Goltzius and the Pelican Company

Goltzius and the Pelican Company

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La ricerca linguistica di Greenaway e l’interesse per le nuove tecnologie raggiungono con Goltzius and the Pelican Company il punto più elevato della sua carriera. Il transfert continuo tra l’oggi e l’allora, tra il noi e il loro, trapela anche dalla curiosità per gli strumenti adottati per raggiungere, in fondo, sempre le medesime finalità.

Dell’arte e dell’eros

Hendrik Goltzius è un tipografo olandese del tardo Cinquecento, autore di incisioni di stampe erotiche. Contemporaneo e sicuramente all’epoca più famoso di Rembrandt, Goltzius convince il Margravio di Alsazia a finanziare la pubblicazione di libri illustrati. In cambio, gli promette uno straordinario libro di dipintie illustrazioni di storie bibliche del Vecchio Testamento: i racconti erotici di Lot e le sue figlie, di Davide e Betsabea, di Sansone e Dalila e di Salomé e Giovanni Battista. Ad allettare il Margravio è soprattutto la promessa di Goltzius di mettere in scena per la sua corte l’intera opera. [sinossi]

Cinema e arti visive. La sperimentazione linguistica nel campo delle immagini e dei suoni, la ricerca di nuove soluzioni formali e stilemi in grado di svecchiare la settima arte proiettandoci verso un futuro, sta andando sempre più in questa direzione. E Peter Greenaway, regista gallese di formazione pittorica, ce ne dà la sua dimostrazione più riuscita con Goltzius and the Pelican Company, in concorso nella sezione CinemaXXI al Festival Internazionale del Film di Roma.
L’interesse di Greenaway per l’arte è fervido e incontenibile, e supera di gran lunga i pur pregevoli esempi di tableaux vivant che sono stati recentemente oggetto di rappresentazione. Dopo l’esperienza di Nightwatching, dedicato alla vita di Rembrandt e alla genesi del suo celebre dipinto La ronda di notte, ma soprattutto sviluppando le intuizioni visuali che già facevano capolino dall’installazione multimediale dedicata a L’Ultima cena di Leonardo del 2008, il regista torna a interessarsi all’arte del ‘500, scegliendo la figura di Hendrick Goltzius, tipografo olandese di fine secolo che, precorrendo i Larry Flint dei giorni nostri, realizzò un significativo numero di stampe erotiche dopo aver convinto il Margravio di Alsazia a finanziare la pubblicazione di libri illustrati. In cambio, Goltzius promise un libro di illustrazioni di storie bibliche del vecchio Testamento ma soprattutto la messa in scena dell’intera opera a diletto della corte. Questo è lo spunto da cui Greenaway parte per investigare a fondo sull’erotismo, tema cardine nella poetica dell’autore, che viene qui rapportato anche all’idiosincrasia della Chiesa per il sesso.

Goltzius mette in scena sei episodi biblici, ognuno emblema di un tabù. Voyeurismo, incesto, adulterio, pedofilia, prostituzione e necrofilia, ciascuno associato a un episodio specifico: Adamo ed Eva, Lot e le sue figlie, Davide e Betsabea, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Sansone e Dalila, Salomè e Giovanni Battista. Con divertito e divertente “understatement” e senza alcuna ombra di volgarità, l’autore intesse una complessa tela multi-strato in cui si intrecciano linguaggi, livelli di lettura, storie e composizioni pittoriche. Attraverso lo sguardo del Margravio che filtra il nostro punto di vista, lo spettatore è esplicitamente invitato a riconsiderare la propria posizione, sui temi proposti e altri che ne conseguono, come quello della libertà di espressione con cui i protagonisti della storia  dovranno man mano fare i conti. Goltzius mette in guardia lo spettatore fin dall’inizio, ammonendolo da eventuali pregiudizi moralisti che possano comodamente celarsi nel buio della sala. Con lo sguardo dritto in camera espone quello che è il primo tabù, il voyeurismo, e chiede: “Is the theatre the legitimate place where we permit ourselves to be licensed voyeurs?”. Che suona come: è il “cinema” il posto giusto dove possiamo permetterci di essere legittimi voyeur? Messa così a tacere ogni possibile replica, Greenaway/Goltzius esplorano le tentazioni della carne e le conseguenze più estreme cui possono portare le umane “debolezze”.
La ricerca linguistica di Greenaway e l’interesse per le nuove tecnologie raggiungono in quest’opera il punto più elevato della sua carriera. Il transfert continuo tra l’oggi e l’allora, tra il noi e il loro, trapela anche dalla curiosità per gli strumenti adottati per raggiungere, in fondo, sempre le medesime finalità. L’erotismo, da sempre, cattura l’interesse del pubblico mentre produce un ritorno economico a chi lo offre.

È La legge economica della domanda e dell’offerta. La tecnologia del ‘600 era la pittura a olio e la rappresentazione dell’eros in varie forme ed espressioni trovava concreta realizzazione nel dipinto, evoluta poi in fotografia nell’800, nel cinema nel ‘900 arrivando infine agli strumenti digitali dei giorni nostri.
E la tecnologia è ben presente in quest’opera, non solo a livello diegetico ma soprattutto come elemento di ricerca formale che conferisce al film un’estetica raffinatissima e particolarmente innovativa. Immagini “multilayers”, suoni e parole a rincorrersi, creando un continuo gioco di luci, ombre e colori. Lo studio cromatico si alterna o si sovrappone all’uso portentoso dello screen text, i corpi nudi degli attori si fanno schermi o tele da dipingere o integrare nello spazio, le strutture architettoniche sono studi prospettici che rimandano direttamente alla pittura rinascimentale e che farebbero impallidire qualsiasi blasonato film in 3D. Le location, capannoni dismessi diventano scenari cinqucenteschi grazie all’ausilio della grafica 3D, si prestano alla reinvenzione del concetto stesso di spazio filmico. C’è di tutto: dalla semplicità di uno spoglio stage in cui drammatizzare la scena, a un ridondante, stupefacente, convincente spazio virtuale evocato mediante la scomposizione  esponenziale dell’inquadratura. Certamente deve aver dato il suo apporto il direttore della fotografia, Reinier van Brummelen, storico collaboratore che ha accompagnato il regista in molti dei suoi progetti, convergendo nella direzione sperimentale intrapresa. E notevole anche il lavoro musicale di Marco Robino che non fa rimpiangere i più noti predecessori Philip Glass e Michael Nyman. Non si possono infine non citare tutti gli straordinari interpreti del film, poco noti fatta eccezione per Murray Abraham, ma capaci di un lavoro veramente impeccabile quanto comprensibilmente ostico.
Un’opera da vedere e rivedere per poterne apprezzare appieno le infinite possibilità oppure da addentare voracemente come si trattasse del frutto proibito…

INFO
Il trailer italiano di Goltzius and the Pelican Company.
Goltzius and the Pelican Company su facebook.
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