Il rosso e il blu

Il rosso e il blu

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Con Il rosso e il blu Giuseppe Piccioni firma una ricognizione all’interno della scuola italiana contemporanea, perdendosi però in una serie infinita di sottotrame.

La scuola

Sullo sfondo di una scuola romana si intrecciano le storie di un professore di storia dell’arte che ha perso la passione per il suo lavoro ed è inseguito da una sua vecchia alunna, di un giovane supplente di lettere che ce la mette tutta e cerca di “salvare” una studentessa eccentrica e ribelle, e di una preside rigida e inappuntabile costretta a occuparsi di uno strano alunno dimenticato dalla madre… [sinossi]

L’universo scolastico all’interno del cinema italiano ha sempre trovato un terreno fertile, per quanto con modalità, stili e approcci ben diversi da quelli che oltreoceano contraddistinguono i teenage movie. Se a Hollywood e dintorni la scuola (dalle elementari all’università) ha assunto un ruolo a dir poco archetipico, svolgendo spesso le mansioni di metafora del mondo esterno e proponendosi il più delle volte come non-luogo del tutto a se stante, dominato da regolamentazioni ben precise, questo non avviene il più delle volte nella nostra cinematografia: in Italia nelle maggior parte delle occasioni si parla di scuola concentrando l’attenzione non sugli studenti ma piuttosto sulla classe insegnante. La scelta operata inevitabilmente fa sì che si lasci in secondo piano l’adolescenza – elemento di instabilità e utopia per eccellenza – per focalizzare lo sguardo della macchina da presa sulle frustrazioni, le lotte quotidiane e le ipocrisie di chi siede dietro la cattedra. Una distinzione senza dubbio fortemente politica, ma che probabilmente non permette di cogliere fino in fondo la vastità di gamma cromatica racchiusa nell’esperienza scolastica.

Si muove in tale direzione anche Il rosso e il blu, nono lungometraggio per il cinema diretto da Giuseppe Piccioni: l’istituto superiore attorno al quale gravitano le vite dei protagonisti della pellicola è abitato e percorso dalle sofferenze e dalle gioie degli studenti, ma di questa via crucis ebbra e inconsapevole non arriva che una stanca eco, figlia per di più di una visione dell’adolescenza fin troppo stereotipata. I giovani descritti da Piccioni (anche autore della sceneggiatura, scritta a quattro mani insieme a Francesca Manieri e desunta da un romanzo di Marco Lodoli) sono tutti problematici, vessati da vicissitudini familiari più o meno tragiche: sono giovani adulti costretti a confrontarsi con l’abbandono, la morte dei genitori, il divorzio, la tentazione criminale, l’amour fou: non è prevista via di mezzo tra le pieghe di uno script frettoloso e piuttosto insincero verso le storie che si trova a mettere in scena. L’impressione netta è che Piccioni non nutra alcun reale interesse per la sorte cinematografica dei suoi protagonisti più giovani, e che questi ultimi gli servano solo ed esclusivamente per mettere in risalto le contorsioni psicologiche dei tre veri personaggi del film: l’arcigna preside Margherita Buy (alla quarta collaborazione con Piccioni, la prima dai tempi del fortunato Fuori dal mondo, a tutt’oggi l’apogeo artistico del cineasta), costretta a confrontarsi con il lato materno del suo carattere; il combattivo supplente Riccardo Scamarcio, pronto a tutto pur di riportare sulla “retta via” una delle sue alunne; il disilluso Roberto Herlitzka, anziano professore di storia dell’arte che non prova più alcun gaudio nell’insegnamento. Tre figure tagliate con l’accetta che non possono non far tornare alla mente i grotteschi bozzetti edificati da Domenico Starnone (in fase di scrittura) e Daniele Luchetti (in fase di regia) ai tempi de La scuola, commedia che nella primavera del 1995 rappresentò un caso al botteghino: da quell’esperienza sembrano provenire la maggior parte delle intuizioni comiche de Il rosso e il blu, per quanto quest’ultimo insista a flirtare in maniera pericolosa con timbriche drammatiche persino esasperate. Il gesto estremo, usato a mo’ di canzonatura per quel che concerne il personaggio di Herlitzka – il migliore del cast, per quanto perennemente sopra le righe – ritorna a più riprese nella sottotrama che vede protagonisti il migliore della classe, il rumeno Adam, e la sua fidanzatina Melania: già troppo grondante di retorica appare l’intuizione di affidare il ruolo del “secchione” al figlio di una coppia di poveri immigrati, ma questo è nulla in confronto allo scarto stilistico che Piccioni mette in mostra per raccontare la loro travagliata storia d’amore, affidata a un profluvio di riprese sporche con videofonino, monologhi con sguardo in macchina, e via discorrendo. Una svisata autoriale che ben poco si sposa con il resto della messa in scena, proteso al contrario verso una mancanza pressoché totale di personalità propria.

Indeciso tra la fascinazione popolare e scelte ben più radicali, Piccioni resta inesorabilmente bloccato nel mezzo, impossibilitato a trovare una via definitiva e coerente fino all’ultimo: le (poche) intuizioni davvero interessanti finiscono dunque per smarrirsi per strada o risultare annacquate da un universo narrativo troppo poco sfaccettato per convincere. Lo sguardo sociale, che più volte fa capolino nei modi più deteriori – il già citato quadretto familiare sull’immigrazione e l’integrazione, eccessivamente retorico; il modo superficiale con cui si guarda alla vita viziosa della “ribelle” della classe – è a sua volta incompleto e abbozzato, disperso tra i meandri di un’opera che si accontenta troppo spesso di intraprendere la via più facile.
Un tempo, forse, si sarebbe parlato di cinema medio, ma in un frangente storico di crisi italiana (e certo non solo per quel che concerne la Settima Arte) una tale definizione deve essere usata con accortezza e declinata al negativo: perché un film come Il rosso e il blu resta una bozza, a tratti anche piacevole da guardare, ma totalmente priva di una propria completezza.

Info
Il trailer de Il rosso e il blu
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