Judge Archer

Judge Archer

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In The Sword Identity, il primo diretto da Xu Haofeng, al centro dello script c’era il tentativo di contrapporre la tradizione con il moderno, il passato con il presente, mentre Judge Archer si concentra sul confronto tra il mondo interiore e quello esteriore. Il film è ambientato negli anni Venti, l’ultimo periodo storico in cui le antiche armi cinesi sono state utilizzate nei combattimenti.

Equo ma non solidale

Fra le antiche armi cinesi, le spade rappresentano le qualità personali e le lance indicano il potere politico; il conflitto tra spade e lance si pone come lo scenario di questo racconto. Liu Baiyuan, il cui simbolo è la freccia, risolve le dispute che nascono tra le diverse scuole di arti marziali. Nonostante sia in grado di risolvere questi conflitti, egli ha grandi difficoltà a gestire i propri affari personali: quando deve relazionarsi alla sorella che ha subito una violenza sessuale, non sa se scegliere lei o far prevalere l’orgoglio. Nel frattempo, rimane coinvolto in un complotto omicida e, lungo la sua strada, incontra ripetutamente una donna. Nonostante si sia raccomandato di evitare ogni coinvolgimento, si innamora di lei, mandando a monte l’omicidio programmato... [sinossi]

Difficile scovare nel filone del wuxiapian una pellicola come Judge Archer, perché rappresenta un’occasione rara di trovarsi al cospetto di un approccio di tipo filologico nella sterminata produzione cinese del cinema di arti marziali. Presentata nel concorso della sezione CinemaXXI, l’opera seconda di Xu Haofeng dopo The Sword Identity (visto alla 68esima Mostra di Venezia), è un cappa e spada che sceglie una strada alternativa rispetto a quella percorsa abitualmente dal genere nel quale va ad iscriversi, soprattutto dal punto di vista dei combattimenti e dello stile che li caratterizza. Non nuovo a sorprese, infatti, il regista asiatico aveva già avuto la possibilità di spiazzare lo spettatore con il film precedente, epurando di fatto da un wuxia come appunto The Sword Identity qualsiasi forma di rappresentazione marziale a favore di un’ibridazione inclassificabile che dava una nuova veste al filone rinnovandola dalle fondamenta. Lì si virava persino verso il chanbara, ripulendo la narrazione dalle vistose tracce di magniloquenza epica e melodrammatica che solitamente caratterizzano il dna filmico e drammaturgico di questa tipologia di cinema, tanto da arrivare a escludere le suddette tracce sia dalla scrittura che dalla messa in quadro. In particolare, nel film del 2011 i combattimenti lasciano spazio al gesto ginnico, allo scontro armato e non vengono preferiti duelli corporei che assumono l’aspetto di danze di corteggiamento o di allontanamento, di ammonizione e di riavvicinamento. Tutto assume i toni di una farsa teatrale, concepita da Xu come satira mirata a prendersi gioco dell’essenza primigenia del combattimento e di chi se ne serve da secoli per ottenere questo o quell’altro scopo.

Judge Archer preferisce riportare il concetto e la manifestazione concreta del duello su un registro serio, ma allo stesso tempo differente da quello che alimenta solitamente il genere in questione, ossia irrealmente contaminato da derive immaginifiche e a tratti fantasy che permettono ai personaggi di librarsi in aria grazie al sostegno del wire work per battagliare. Qui c’è il desiderio di mostrare e raccontare l’arte marziale e i suoi esponenti, il come si combatte e perché si decide di farlo. In The Sword Identity al centro dello script c’era il tentativo di contrapporre la tradizione con il moderno, il passato con il presente, mentre il film del 2012 si concentra sul confronto tra il mondo interiore e quello esteriore. Quest’ultimo parla di fede e della possibilità di salvezza attraverso la redenzione non terrena, bensì spirituale. Il film è ambientato negli anni Venti, l’ultimo periodo storico in cui le antiche armi cinesi sono state utilizzate nei combattimenti. Questa scelta ha permesso al film di mescolare la tipica ambientazione orientale con le influenze del genere western (uso dei grandi spazi), senza dimenticare il gongfu movie. 
Xu opta per coreografie veritiere non stilizzate, portando sullo schermo tecniche inedite, basti pensare al combattimento con i bastoni tra i due maestri nel quale l’arma non disegna nel suo offendere o difendere diametri ampi come si vede comunemente nei martial arts action con protagonisti gli Shaolin. Le arti marziali mostrate in questo film hanno caratterizzato il periodo tra 1912 e il 1928; per cui ci sono delle diversità tra le forme viste in questo film e quelle dei precedenti film di arti marziali. Alcune tipologie di competizione sono state filmate per la prima volta: per esempio quelle in cui gli avversari sono seduti (detto duello del legare e del rompere) e quelle in cui gli arcieri combattono gli artisti marziali con le lance saldate. Tutte queste pratiche sono state tramandate fino ai giorni nostri attraverso la scrittura o la tradizione orale. Anche in questo, si può notare la grande differenza tra Liu Baiyuan, Judge Archer e i tanti titoli del wuxia.   

In Judge, Archer, Xu si avvale della stessa pulizia ed eleganza della messa in quadro vista in The Sword Identity, con una regia asciutta e chirurgica nelle linee disegnate dalla macchina da presa nello spazio, che non disdegna guizzi stilistici come nel caso della soggettiva di Liu mentre scaglia le frecce. La sostanziale differenza risiede, invece, nella componente spettacolare che qui si manifesta chiaramente, ma senza assumere proporzioni preponderanti come ad esempio nel caso della trilogia wuxia di Zhang Yimou o del capolavoro di Ang Lee, La tigre e il dragone. È parte del plot, ma non lo fagocita mai. Qui c’è la volontà del regista di renderla parte integrante della storia e della sua messa in scena, al contrario di quanto espresso dal film del 2011 dove lo spettacolarità era bandita a scapito di una meta-teatralità farsesca e ironica. Degne di note tutte le scene di combattimento, una diversa dall’altra, che consentono alla platea di assistere a una carrellata di stili: dall’allenamento con le lance bendati al corpo a corpo tra i rishò, dal corpo a corpo tra i carretti nel bosco al tutti contro uno nella scuola Youshun. In definitiva, si tratta di opere agli antipodi, come agli antipodi è il modo di fare e concepire la Settima Arte per Xu Haofeng rispetto al panorama registico che lo circonda. Conferma della versatilità del cineasta cinese, capace come pochi di ritagliarsi un suo personale e riconoscibile spazio nella produzione nazionale e internazionale, anche quando abbandona la cinetica per dedicarsi alla letteratura. Non è un caso che sia un punto di riferimento per colleghi di entrambe le Arti per quanto riguarda il wuxiapian e la messa in scena del gesto marziale, ultimo in ordine di tempo Wong Kar-wai che lo ha voluto per la sceneggiatura della sua ultima e attesissima fatica dietro la macchina da presa, The Grandmaster.

Info
Il trailer di Judge Archer.

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