Viva l’Italia

Viva l’Italia

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Con la sua seconda regia, Viva l’Italia, Massimiliano Bruno alza il tiro e prova a raccontare lo sfacelo morale ed etico del Bel Paese. Una commedia corale e sanamente popolare, nell’Italia marcia e afflitta dai demoni del personalismo, rischia di deflagrare con maggior potenza del più integerrimo film d’impegno civile.

Nel nome del padre

In seguito a un grave malore, il politico Michele Spagnolo perde i freni inibitori e dice tutto ciò che gli passa per la testa, diventando una mina vagante per se stesso e per il suo partito nonché per la sua famiglia. Corrono a salvarlo i suoi tre figli che poco si sopportano tra di loro: Riccardo, medico integerrimo e socialmente impegnato, Susanna, attrice di fiction senza alcun talento, e Valerio, buono a nulla che deve tutto al padre… [sinossi]
E poi ti dicono “Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera”.
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa
quando viene la sera.
Francesco De Gregori, La storia

Nell’Italia cinematografica che arranca dietro la commedia, ripetendo stancamente stili, schemi e idee riciclate nel corso dei decenni, oramai distaccata dalla realtà di tutti i giorni, l’opera seconda di Massimiliano Bruno corre seriamente il rischio di scavare un solco importante. Dopo aver esordito un anno e mezzo fa con il divertente Nessuno mi può giudicare, in cui lo sguardo si soffermava sulle prostitute d’alto bordo (quelle che nel gergo comune oramai vengono definite “escort”) e sulle difficoltà a trovare spazio vitale in una società tonitruante e laida, Bruno rincara la dose, mirando a un obbiettivo oggettivamente più ambizioso. Viva l’Italia, fin dal titolo (che abbandona nel riferimento musicale l’ottimismo pop di Caterina Caselli per spostarsi dalle parti del sofferto cantautorato da Folkstudio di Francesco De Gregori), non si vuole infatti limitare a un bozzetto per quanto riuscito delle esigenze e delle miserie del popolo, ma si pone come meta ultima quella di dissertare su vizi e virtù dell’intera classe politica.
Per far ciò Bruno parte da una situazione perfettamente calzante nella sua semplicità: mentre sta assistendo allo spogliarello di una disgraziata che spera di poter ambire a qualche raccomandazione, il politico di destra Michele Spagnolo (leader e portavoce di un partito che sembra ricalcato su Forza Italia e il Popolo della Libertà) avverte un malore che lo porta al pronto soccorso, dove gli viene diagnosticata la totale perdita dei freni inibitori. Spagnolo, oramai tecnicamente incapace di mascherare la realtà a occhi esterni, sperimenterà una nuova fase della propria vita, trascinando con sé i tre figli, ognuno dei quali alle prese con i vantaggi e gli oneri di una parentela così compromettente.

Nella prima parte del film Bruno sembra voler seguire un percorso a tappe, organizzando la sceneggiatura su una sequela di situazioni più o meno riuscite (la maggior parte comunque in grado di smuovere con grande facilità al riso lo spettatore), e lasciando in secondo piano il reale approfondimento psicologico e sociale della situazione: Spagnolo viene così descritto mentre rompe le uova nel paniere al partito, lanciandosi in un’invettiva contro la famiglia durante un meeting che dovrebbe al contrario esaltarne le peculiarità, ma al di là di questo il film sembra procedere più che altro per un accumulo di materiale. La satira politica serpeggia azzannando qua e là la pellicola, ma a volte l’impressione è che Bruno si accontenti della battuta di grana grossa per portare dalla propria parte anche lo spettatore più riottoso o in ogni caso meno incline a lasciarsi sedurre dalla presa di posizione del cineasta e attore – qui impegnato, come nella sua precedente sortita dietro la macchina da presa, in un ruolo minore per quanto non certo secondario.
La questione relativa alla supposta “volgarità” della commedia di Bruno è uno dei nodi più intricati da sciogliere: memore della commedia all’italiana, Bruno non risparmia mai una cattiveria salvifica e deflagrante, arrivando a svilire anche i quadretti idilliaci tra i fratelli (l’abbraccio commosso tra i tre con il movimento di macchina a svelare il padre sorridente e sornione pronto a tirare la catena dello sciacquone è una scheggia impazzita che riporta alla mente ectoplasmi di Dino Risi, Ettore Scola e Mario Monicelli) e permettendo a cavalli di razza come Remo Remotti e Sergio Fiorentini di galoppare a briglia sciolta. Consapevole della naturale potenza di ciò, Bruno cerca però di donare la sana popolare rozzezza romana anche a personaggi che non possono rispondere con lo stesso tono (il caso più evidente è senza dubbio quello di una pur volitiva Sarah Felberbaum), finendo per forzare la mano in alcune situazioni. Questi pur relativi difetti non riescono fortunatamente a scalfire la cattiveria crudele che si respira a pieni polmoni e che, nella memoria cinefila della commedia italiana, mancava davvero da troppo tempo. La seconda parte del film, con i nodi che devono necessariamente venire al pettine, si trasforma in un crescendo continuo, divertente e amaro allo stesso tempo e in grado, merce rara, di riuscire a evitare l’happy end a tutti i costi. Peccato che il monologo in cui si impegna il pentito Spagnolo si sfilacci lasciando trapelare pericolose tracce di qualunquismo, figlio di un “tanto sono tutti uguali” che non può essere la risposta naturale di un’opera che ha il coraggio – e forse anche la sfrontatezza – di parlare apertamente di tradimento della Costituzione.

Ma già così, senza voler sottacere sui difetti e le mancanze, Viva l’Italia appare come una piccola luce nell’oscurità: in attesa che Bruno trovi la sua definitiva completezza autoriale, non si può che sorridere speranzosi. Una commedia corale e sanamente popolare, nell’Italia marcia e afflitta dai demoni del personalismo, rischia di deflagrare con maggior potenza del più integerrimo film d’impegno civile…

Info
Il trailer di Viva l’Italia.
La scheda di Viva l’Italia sul sito di RaiCinema.
Una clip di Viva l’Italia.
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