Centro histórico

Con la firma di quattro grandi registi (Aki Kaurismäki, Pedro Costa, Víctor Erice e Manoel de Oliveira) si delinea in Centro histórico un ritratto multiforme dell’uomo e del suo rapporto con lo scorrere del tempo, con le sue rivoluzioni, le sue conquiste, le sue piccole e grandi battaglie quotidiane.

Quattro racconti di Guimarães

Raccontano i produttori: «Mentre giravamo per la moderna Guimarães, la città dove è nata la nazione portoghese, ci siamo chiesti: che storie ha da raccontarci?. Perché le cose non sono quelle che sembrano: le dimensioni multiple della storia possono prendere avvio sia dalla realtà sia dalla finzione. E dunque abbiamo scelto queste storie…» [sinossi]

La Storia e le storie, il ruolo del passato nella vita dell’uomo, le risonanze di ciò che è stato che riecheggiano nel presente e la loro proiezione nel futuro: Centro histórico è un’opera collettiva sulla memoria e sul racconto, sui tanti possibili approcci che la narrazione può intentare nei confronti del ricordo, specie intessendo all’esperienza personale le riflessioni più collettive.
Attraverso le interpretazioni di quattro registi dalle personalità tanto forti e affermate quanto eterogenee e riconoscibili (Aki Kaurismäki, Pedro Costa, Víctor Erice e Manoel de Oliveira) si delinea un ritratto multiforme dell’uomo e del suo rapporto con lo scorrere del tempo, con le sue rivoluzioni, le sue conquiste, le sue piccole e grandi battaglie quotidiane: ed è proprio questa la cifra che pare accompagnare il film nel suo sviluppo, la capacità di cogliere il micro e macrocosmo che si avviluppa attorno al vivere del singolo e come le dinamiche di quest’ultimo vengano messe in discussione dall’impatto con la comunità e con le sue tumultuose vicissitudini. Al centro del quadro il concetto di “centro storico” come nucleo sospeso e al contempo in divenire, non necessariamente cristallizzabile nella concezione “urbanistica” del termine ma piuttosto identificabile in quella terra di confine dove memoria e ricordo si intrecciano, le incongruenze del presente si raggrumano e il passato tende a scolorire nei toni della malinconia.

Aki Kaurismäki con O Tasqueiro si perde nel centro storico di Guimarães seguendo la giornata monotona e frustrata di un oste solitario. Il locale desolatamente vuoto eccezion fatta per i soliti abitudinari e silenziosi avventori alla ricerca di un bicchiere di vino a buon prezzo, la ricerca della formula giusta per rendere più accattivante l’osteria, la speranza in una serata diversa infranta a una fermata dell’autobus ma la consapevolezza che si può trovare la propria realizzazione anche nelle minime e sporadiche gioie quotidiane: sospeso, taciturno, sottilmente ironico e profondamente malinconico, il segmento di Kaurismäki fotografa l’uomo e la città, la solitudine nella moltitudine, la difficile convivenza con l’incedere dei meccanismi della concorrenza e con l’evoluzione del mercato.

Tutt’altro carattere per Lamento da vida jovem di Pedro Costa, una parentesi claustrofobica e surreale dall’impianto estremamente teatrale che nello spazio chiuso dell’ascensore di un ospedale fa nascere una riflessione storico-politica sulla guerra, l’immigrazione, il razzismo, la paura: mentre i giovani combattenti si addentrano nel labirinto della foresta, il soldato capoverdiano Ventura racconta il suo passato imprigionato fra rimpianti e rimorsi. Dialogando con i fantasmi della sua memoria l’uomo evoca l’idealismo, la speranza per il crollo del regime (il riferimento è alla Rivoluzione dei Garofani del 1974) ma anche la sofferenza, enfatizzata dalla rassegnazione per la morte imminente, in una danza dell’assurdo dove presente e ricordi si confondono.

Víctor Erice invece trae la propria ispirazione da un luogo, la cosiddetta “fabbrica dei vetri rotti” ovvero l’ex Fábrica de Hilados y Tejidos sul Río Vizela, una volta polo cruciale della produzione tessile in Europa e adesso monumento di archeologia industriale dopo la chiusura degli stabilimenti nel 2002: Vidros partidos è l’affresco di un’umanità operaia umile e dignitosa, spontanea nei racconti di quei ricordi tanto simili gli uni agli altri eppure così personali e speciali. Le storie di operai di generazioni diverse che nel corso degli anni hanno lavorato fra telai e macchinari per la filatura vanno ad arricchire la fotografia di una realtà locale ormai spazzata via dalle dinamiche di globalizzazione del mercato e della manodopera, ridefinendo i confini di una realtà tanto dura e straziante quanto solida e presente: la disoccupazione, gli stenti di una vita, la difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia. Ma per chiudere il cerchio Erice si affida alla staticità eterna e sospesa di una fotografia scattata a inizio secolo agli operai della fabbrica: si stagliano sullo schermo i  loro sguardi seri, fieri, talvolta velati da tristezza, talvolta semplicemente provati dalla stanchezza, fantasmi tangibili di un passato recente che attraverso il sacrificio ha consentito l’affermazione di diritti e tutele per le successive generazioni di lavoratori, il cui destino rimane tuttavia in balia della volubilità del futuro.

La zampata finale, ironica e dissacrante, è affidata a Manoel de Oliveira che con O conquistador, conquistado gioca con il surrealismo del presente e con il rapporto fra la città e i suoi “fruitori esterni”, i turisti: una guida turistica accompagna i visitatori nel centro storico di Guimarães, pedinato da una massa indistinta di individui armati di macchina fotografica che paiono più concentrati ad accumulare scatti che non a cogliere la vera natura di quello che osservano. Quando l’uomo raggiunge la statua di Alfonso I – letteralmente assediato dai flash dei vacanzieri – si rende conto della beffarda realtà: il Conquistatore è stato conquistato. Delicato e aggraziato, mai lezioso o gratuito, de Oliveira dimostra ancora una volta di saper lavorare sull’essenza delle piccole cose, raccontando le contraddizioni di un presente dove all’urgenza di manifestare la propria presenza e la propria fattiva partecipazione al vivere (sarà la filosofia del “pics or it didn’t happen”?) si somma il sovraffollamento di stimoli e di smanie.

Concepito nell’ambito dei progetti per “Guimarães Capitale Europea della Cultura”, Centro histórico sviluppa un percorso interessante sul diverso respiro che può essere attribuito alle storie e lo fa grazie a un sapiente utilizzo dell’arte come catalizzatore della realtà e della finzione: un esperimento collettivo simbolico che, affrontando il dramma e la levità con stile appropriato e piacevolmente discontinuo, sa cogliere la dimensione comune del progetto che pur nella varietà dei vari segmenti dimostra di poter contare su una solida cornice, all’interno della quale la creatività e l’espressività dei vari cineasti si mettono a servizio di un omaggio a Guimarães che ben presto prende le forme di un viaggio appassionante nelle storie di singoli individui.

Info
Il trailer di Centro histórico.
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