e Usa), e dunque con un budget un po’ più elevato, la lingua inglese, un’attrice nota come protagonista. Non necessariamente ciò significa che la poetica dell’autore ne esca fortemente alterata, ma ciò che desta curiosità è come Laugier si muova tra le maglie degli stereotipi del genere cercando di far fuoriuscire il suo pensiero.

In particolare si abusa del ribaltone narrativo, ovvero sorprendere continuamente lo spettatore trascinando i suoi sospetti da una parte e poi improvvisamente virandoli nella direzione opposta quando si pensa che tutto sia chiaro, cambiando ogni volta anche la sostanza della storia oltreché i connotati del cattivo. Spesso di fronte a una storia coinvolgente ci lasciamo semplicemente traghettare in essa, e solo successivamente ci mettiamo ad apprezzare il come siamo stati convogliati da un dettaglio a un altro fino alla fine. Ne I bambini di Cold Rock invece probabilmente il difetto maggiore è che ci si rende più volte conto della meccanicità delle trovate narrative che mandano avanti l’intreccio. Tuttavia sorge il dubbio che tutto ciò che fino a un certo punto appare scomposto, non troppo coerente (e parliamo in toto di dialoghi, personaggi, situazioni), acquisti invece una valenza retroattiva grazie a un finale illuminante. Se la bellezza di un’immagine cambia anche tramite il suo ricordo, allora il film di Laugier è lo strano (ma non così inusuale) caso di film che sembra migliore quando lo si ricorda rispetto a mentre lo si guardava, meglio che nel qui e ora della visione in sala (che tuttavia è già anch’esso ricordo seppur nel presente, ma non vorremmo aprire scenari di pensiero troppo ampi).

Il finale che rende coerenti molte situazioni della storia sospese, salvando e nobilitando il contenuto, non salva del tutto la forma. Parlando della poetica di Laugier, se in Martyrs vi era un ribaltamento del ruolo carnefice-vittima, come accade appunto anche in questo film, tuttavia ciò seguiva una sua logica interna che non si preoccupava della comprensione immediata dello spettatore, che non spiegava assolutamente nulla. Qui invece lo spettatore fa parte della logica narrativa, in quanto continuamente indotto a pensare questo o altro tramite i cosiddetti spiegoni. E anche mentre si cerca di capire, non sembra che tutto sia trainato da una cosa fondamentale, ovvero il fascino di ciò che si sta guardando. Accadeva continuamente, e in modo perverso, in Martyrs, accade solo a volte in The Tall Man. È poi compito personale se vedere il bicchiere mezzo pieno: una storia intelligente con qua e là ottime soluzioni visive, che parla della crisi d’identità contemporanea, del disfacimento sociale (universale, seppure chiaramente ispirato dalla provincia americana che tanto cinema di genere ha raccontato) e spirituale, come già in filigrana si notava in Martyrs, raccontata a più livelli secondo una struttura complessa e ambiziosa (se di qualcosa di grosso si può incolpare Laugier è senz’altro di ambizione), un film che ricorda il capolavoro precedente ma che gli è di poco inferiore. Oppure vedere il bicchiere mezzo vuoto: un’opera con buone idee intellettuali e visive, ma portate avanti in modo un po’ confuso, artificioso, preoccupata più di sorprendere a tutti i costi che di affascinare realmente lo spettatore, un film che tuttavia lascia diversi spunti di riflessione. Chi vedrà vivrà.

Info
Il trailer italiano de I bambini di Cold Rock.
I bambini di Cold Rock sul canale Film su YouTube.
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