Paris-Manhattan

Paris-Manhattan

di

Esordio di Sophie Lellouche, Paris-Manhattan è debitore in maniera sin troppo evidente e invadente del cinema di Woody Allen, tanto da mostrare una totale mancanza d’identità.

Provaci ancora, Sophie

Alice è una farmacista giovane e bella, appassionata del proprio lavoro. Il suo unico problema è che non riesce a trovare un fidanzato. Così preferisce rifugiarsi nei film di Woody Allen riversando su di lui il proprio affetto e sfuggendo alle pressioni della famiglia che cerca di trovarle un uomo da sposare. Ma il suo incontro con Victor potrebbe cambiare le cose… [sinossi]

Cosa si può dire di un film che fa del suo “rimandare ad altro” la sua stessa ragione di essere?
A partire dal titolo e poi nelle inquadrature di apertura, nella storia, nelle ambientazioni, nella fotografia e nelle scelte musicali, più che come dichiarato omaggio al cinema di Woody Allen, Paris-Manhattan si pone come spasmodico tentativo di imitazione di un modello. Carrelli orizzontali, colori caldi, flaconi di medicinali e l’immancabile Cole Porter ci introducono come in un déjà-vu nell’atmosfera un po’ surreale di questa commedia romantica, per raccontarci la storia di Alice Ovitz (Alice Taglioni), farmacista cinefila o presunta tale, alla ricerca perenne del principe azzurro.
C’è una famiglia ebrea alle spalle (toh!), la sorella perfetta (Marine Delterme) che sposa l’uomo perfetto (Louis-Do de Lencquesaing, indimenticabile interprete del produttore Gregoire Canvel/Humbert Balsan in Il padre dei miei figli), e un’ammirazione al limite del fanatismo per il regista newyorkese che, dall’alto del suo poster, diventa confidente e confessore, consigliere e guida.
Proprio così, un po’ quel che avveniva in Provaci ancora, Sam quando Allen dissertava delle donne e delle sue pene d’amore con la proiezione di Humphrey Bogart. Ma se cediamo alla tentazione di snocciolare ogni riferimento alla filmografia di Allen non ne usciamo vivi, dal momento che non c’è inquadratura o battuta che non rimandi ad essa. Certo, è impensabile realizzare un tributo al maestro senza le dovute citazioni, ma il problema si fa serio se tra le conseguenze vi si osserva un racconto completamente privo d’identità e di una solida struttura narrativa.

Non riuscirebbero a salvare il film neppure le più fantasiose interpretazioni psicoanalitiche sulla fuga dalla realtà di Alice, estraniata dall’imperfezione del mondo reale e dalle delusioni in agguato, protetta nel morbido rifugio della finzione. Il cinema come una sorta di terapia, la stessa che anche lei offre ai suoi pazienti: dvd al posto di pillole e antidepressivi. Ma la cinefilia di Alice è abbozzata e minimale e si riduce quindi a un semplice espediente interessante e purtroppo abbandonato troppo presto.
Nemmeno ce la fanno a sostenere il peso dell’intero film le pur ottime interpretazioni degli attori, le situazioni familiari quasi sempre convincenti, né la presenza di Victor (Patrick Bruel, ironico e perfetto), esperto in sistemi di allarme che non ha mai visto un film di Allen e quindi tanto diverso da Alice da essere il candidato ideale a conquistarne il cuore per riportarla alla vita terrena. A offuscarli ci sono sempre soluzioni formali troppo riconoscibili, troppo prevedibili, tutte già viste e scontate.
Perfino quando Alice si lancia in monopattino a folle velocità per le strade parigine in uno svolazzante abito rosso pare di aver sbagliato il pulsante del telecomando ed esserci sintonizzati per una frazione di secondo in una rivisitazione (un po’ banale) de Il favoloso mondo di Amelie. Corsa al cardiopalma che culmina niente meno che nell’apparizione di Mr. Woody Allen in persona che si concede per un irrinunciabile cameo.
Neppure i tempi della commedia sono brillanti come dovrebbero, ne risulta quindi compromessa anche la portata comica del film che lascia spazio a settantasette minuti in cui l’indifferenza prevale sulla freschezza che ci si attenderebbe.

Non convince, insomma, l’esordio di Sophie Lellouche, cui abbiamo assistito in anteprima alle Giornate del Cinema d’Essai organizzate dalla FICE a Mantova. Paris-Manhattan è in ogni caso un film poco riuscito ma comunque non pernicioso e per questa ragione, e anche perché si tratta della prima prova della regista dietro la macchina da presa, ci sentiamo di assegnare un voto vicino alla sufficienza come incoraggiamento, sperando che la prossima volta l’autrice dimostri coraggio e voglia di mettersi in gioco in prima persona.
Provaci ancora Sophie, ma la prossima volta vorremmo qualcosa di più originale.

Info
Il trailer di Paris-Manhattan su Youtube.
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-1.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-2.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-3.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-4.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-5.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-6.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-7.jpg
  • paris-manhattan-2012-Sophie-Lellouche-8.jpg

Articoli correlati

  • Berlinale 2017

    Io e Annie

    di Compie quarant'anni Io e Annie: il capolavoro di Woody Allen, quello che meglio armonizza l'inventiva e la prorompenza del suo primo cinema con la fase successiva. Presentato alla Berlinale in versione restaurata.
  • Torino 2016

    Il dormiglione

    di Il dormiglione segna l'incursione di Woody Allen, alla quinta regia, nei territori della fantascienza, tra eversioni del corpo e del linguaggio. A Torino nella retrospettiva Cose che verranno.
  • MIFF 2016

    Intervista a Mira Sorvino

    Mothers and Daughters è un film sul tema della maternità, diretto da Paul Duddridge e da Nigel Levy, e vanta un cast con tante grandi attrici tra cui Mira Sorvino, cui è stato riconosciuto il premio come migliore attrice non protagonista ai Miff Awards 2016. L'abbiamo incontrata insieme a Paul Duddridge e alla produttrice Danielle James.
  • Cannes 2016

    Café Society RecensioneCafé Society

    di Leggiadro, ironico, romantico, nostalgico. Il nuovo film di Woody Allen apre ufficialmente la 69a edizione del Festival di Cannes. Un’apertura glamour, da copertina, col riflesso della Hollywood d’antan e le bellezze di oggi Kristen Stewart e Blake Lively.
  • Bif&st 2016

    Il prestanome

    di Per la retrospettiva "Red Scare Black List", dedicata al maccartismo, è stato riproposto al Bif&st 2016 Il prestanome con un Woody Allen 'prestato' al servizio di Martin Ritt per una coraggiosa tragicommedia tipicamente New Hollywood.
  • Archivio

    Irrational Man RecensioneIrrational Man

    di Il nuovo film di Woody Allen racconta la storia di un professore di filosofia in crisi esistenziale. Sarà una sua studentessa a dargli un nuovo scopo nella vita. Fuori Concorso a Cannes 2015, una delle opere più ispirate del regista newyorchese da molti anni a questa parte.
  • Archivio

    Magic in the Moonlight

    di Una commedia in costume intimamente autoreferenziale, nella quale Woody Allen tiene a parlarci, fondamentalmente, della sua arte e dei suoi vecchi trucchi.
  • DVD

    Blue Jasmine

    di Woody Allen si odia o si ama, e così molti dei suoi ultimi film, il cui giudizio tende a cambiare a seconda delle visioni. Non con Blue Jasmine, che è e resta uno dei suoi migliori film degli ultimi vent’anni. La recensione del DVD edito dalla Warner Bros.
  • Archivio

    Gigolò per caso RecensioneGigolò per caso

    di Con la sua nuova prova registica, John Turturro realizza un omaggio alla propria città, alle donne, all'amicizia, al cinema, alla condivisione ai piaceri effimeri eppure fondamentali dell'esistenza.
  • Cinema

    hollywood ending recensioneHollywood Ending

    di Hollywood Ending non è uno dei migliori parti creativi di Woody Allen, ma consente al regista newyorchese di raccontare una volta di più - e con particolare crudeltà - il mondo di Hollywood, quel mondo che di lì a qualche anno tornerà di nuovo a emarginarlo e infangarlo, in barba a tribunali e inchieste archiviate.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento