The Words

Scritto e diretto da Klugman e Sternthal, The Words è (anche) un film sulla passione profondamente anaffettivo, in grado solo di abbozzare i personaggi che porta in scena e inadeguato nella gestione di tre livelli di narrazione sconnessi e allo stesso tempo collegati tra loro. Peccato, soprattutto per l’ottimo cast sprecato.

Il manoscritto trovato in una valigia

Quando Rory Jansen pubblica il suo primo libro, diventa uno di quegli eventi rari che si verificano una volta ogni generazione e travolgono il mondo della letteratura e l’immaginario collettivo. Gli amici lo consigliano con fervore, i critici si sperticano in lodi; lo si trova ovunque, dai circoli letterari agli aerei ai campus universitari. Con una voce nuova e una visione della vita così saggia da sembrare quasi senza tempo, Rory diventa subito una star letteraria. Carismatico, talentuoso, intelligente, questo giovane autore sembra avere tutto: una vita bellissima, una moglie devota, il mondo ai suoi piedi. E tutto ciò grazie alle sue parole. Ma di chi sono queste parole? E di chi parla la storia, in realtà? Scritta come una storia nella storia, la vita stessa di Rory è un prodotto della fantasia. Dietro tutto questo c’è una celebrità letteraria, Clay Hammond… [sinossi]

Storie. Semplici, terribili e dolcissime storie. Nasce tutto da qui: la tragedia greca, la letteratura moderna, il romanzo contemporaneo. Storie, null’altro che storie. Ruota attorno a questa verità talmente ovvia da rasentare lo squallore del banale The Words, esordio alla regia di una coppia di registi che si è fatta le ossa nel Sundance Institute, progetto parallelo del festival creato da Robert Redford per dare la possibilità a giovani autori indipendenti di crescere e di trovare la propria strada professionale. Da un punto di vista strettamente produttivo The Words è l’epitome dell’esperienza indie a stelle e strisce: un set ridotto rispetto alla media alla quale sono abituati gli studios (appena ventiquattro giorni di riprese), una narrazione che punta gran parte delle proprie potenzialità sull’aspetto dialogico, una struttura stratificata e non lineare come vorrebbe il mainstream duro e puro.

Elementi, quelli appena citati, che possono senza dubbio rappresentare una valvola di sfogo per la creatività, condotto d’aria salvifico per tutti coloro che non vogliono correre il rischio di vedere le proprie idee annaspare nel mare magno della mediocrità, ma che allo stesso tempo corrono il rischio di far volare troppo in alto le ambizioni autoriali, al punto di non poterle più dominare fino in fondo. Alla resa dei conti The Words si rivela essere un film nato invecchiato: come il romanzo rubato dal giovane protagonista Rory dopo averne ritrovato il manoscritto all’interno di una valigia impolverata da un rigattiere parigino, anche il film scritto e diretto da Brian Klugman e Lee Sternthal sembra provenire da un’epoca lontana. Ma se The Window Tears – questo il titolo del libro scippato da Rory e dato alle stampe con un sessantennio di ritardo – risulta ancora fresco agli occhi di chi lo legge al punto da riservare all’impostore protagonista un successo illimitato e inebriante, The Words non possiede la stessa leggiadria atemporale: il suo incedere è bolso, prevedibile e fin troppo laccato per riuscire a convincere fino in fondo lo spettatore della verità a cui si dovrebbe assistere. L’intero film appare artefatto e insincero, in questo ben poco aiutato da una struttura narrativa quantomai arzigogolata e costruita nei minimi dettagli: The Words infatti racconta una storia dentro una storia dentro una storia, moltiplicando fino all’esasperazione i piani narrativi. La prima storia, quella del romanzo di Rory, è raccontata tanto da Rory quanto dall’anziano uomo che ne rivendica la paternità (e la realtà, visto che si tratta di un’autobiografia); la seconda, quella di Rory, è invece raccontata, con tanto di voce fuori campo dal romanziere Clay Hammond, impegnato in una lettura pubblica del suo ultimo sforzo creativo; la terza, quella dello stesso Clay, ha infine come unico narratore la macchina da presa. Ognuno dei narratori, più o meno consapevolmente, sta però raccontando la stessa storia, che è quella in cui si cela il segreto inconfessabile: perché si scrivono romanzi? Cosa nasconde l’atto della narrazione letteraria? La verità delle parole è una e una solamente?

Interrogativi tutt’altro che di secondaria importanza, ma che The Words semplifica privandoli di qualsiasi chiaroscuro possibile: a voler leggere tra le righe del film verrebbe da pensare che per Klugman e Sternthal l’unica vera scintilla creativa la si possa rintracciare nell’autobiografia. I romanzieri di The Words, siano essi “reali” o “narrati”, riescono a dare libero sfogo alla propria indole artistica solo quando hanno la possibilità di incollare sulla carta le parole che raccontano la loro stessa esistenza, senza sfumature, reinterpretazioni o metafore di qualsivoglia tipo.
Un’idea dell’atto della creazione artistica a dir poco vetusta e persino reazionaria, ma sulla quale sarebbe condivisibile passare oltre se quantomeno il film convincesse sotto il profilo della messa in scena o dell’emotività scaturente dalle immagini e dalle situazioni. Nulla di tutto ciò, invece, perché The Words è anche un film sulla passione profondamente anaffettivo, in grado solo di abbozzare i personaggi che porta in scena – per esempio, quale logica razionale guida le azioni e i pensieri di Hammond? – e inadeguato nella gestione di tre livelli di narrazione sconnessi e allo stesso tempo collegati tra loro. Sarebbe probabilmente servita una regia più inventiva e una scelta più oculata dei dialoghi per trasmettere l’idea di amore immortale eppur perduto che vorrebbe pervadere la pellicola. Quel che resta è uno stanco dramma da camera, appesantito da pretese troppo alte e ambizioni destinate a rimanere inespresse. Peccato, soprattutto per l’ottimo cast sprecato.

Info
Il trailer di The Words.
The Words sul canale Film su YouTube.
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