La scoperta dell’alba

La scoperta dell’alba

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La scoperta dell’alba racconta un viaggio di formazione atipico, la riscoperta del proprio passato, il confronto con la propria storia personale e con l’idealizzazione delle figure cardine dell’infanzia e finisce per dare vita a un’incursione nel ricordo collettivo…

Al telefono

Roma, 1981: il Professor Mario Tessandori viene ucciso con sette colpi di rivoltella da due brigatisti, nel cortile dell’università e sotto gli occhi di tutti. Muore tra le braccia di Lucio Astengo, suo amico e collega. Poche settimane dopo, Lucio Astengo scompare nel nulla. Roma 2011: le figlie di Astengo, Caterina e Barbara mettono in vendita la casa al mare della famiglia. Lì c’è ancora un telefono di cui Caterina solleva la cornetta, scoprendo che dà segnale di libero. Il fenomeno è inspiegabile: per gioco, le viene in mente di provare a fare il numero della loro casa di città di trent’anni prima e dall’altra parte sente squillare. Le risponde una voce di bambina: è lei, a dodici anni, una settimana prima della scomparsa del papà.  [sinossi]

Un salto indietro nel tempo, la possibilità di rimettersi in contatto con il proprio passato con la speranza di poter intervenire sul destino correggendo, migliorando, addirittura magari con l’ambizione di riuscire a salvare qualcuno (una persona cara ma forse anche se stessi): stando alle sue dichiarazioni è stato questo l’elemento che più ha colpito e impressionato Susanna Nicchiarelli nella lettura de La scoperta dell’alba, il romanzo di Walter Veltroni che, alternando toni da thriller a quelli propri del racconto socio-politico, cercava di tratteggiare il ritratto di un uomo comune schiacciato dal dolore di un trauma irrisolto, quello dovuto alla scomparsa del padre, forse rapito dalle Brigate Rosse.
La regista romana, al suo secondo lungometraggio dopo il successo di Cosmonauta, ribalta le prospettive del romanzo – trasforma il protagonista in una donna malinconica e un po’ inquieta, alle prese con un fidanzato tanto affettuoso quanto imprevedibile e con una sorella minore che non pare voler superare la fase della ribellione e della fuga dalle proprie responsabilità – ma mantiene intatta la struttura di partenza del testo, quell’idea di ricongiungimento con il passato con la possibilità di una seconda chance sugli eventi: La scoperta dell’alba si confronta con una pagina buia della storia italiana e – pur facendo riferimento a fatti di fantasia – ricostruisce l’atmosfera di quegli anni in una Roma nervosa e tormentata. La Nicchiarelli però non sembra voler inseguire una panoramica a 360° su questo capitolo del passato recente, prediligendo una linea più intima e privata, che andasse a scavare nei ricordi e nella sensibilità di una protagonista dall’animo profondamente ferito e che a distanza di trent’anni ancora non riesce a trovare la serenità: attraverso le irrisolutezze di Caterina (Margherita Buy) e di sua sorella Barbara (interpretata dalla stessa regista) il film finisce per raccontare l’epopea minimale di due donne strappate via dall’infanzia e condannate a decenni di interrogativi senza risposte, il dramma di un’intera famiglia che ha visto scomparire da un giorno all’altro “l’uomo di casa”, come inghiottito da un mostro senza volto e senza nome. Susanna Nicchiarelli però non cede alla facile retorica, dimostra di saper lavorare con gusto e attenzione alla ricostruzione storica e lascia che la storia si dipani con naturalezza e semplicità, grazie a un puntale lavoro di sfoltimento del materiale del testo di partenza che rende la narrazione sicuramente più fluida e meno lacrimevole, alternando con sapienza parentesi più leggere agli sviluppi più drammatici e rifuggendo tutti quegli spunti e quegli espedienti che avrebbero potuto rendere più melodrammatica e accorata la vicenda.

Come in Cosmonauta la Nicchiarelli sfrutta il contesto “vintage” per raccontare gli slanci e alcuni dei leit motiv di quegli anni (in Cosmonauta gli anni Sessanta e il sogno di conquista, ne La scoperta dell’alba gli anni Ottanta con la contrapposizione fra la cupezza della cronaca e il desiderio di totale evasione e leggerezza) ma stavolta al film sembra mancare la zampata di originalità e freschezza dell’esordio e malgrado l’accuratezza del progetto risulta più difficile farsi conquistare dall’intreccio: la sensazione è quella di un esperimento riuscito solo parzialmente, che manca di incisività pur avendo sicuramente il pregio di mettersi in gioco con grande semplicità anche nei suoi tratti più estremi (su tutti l’elemento surreale su cui si impernia l’intera vicenda: Caterina grazie al telefono “d’epoca” riesce a rimettersi in contatto con la bambina che è stata). Il film trova la sua dimensione quando lascia spazio senza compiacimenti ai sentimenti delle quattro donne protagoniste (due bambine intelligenti e giustamente ingenue e due adulte rese coriacee dalla vita ma non per questo meno fragili e sensibili), peccato però che poi soprattutto nella seconda metà il film inizi ad arrotolarsi nel suo sviluppo, cadenzato da colpi di scena che non sempre  sembrano riuscire davvero a scuotere la narrazione e a rimettere in discussione gli equilibri del film e che invece finiscono per appesantirne inutilmente la struttura che alla fine esce indebolita dal progressivo accumularsi di sotto-trame.

La scoperta dell’alba racconta un viaggio di formazione atipico, la riscoperta del proprio passato, il confronto con la propria storia personale e con l’idealizzazione delle figure cardine dell’infanzia e finisce per dare vita a un’incursione nel ricordo collettivo, senza la pretesa di restituire senso al respiro storico degli eventi ma limitandosi a una rapida scorsa pop al passato recente, dando vita a una favola che lega il presente agli anni di piombo ma che pur con qualche spunto interessante finisce spesso per smarrire la propria direzione.

Info
Il trailer de La scoperta dell’alba.
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