Drug War

Drug War

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Drug War è un film fondamentale per il nuovo corso del cinema cinese: per la prima volta il pessimismo cosmico del noir e del poliziesco di Hong Kong non vengono colorati di rosa confetto durante il passaggio dalla piccola città-stato alla Mainland China. Anzi, To si permette di disquisire di droga e pena di morte, due argomenti su cui il governo centrale di Pechino preferirebbe il silenzio mediatico e artistico.

A Hero Always Dies

Ming, cinico trafficante di droga, si schianta in auto contro un negozio dopo l’esplosione del suo laboratorio dove si fabbrica eroina. Si salva la vita, ma ha la moglie e il cognato bloccati dentro la fabbrica. Lei, funzionario di polizia intelligente e attento, prova a rintracciare gli altri criminali offrendo a Ming l’opportunità di ridurre la pena detentiva. Ming decide di aiutarlo, tradendo tutti i suoi fratelli, ma all’ultimo minuto… Un viaggio all’interno del labirinto di mafia e traffici illegali, il primo film cinese che osa parlare apertamente di droga. [sinossi]

Per quanto possa senza dubbio apparire come un gioco sterile e fine a se stesso, sarebbe interessante porre Drug War a fianco di Bullet to the Head, la splendida incursione nel noir di Walter Hill. Presentati entrambi alla settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (il primo in corsa per l’assegnazione del Marc’Aurelio d’Oro e il secondo fuori concorso), Drug War e Bullet to the Head condividono non solo il genere di appartenenza, ma anche l’indole dalla quale traggono la forza necessaria per trovare forma e contenuto: se infatti Hill ha portato in scena una creatura fuori tempo massimo, che sembra partorita dall’industria hollywoodiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, To rinverdisce l’action hongkonghese trapiantandolo nella Cina continentale e tornando al genere a distanza di tre anni da Vendicami. In questo lasso di tempo era stato possibile imbattersi nella rom-com Don’t Go Breaking My Heart, nella riflessione sulla crisi economica Life Without Principle e nel dramma sentimentale Romancing in Thin Air, visto in Italia quest’anno ai festival di Udine e Trento: tre opere che giustificavano, seppur parzialmente – come sempre quando si ha a che fare con registi iper-produttivi – una leggera preoccupazione nei confronti della deriva autoriale del più importante regista hongkonghese degli ultimi quindici anni.
Invece, nonostante i presagi più o meno foschi, la cinquantunesima incursione dietro la macchina da presa di Johnnie To (la prima, il sottostimato wuxia The Enigmatic Case, risale al 1980), si rivela come la più soddisfacente visione del concorso romano, in compagnia di Lesson of the Evil di Takashi Miike, Celestial Wives of Meadow Mari di Aleksei Fedorchenko ed Eternal Homecoming di Kira Muratova: un poliziesco teso, duro, privo di qualsiasi compromesso, diretto con la consueta classe da parte di To. A svelare le intenzioni di To (coadiuvato in fase di sceneggiatura dal fedele sodale Wai Ka-fai, che questa volta – al contrario di quanto avvenuto spesso e volentieri – non è però accreditato per la co-regia) provvede già l’illuminante incipit: un’automobile, con alla guida un uomo evidentemente confuso dall’assunzione di qualche sostanza psicotropa, sbanda ripetutamente per le strade di una città fino a schiantarsi in un ristorante. Tutto questo mentre al casello autostradale del medesimo centro urbano la polizia antidroga tende un’imboscata a un pullman carico di trafficanti, e mentre due poliziotti di un’altra città inseguono un camion che trasporta materiale per la raffinazione di cocaina ed eroina. In questo vero e proprio marasma narrativo – i tre diversi sub-plot si fonderanno ben presto in uno solo, trascinando il film su ritmi a tratti difficilmente sostenibili – To si muove con un’eleganza rara, inanellando una sequela pressoché infinita di intuizioni visivi illuminanti, movimenti di macchina inattesi e sorprendenti, cambi di registro improvvisi. Una danza in piena regola, orchestrata con un gusto scenografico che testimonia una volta di più l’assoluta padronanza del mezzo – e degli stilemi del genere – da parte di To.

Per quanto basterebbe con ogni probabilità la sublime messa in scena per giustificare l’entusiasmo nei confronti di Drug War, il film può contare su una sceneggiatura scritta in punta di penna: il modo in cui vengono tratteggiati i personaggi (principali e non) non trova molti paragoni possibili nel cinema action contemporaneo, e alcune sequenze sbalordiscono per la capacità di muoversi su diversi registri, passando senza soluzione di continuità dagli aspetti più patetici del dramma a una comicità sulfurea e contagiosa. Si prenda ad esempio la doppia sequenza con protagonista prima il vero Ha-ha e poi il poliziotto Lei costretto a vestirne i panni per trarre in inganno i trafficanti di droga: il tono generale della scena sfiora i confini dell’opera buffa, anche per via della personalità istrionica di Ha-ha, ma allorquando Lei è costretto a sniffare alcune strisce di cocaina per compiacere il portavoce del principale ricercato, fino a terminare a terra in preda a convulsioni, il tono muta radicalmente nello spazio di un taglio di montaggio. Lo stesso discorso può valere per la bellissima sequenza in cui Ming va a trovare i suoi scherani, due fratelli sordomuti, e finisce per condividere con loro la cena e il rituale in memoria della moglie morta nell’incendio della sua fabbrica illegale. Dimostrazioni evidenti di una cura nella costruzione (anche interna) delle sequenze che non ha mai nulla di dozzinale, riciclato o improvvisato. Johnnie To non sembrava così in forma dai tempi di Exiled, e se Drug War non può forse ambire a raggiungere l’empireo del regista di Hong Kong – rappresentato, per chi scrive, dal già citato Exiled, Election 2, PTU e The Mission – sicuramente si attesta poco sotto queste straordinarie vette autoriali, alla pari di gioielli purissimi quali A Hero Never Dies, Election, Fulltime Killer, Breaking News, Throw Down e Mad Detective. Oltre alle sequenze già citate rientrano fin da adesso di diritto tra le scene da mandare a memoria e da trasformare in culto l’inseguimento all’interno dell’ospedale, la fuga dei fratelli sordomuti dalla polizia e ovviamente la carneficina finale, scontro a fuoco duro e concitato, in cui tutti (buoni o cattivi che siano, se questa distinzione può avere un qualche senso in un’operazione cinematografica simile) trovano la morte per mano dei propri antagonisti. Un’elegia della violenza che non cede mai alla fascinazione per la stessa, tratteggiata con asciuttezza e desaturata di quel gusto per l’epos che aveva reso indimenticabili alcuni dei capolavori del passato.

Drug War è inoltre un film fondamentale per il nuovo corso del cinema cinese: per la prima volta il pessimismo cosmico del noir e del poliziesco di Hong Kong non vengono colorati di rosa confetto durante il passaggio dalla piccola città-stato alla Mainland China. Anzi, To si permette di disquisire di droga e pena di morte, due argomenti su cui il governo centrale di Pechino preferirebbe il silenzio mediatico e artistico. Da questo punto di vista la sequenza finale, con la messa in scena dell’esecuzione legalizzata tramite iniezione di veleno – dopo che il film aveva passato la precedente ora e mezza a mettere alla berlina gli omicidi e la droga come elemento di svago dalla realtà – rappresenta un pugno nello stomaco difficile da sopportare, e una critica neanche troppo velata alle scelte del governo cinese. Per tutto questo, e forse per molto altro ancora, non riconoscere la grandezza di Drug War potrebbe essere un errore di cui pentirsi amaramente negli anni a venire…

Info
Il trailer di Drug War.
Drug War su facebook.
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