Woody

Si parla di mortalità, e si ride. Si parla d’amore e di Dio, e si continua a ridere. “Woody” è un documentario divertente, inevitabilmente divertente, ma soprattutto affettuoso. Weide si limita a illustrare e assemblare, asseconda l’icona comica, ne segue religiosamente la carriera, i successi, il talento, ma non cerca mai di andare oltre, si limita alla splendente superficie.

La teoria della quantità

Il documentario di Robert Weide consente un accesso senza precedenti alla vita e al processo creativo di una leggenda del cinema. Scrittore, regista, attore, commediografo e musicista, l’icona Woody Allen ha lasciato che la sua vita e il suo processo creativo fossero documentati per la prima volta dalla macchina da presa. Il filmmaker Robert Weide, vincitore di premi Emmy e nominato all’ Oscar, ha seguito per oltre un anno e mezzo la vita di questa leggenda del cinema per realizzare la più completa biografia, Woody… [sinossi]

Ci sono New York e il jazz, le immagini di repertorio e un abbacinante parterre de rois, le sequenze dei film più popolari e alcune strepitose gag televisive. E ovviamente c’è Woody Allen, ometto dall’umorismo fulminante, divertente per natura, per cultura e per invidiabile genialità. Insomma, il documentario Woody (Woody Allen: A Documentary, 2012) di Robert B. Weide avrebbe tutto e di più per essere perfetto: una fetta di storia del cinema statunitense, un’icona del nostro immaginario, la magia del grande schermo, del glamour, dei tempi che furono. Eppure l’operazione non convince del tutto, si inceppa col passare dei minuti, nonostante una prima parte immersa negli anni Sessanta e Settanta, tra Ciao Pussycat (What’s New Pussycat, 1965) di Clive Donner e Richard Talmadge e Manhattan (1979), tra Prendi i soldi e scappa (Take the Money and Run, 1969) e  Io & Annie (Annie Hall, 1977). Tra esordi e pietre miliari.

La prima parte del documentario procede intensamente, un ingranaggio preciso, anche se un po’ troppo prevedibile nella sua cadenza e costruzione: l’infanzia di Woody Allen, alias Allan Stewart Konigsberg, il suo innato talento comico, la testimonianza di Martin Scorsese e di una lunga fila di vecchie volpi di Hollywood e dintorni, film e televisione, gag e ricordi che riemergono dalle nebbie del tempo – la timidezza del giovane Allen, il terrore nei confronti del palcoscenico e del pubblico, l’odio per la scuola, la fulminea ascesa sulla carta stampata. Weide (Star System – Se non ci sei non esisti) dirige in maniera diligente, ordinata, assemblando materiale prezioso, quasi commovente per chi ha amato soprattutto l’Allen degli anni Settanta e Ottanta. Si parla di mortalità, e si ride. Si parla d’amore e di Dio, e si continua a ridere. Woody è un documentario divertente, inevitabilmente divertente, ma soprattutto affettuoso. Weide si limita a illustrare e assemblare, asseconda l’icona comica, ne segue religiosamente la carriera, i successi, il talento, ma non cerca mai di andare oltre, si limita alla splendente superficie.

La macchina da scrivere, la spillatrice, il fermento del Village, l’incontro di boxe col canguro e una lunga serie di film: Woody ha gioco facile fino a Crimini e misfatti (Crimes and Misdemeanors, 1989), poi sorvola su Ombre e nebbia (Shadows and Fog, 1991) e quindi si inceppa, si ripete, troppo adulatorio. La parata di star – Mira Sorvino, Naomi Watts, Josh Brolin, Scarlett Johansson, Owen Wilson – si riduce a una serie di testimonianze scontate, da ufficio stampa svogliato, e così la battuta di Allen “ho sposato la teoria della quantità” diventa la chiave di lettura del documentario, che gioca esclusivamente di accumulo. Involontariamente e un po’ paradossalmente, Weide riesce a mettere in scena lo stallo artistico di un grande cineasta, frenato negli ultimi due decenni da una creatività senza tregua, eccessiva nella sua cadenza annuale. Lo squilibrio di Woody è lo squilibrio di Allen, è l’impossibile paragone tra gli anni Settanta/Ottanta e i due decenni successivi.

Con tutto quel materiale a disposizione – alcuni passaggi non possono che essere magnifici: qualsiasi momento di Io & Annie, l’ultimo incontro tra Isaac (Allen) e la giovanissima Tracy (Mariel Hemingway) in Manhattan, Jeff Daniels che esce dallo schermo ne La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo, 1985) e via discorrendo – si sarebbe dovuto osare di più, smarcandosi dalla poco fertile dimensione celebrativa.

Info
Il trailer italiano di Woody.
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