Chained

Chained

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Lynch riesce a sprazzi a dimostrare la volontà di non lasciarsi irretire dall’ovvio, senza essere in grado purtroppo di mantenere un’uniformità visiva e narrativa: Chained finisce ben presto per scivolarle via dalle mani, e se il temuto crollo non avviene mai completamente lo si deve solo alla straordinaria interpretazione di un flaccido e disgustoso Vincent D’Onofrio, perfetto nel ruolo del carnefice. Presentato al Torino Film Festival 2012.

Questa vita è una catena

Una donna e il suo bambino Tim un giorno prendono un taxi per tornare a casa. Ma hanno scelto il tassista sbagliato: infatti l’uomo, di nome Bob, li tramortisce e li porta nella sua casa isolata, dalla quale non usciranno più. Passano gli anni e il bambino cresce, incatenato. [sinossi]

In Italia il nome di Jennifer Lynch è legato essenzialmente a due memorie cinefile: il disturbante (e inutilmente pretenzioso) Boxing Helena, con cui esordì alla regia quasi venti anni fa, e il fatto di essere la figlia di David Lynch, tra i registi fondamentali all’interno della storia del cinema per quel che riguarda la riscrittura dell’immaginario della Settima Arte. Dopo essersi imbattuti in Boxing Helena, la maggior parte degli spettatori ha abbandonato al proprio destino l’allora venticinquenne Jennifer, che ha invece proseguito per la sua strada: quindici anni di silenzio pressoché totale, se si esclude qualche sortita televisiva, e poi il ritorno in scena con un trittico di opere destinate, a loro volta, a un duro scontro con il pubblico e la critica. Tra crime movie mascherati da mystery (Surveillance, 2008), horror declinati in chiave quasi comica (Hisss, 2010) e commedie al femminile (Girls! Girls! Girls!, 2011), la carriera della Lynch si è arricchita di titoli certamente non imperdibili ma che dimostrano la voglia di mettersi definitivamente in gioco nel calderone del cinema statunitense.
Per quanto il suo approccio alla regia differisca in maniera sensibile (sia per quel che concerne i canoni estetici che per la qualità intrinseca del lavoro) da quello paterno, è indubbio che la Lynch abbia sempre cercato di riallacciarsi alle atmosfere cupe e dissonanti del cinema di David Lynch: dettagli che si possono cogliere senza troppo sforzo nell’attenzione alla quotidianità del morboso, nella scelta delle scenografie, e nella volontà di mettere in scena un’America provinciale malsana e disadorna in cui il sogno si sta inevitabilmente trasformando in un incubo dal quale appare impossibile trovare una via d’uscita. Se questi elementi all’interno della poetica autoriale del regista di Velluto blu trovano una loro totale deflagrazione fino a ergersi a riflessione teorica sul senso stesso della messa in scena e sui meccanismi primari della finzione, nelle opere di Jennifer Lynch vengono ancora maneggiati con una certa malagrazia, goffamente e senza un reale controllo della macchina/cinema.

Lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio anche Chained, presentato alla trentesima edizione del Torino Film Festival e scelto come ideale apertura della sezione Rapporto confidenziale, quest’anno dedicata a ossessioni & possessioni: ossessioni e possessioni che sono uno dei punti su cui si fonda l’intero senso del film. La storia del piccolo Tim, che viene sequestrato da un maniaco insieme a sua madre e, dopo che questa è stata seviziata e uccisa, viene tenuto dall’assassino come figlioccio/prigioniero, costretto ad assistere alle turpi gesta dell’uomo, fa tornare alla mente un titolo presentato proprio all’ombra della Mole in anteprima italiana lo scorso anno, Bereavement di Stevan Mena. Anche in quel caso lo script ruotava attorno a un giovane schiavo/complice, tenuto in sequestro da un serial killer pronto a fare strage di ragazze, e anche in quell’occasione il risultato finale lasciava alquanto a desiderare. Tornando a Chained, l’idea di voler ragionare su un tema abusato e al contempo puramente di genere con un occhio asettico, poco interessato ai risvolti thriller della vicenda e ben più affascinato dalle potenzialità espressive di un rapporto allo stesso tempo di odio e dipendenza, poteva risultare a conti fatti vincente. Dopotutto la Lynch riesce a sprazzi a dimostrare la volontà di non lasciarsi irretire dall’ovvio, senza essere in grado purtroppo di mantenere un’uniformità visiva e narrativa: il film finisce ben presto per scivolarle via dalle mani, e se il temuto crollo non avviene mai completamente lo si deve solo alla straordinaria interpretazione di un flaccido e disgustoso Vincent D’Onofrio, perfetto nel ruolo del carnefice. Anche il giovane Eamon Farren, che interpreta Rabbit oramai adolescente (Rabbit è il nomignolo che Bob affida al ragazzino: Bob e Rabbit, vale a dire altri due riferimenti palesemente lynchiani, nel senso paterno dell’aggettivo), cerca di dare spessore al proprio personaggio, ma nel suo caso si tratta quasi di un’impresa disperata.
Perché Jennifer Lynch si limita, dopo aver ambito a un discorso sulla mente umana e sul desiderio inconscio al controllo, a tagliare personaggi e situazioni con l’accetta, come dimostra il finale a sorpresa, completamente fuori contesto e privo di una costruzione quantomeno credibile. Un peccato, ma anche la conferma che a volte i figli dovrebbero limitarsi a non seguire le orme dei loro genitori…

Info
Il trailer di Chained.

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