Vicini del terzo tipo

Vicini del terzo tipo

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Vicini del terzo tipo è una commedia imprecisa ma a tratti estremamente godibile, utile per passare una serata in compagnia degli amici ma destinata a lasciare ben poca traccia di sé negli anni a venire, eccezion fatta per la sempre gradita comparsata di R. Lee Ermey.

Attack the watch

Quattro uomini qualunque di una cittadina di periferia si uniscono per formare un gruppo di vigilanza di quartiere, ma solo per evadere dalle loro vite noiose per una notte a settimana. Ma quando scoprono accidentalmente che la loro città è stata infestata da alieni che si spacciano per ordinari abitanti, non avranno altra scelta che salvare la loro vigilanza – e il mondo – dallo sterminio totale… [sinossi]

Premessa a Vicini del terzo tipo… La commedia a stelle e strisce degli ultimi quindici anni non sembra poter in alcun modo prescindere dall’esperienza autoriale, in qualità di regista, produttore e sceneggiatore, di Judd Apatow: l’imprinting dato dal quarantacinquenne newyorchese al genere nel corso della sua carriera è stato così forte e coerente da creare un vero e proprio sottogenere, in grado di rinnovare dall’interno un sistema cinematografico che sembrava destinato a un collasso forse irreversibile. L’Apatow-touch, al contrario, ha donato linfa vitale alla commedia, sfidando i gusti e i tabù del pubblico con un utilizzo goliardico della volgarità fino a quel momento estraneo all’intrattenimento “per famiglie”. La struttura classica della commedia è stata così innervata da elementi esterni, vicini alla prospettiva demenziale degli anni Ottanta e pronti di volta in volta a ibridarsi con derive ulteriori quali il teen-movie o l’exploitation duro e puro.

Proprio sotto quest’ultima veste è possibile inquadrare The Watch (il titolo italiano, Vicini del terzo tipo, così asfittico nella sua pressoché totale mancanza di verve e di comicità, è preferibile relegarlo in un angolo della mente), film con cui Apatow ha legami solo per ‘interposta persona’. Pur non figurando direttamente nei crediti dei titoli di coda, infatti, Apatow aleggia come presenza ectoplasmatica sull’intero progetto: infatti la sceneggiatura è stata messa a punto da Seth Rogen e Evan Goldberg – insieme a Jared Stern – e tra i protagonisti si ritrova Jonah Hill, tutti appartenenti alla factory apatowiana.
Lo spettatore avvezzo alle dinamiche dei film partoriti da appartenenti alla suddetta factory potrà con ogni probabilità anticipare le mosse della sceneggiatura nella maggior parte dei casi: la quiete borghese ridotta in brandelli, la bonaria presa in giro dell’american way of life, la messa in scena irriverente nei confronti delle forze dell’ordine. Il tutto condito con una comicità spesso scatologica (“sembra sperma” è l’unico commento che i quattro protagonisti riescono a formulare al primo contatto con il sangue alieno), arricchito da gag che hanno a che fare con innumerevoli doppi senso sessuali. Si ride, durante la visione, ma solo a tratti: al di là di un problema legato al doppiaggio, sicuramente castrante nei confronti di un film che fa della parola il primo elemento “portatore sano” di comicità, si avverte una certa pesantezza nella scrittura e nel ritmo della narrazione. La sceneggiatura non è brillante come quelle a cui avevano abituato Rogen e Goldberg (tanto per fare alcuni esempi basti pensare a Superbad di Greg Mottola, Pineapple Express di David Gordon Green e The Green Hornet di Michel Gondry), e si inceppa più volte tra una gag e l’altra, mostrando anche una notevole reiterazione dei medesimi schemi narrativi. Allo stesso tempo la regia di Akiva Schaffer, già autore di Hot Rod, sembra sempre rimanere un passo indietro rispetto all’azione, incapace di prendere definitivamente per mano il film.

Problemi che si evidenziano soprattutto durante la seconda metà del film, quando i nodi devono in maniera inevitabile venire al pettine: il modo in cui vengono risolte alcune delle sottotrame proposte (la crisi matrimoniale tra Ben Stiller e Rosemarie DeWitt, il conflittuale rapporto tra Vince Vaughn e la figlia adolescente Erin Moriarty) evidenzia una notevole lacuna sotto il profilo dell’ispirazione e della pura inventiva. A conti fatti se ci si lascia trasportare al riso da questa commedia in odore di fantascienza è esclusivamente per le ottime performance del cast, a partire da uno spassoso Vaughn fino ad arrivare al solito, ottimo, Jonah Hill, attore ancora troppo misconosciuto e sottostimato in Italia. Di particolare interesse, sotto questo punto di vista, l’interpretazione di Stiller, tra i più dotati attori comici dell’ultimo trentennio di cinema hollywoodiano: sobrio ed efficace nello stile e nei toni, il suo personaggio è completamente privo del benché minimo tocco ironico. Stiller ha spesso vestito i panni dell’uomo onesto e gentile costretto a fronteggiare la crudele volgarità del mondo che lo circonda, ma il suo personaggio borghese veniva dileggiato a tal punto da trasformare la sua inappuntabile rettitudine in un goffo tic inadeguato al panorama circostante. Tutto questo in The Watch non avviene, costringendo lo spettatore a cozzare con un personaggio serio e poco incline anche al più miserabile dei sorrisi.
È forse lui l’unico vero alieno di questa commedia imprecisa ma a tratti estremamente godibile, utile per passare una serata in compagnia degli amici ma destinata a lasciare ben poca traccia di sé negli anni a venire, eccezion fatta per la sempre gradita comparsata di R. Lee Ermey.

Info
Il trailer di Vicini del terzo tipo.
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