Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

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Il film di Giada Colagrande, Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori a Venezia 2012, è un documento filmico che storicizza e ci consegna l’incontro avvenuto sulla scena tra quattro artisti – Bob Wilson, Marina Abramovic, Antony Hegarty e Willem Dafoe.

Quando la vita va in scena

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic segue l’incontro del regista Robert Wilson, della performance artist Marina Abramovic, del cantante e compositore Antony Hegarty e dell’attore Willem Dafoe, da cui nasce l’opera teatrale sulla biografia di Marina Abramovic… [sinossi]

Se pensiamo e guardiamo ai primi vagiti della storia del cinema, il teatro ha sempre influenzato la Settima Arte – basti pensare allo stile recitativo delle nostre dive degli anni ’10. Col tempo, il cinema – che alle origini veniva giudicato di serie b in confronto all’arte nata nell’antica Grecia – si è evoluto prendendo sempre più coscienza di poter brillare di luce propria e così teatro e cinema hanno percorso (e percorrono) la loro strada, col proprio specifico linguaggio, con le proprie peculiarità scegliendo anche di incontrarsi e contaminarsi.
Il documentario di Giada Colagrande, Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori alla  69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, diventa – in quest’ottica – un documento filmico che storicizza e ci consegna l’incontro avvenuto sulla scena tra quattro artisti – Bob Wilson, Marina Abramovic, Antony Hegarty e Willem Dafoe – e le diverse forme di Arte con la Vita (e la Morte).
«Il risultato è talmente sublime che ogni volta che The Life and Death of Marina Abramovic va in scena, anche il pubblico vede su quel palcoscenico la propria vita e morte: Marina ne è il paesaggio, Bob Wilson la mente, Antony il cuore e Willem il corpo» [1].Se da un lato Bob Wilson sceglie di omaggiare la Abramovic, dall’altro la protagonista sceglie di abbandonarsi nelle sue mani mettendo a nudo la sua vita e la sua anima, fidandosi della sensibilità di Wilson e degli artisti che avrebbero interagito con lei in questa pièce.

Non deve essere facile – emotivamente parlando – mettere in scena il proprio funerale, ma nel simbolismo teatrale e artistico tutto è possibile – e forse sopportabile. In The Life and Death of Marina Abramovic è proprio il funerale (immaginario) a dare il via al viaggio, un funerale che si svolge contemporaneamente a Belgrado, Amsterdam e New York, tre città che han segnato l’esistenza della regina della body-art [2]. Da qui, dal punto di non ritorno nella vita reale, si torna indietro alla nascita e all’infanzia della Abramovic («il momento peggiore della sua vita») e, a raccontare questa vita vissuta di una donna, entra ed esce un joker vestito con divisa militare e col ciuffo rosso (Willem Dafoe). La Abramovic si ritrova ad indossare i panni della madre autoritaria, oltre che di se stessa, rivive le fasi della propria vita mutando la sofferenza in ironia grazie al simbolico che prende forma e spessore nel teatro formale di Wilson. Emerge, infatti, un rigore compositivo attento a curare la componente visiva – un contributo eccezionale proviene dalle scene e dai chiaroscuri, qui ad opera di A. J Weissbard, che avvolgono gli interpreti e lo spettatore in un clima onirico e straniante. Le voci dei protagonisti fuori dal palco ci riportano alla realtà, stiam (ri)vivendo la vita vera, quella della Abramovic, eppure è finzione.

Nella costruzione del documentario la Colagrande alterna le riprese dello spettacolo alle interviste agli interpreti, al regista, al cantante-compositore, alla cantante Spajic (interviste che si svolgono in uno spazio canonico, come il camerino, e sono riprese a volte in piano ravvicinato). Subito la Abramovic fa la sua dichiarazione programmatica: «Se sei un performer non puoi amare il teatro perché nel teatro tutto è artificiale» – affermazione per cui va sempre tenuto a mente da quale ottica proviene.Se il concetto di performer è stato introdotto da Grotowski come termine “altro” rispetto ad attore, negli eventi teatrali a matrice visiva quali sono quelli della Abramovic si individua la ricerca di un proprio percorso strettamente intrecciato con la vita fino a una “teatralizzazione” della performance in The Life and Death of Marina Abramovic. In Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic il mondo della Abramovic non emerge dal suo io narrante, ma in sintonia con la scelta registica di Wilson, si costruisce pezzo dopo pezzo con gli interventi di tutti (comprese alcune significative scene teatrali) fino a tingersi di sublimi emozioni grazie al lirismo di Hegarty che colpisce al cuore in alternanza con le antiche litanie serbe.

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, pur nella sua struttura classica, si fa apprezzare grazie alla luce emanata dallo splendido spettacolo di Wilson e ha il merito di suggellare la parabola umana di una donna che può vivere, a suo modo, la catarsi grazie all’artificio del teatro e al rito che si ripete nell’andar in scena ogni sera. Così, prima il teatro e poi il cinema (con un’operazione della regista che sa lasciar spazio a quattro grandi artisti) rendono universale la storia di una donna.

Note
1. Dalle note di regia
2. Belgrado rappresenta la sua città natale e dove ha iniziato gli studi presso l’Accademia di Belle Arti. Amsterdam è la città in cui si trasferisce abbandonando la Jugoslavia e dove incontra l’amore e l’arte nell’artista Ulay. Nel 2010, al MoMA di New York si è tenuta (o forse è più appropriato dire, è accaduta) la sua performance: The artist is present.
Info
La pagina Facebook di Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic
La pagina dedicata a Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic sul sito del Teatro dell’Arte che programmerà il film dal 12 al 21 giugno.

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