Tutti i santi giorni

Tutti i santi giorni

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Dopo i fasti di Tutta la vita davanti e La prima cosa bella, Paolo Virzì si affida a una storia minimale: Tutti i santi giorni ha due buoni protagonisti ma è bulimicamente appesantita da una serie di siparietti non necessari.

Guido e Antonia

Guido è timido, riservato, coltissimo. Antonia irrequieta, permalosa e orgogliosamente ignorante. Lui portiere di notte appassionato di lingue antiche e di santi. Lei aspirante cantante e impiegata in un autonoleggio. Si vedono solo la mattina presto quando Guido torna dal lavoro e la sveglia con la colazione. E tutti i santi giorni si amano… [sinossi]

Deve essere davvero strana come creatura il cinema di Paolo Virzì se dopo quasi venti anni di regie e dieci lungometraggi all’attivo appare difficile riuscire a inquadrarlo con precisione certosina. Certo, film dopo film il cineasta livornese ha portato avanti una mappatura del panorama sociale e politico italiano, a partire dalla Piombino operaia de La bella vita (1994) per arrivare al fin troppo superficiale scontro tra destra e sinistra sull’isola di Ventotene (Ferie d’agosto, 1995), i sogni e le (dis)illusioni del giovane livornese Piero in Ovosodo (1997), la vita agrodolce nella campagna toscana del collettivo Baci e abbracci (1999) e via discorrendo. Eppure anche una lettura di questo tipo della poetica di Virzì apparirebbe quantomeno ovvia, poco approfondita: all’interno dei suoi film si ha sempre, netta, la percezione che il regista abbia intenzione di svelare molto più di quello che effettivamente mette in scena. Perché, al di là dell’attenzione con cui Virzì scruta la nostra contemporaneità, scandagliando il panorama che lo circonda con uno spirito acuto e partecipe, la verità è che il suo cinema è sempre teso a una riscrittura, continua e non priva di crepe, del significato della commedia all’interno dei percorsi produttivi italiani. In anni di profonda crisi, non solo economica, Virzì dimostra di possedere l’intelligenza per non fermarsi alla semplice riproposizione di schemi e situazioni predigerite e oramai fin troppo metabolizzate dal pubblico medio, mettendosi perennemente in gioco, rischiando, provando a muoversi in direzioni che fino a quel momento gli erano sconosciute.

È così anche per Tutti i santi giorni, ritorno dietro la macchina da presa dopo i fasti con cui furono ricevuti Tutta la vita davanti (2008) e La prima cosa bella (2010): dopo due operazioni così nette da un punto di vista produttivo, con l’apporto di attori di primo piano nello star system nostrano – Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Elio Germano, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Micaela Ramazzotti, Marco Messeri, Valentina Carnelutti – Virzì sceglie di percorrere una via parallela ma non necessariamente destinata a una sovrapposizione. Tutti i santi giorni, ispirato in fase di sceneggiatura da un romanzo di Simone Lenzi, leader della rock band Virginiana Miller (che qui si prodigano nella canzone che accompagna i titoli di coda), è invece un lavoro decisamente più minimale, che abbandona i nomi altisonanti per puntare su una coppia pressoché sconosciuta al grande pubblico: Luca Marinelli qualcuno potrà ricordarlo, oltre che per La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, nel ruolo del transessuale Roberta de L’ultimo terrestre, esordio alla regia del fumettista Gipi, ma Thony, sua compagna sullo schermo, è ancora completamente sconosciuta al pubblico cinematografico. Una scelta apprezzabile, e che rappresenta con ogni probabilità l’aspetto più interessante e convincente di un film che per il resto si muove all’interno della rom-com in maniera schizoide e non sempre controllata a dovere.
Colto dal demone di una narrazione bulimica, Virzì inonda uno script per il resto piuttosto esile di una serie infinita e ingiustificata di piccoli dettagli, caratterizzando i propri personaggi per lo più dal punto di vista dialettale, senza rivestire di una particolare importanza i rispettivi percorsi psicologici. Ne viene fuori un’opera a tratti anche profondamente irritante, incapace di gestire in più punti i diversi registri (il sogno nel ventre materno del protagonista vorrebbe forse apparire come una sorridente e surreale deviazione onirica, ma non fa altro che appesantire inutilmente, e in maniera anche piuttosto vacua, l’intero impianto filmico). In questo modo anche il naturale feeling che viene a crearsi con la coppia protagonista risulta svilito, impoverito, rabberciato, e le situazioni più riuscite finiscono inevitabilmente per sfibrarsi, perdere compattezza e annacquarsi disperse come sono in un universo indeciso sulla strada da intraprendere.

Peccato, perché il potenziale di questa tenera storia d’amore era notevole, e l’ambientazione ad Acilia quantomai riuscita e convincente. Un passo indietro per un regista che non sembra in grado di trovare una propria reale stabilità autoriale, anche per via della sua (comunque pregevole) volontà di non percorrere mai la strada già battuta in precedenza.

Info
Il trailer di Tutti i santi giorni su Youtube.
La pagina di Tutti i santi giorni sul sito della 01 Distribution.
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