Mother

Mother è una riflessione teorica e pratica sullo stato del documentario nell’ex reame del Siam: già assistente di Thunska Pansittivorakul, Vorakorn Ruetaivanichkul sembra voler rinverdire la stirpe di cineasti attenti alle evoluzioni della contemporaneità ma mai proni di fronte all’immagine filmata.

Il cordone ombelicale

Dopo un fallito tentativo di suicidio, la madre del giovane regista del film è rimasta invalida. La sua vita e di riflesso quella della sua famiglia sono state così senate dalla malattia mentale della donna, che l’ha portata a subire frequenti ricoveri in clinica psichiatrica, negli stessi anni in cui, alla fine del Ventesimo Secolo, la crisi economica ha colpito la Thailandia e il resto dell’Est asiatico. [sinossi]

Una videocamera si aggira per le strade di Bangkok, passando accanto ai negozi aperti, superando pedoni e macchine parcheggiate, fino ad arrivare a un palazzo, nel quale entra: salite le scale in modo affannoso, si trova in una stanza dove una donna e un uomo si rivolgono al cameraman, il quale a sua volta chiede informazioni riguardo sua madre, per poi salire un’ulteriore rampa di scale e raggiungere la camera da letto della donna. Inizia in questo modo, con un piano sequenza vertiginoso quanto volutamente sporco e sinceramente “reale”, Mother, primo lavoro sulla lunga distanza per il giovane cineasta thailandese Vorakorn Ruetaivanichkul. Appena ventitreenne, Ruetaivanichkul dimostra già di avere le idee piuttosto chiare, lavorando un materiale così  personale da mettere a repentaglio le più basilari regole dell’intimità: lo spunto documentario, ovvero il tentato suicidio della madre del regista, gettatasi dalla finestra e rimasta a causa dell’impatto con il terreno invalida, diventa ben presto il pretesto per muovere i primi passi nel mondo della messa in scena e dell’arte cinematografica. Come se lo strappo dal ventre materno – inseguito, bramato, rifiutato e agognato fino allo spasimo in un film che vive sempre sulla sottile dicotomia tra amore e repulsione, affetto e distacco, senso di colpa e nichilismo – stesse a sintetizzare al proprio interno anche la necessità da parte di Ruetaivanichkul di mettersi in gioco in prima persona, Mother si trasforma passo dopo passo in un caleidoscopio impazzito sulle distonie di un mondo a suo modo inafferrabile.

Attraversato da un’anima lirica e straziante, Mother perde ben presto i connotati canonici del documentario, abbandonando senza rimpianti la via della ripresa pedissequa del reale per lasciarsi condurre per mano nel calderone – ben più salvifico, per quanto indubbiamente pericoloso – della ricostruzione (artificiosa, non c’è dubbio, ma non per questo meno sincera) del reale:  Ruetaivanichkul arriva a mettere addirittura in scena il salto nel vuoto della madre: una forzatura degli schemi preordinati del genere che ad alcuni potrebbe apparire insopportabile, forse addirittura pornografica nella sua riproposizione puramente scopica di un atto umano naturale e irrimediabile, eppure non si ha mai l’impressione che sia un voyeurismo esibizionista e spicciolo a guidare le azioni del giovane autore. Al contrario, quando verso la fine del film è proprio il figlio a stendersi supino nella stessa identica posizione assunta dalla madre dopo la terribile caduta, quello sguardo perso nel vuoto, incapace di comprendere fino in fondo il gesto ma desideroso di non lasciar sfilacciare gli ultimi legacci che lo avvincono alla donna, racchiude al suo interno tutta la poetica dolente tristezza di un lavoro che si permette di tutto (nella fantasmagoria visiva di  Ruetaivanichkul non mancano pesci che fluttuano a mezza altezza nell’aria, deviazioni poetiche immerse in un bianco e nero glaciale e rilucente allo stesso tempo, riferimenti mitici come quello al toro bronzeo di Falaride, tiranno di Akragas) senza però perdere mai di vista la compattezza dell’insieme o il senso etico/estetico dell’opera.

A suo modo, infine, Mother è anche una riflessione teorica e pratica sullo stato del documentario nell’ex reame del Siam: già assistente di Thunska Pansittivorakul, Vorakorn Ruetaivanichkul sembra voler rinverdire la stirpe di cineasti attenti alle evoluzioni della contemporaneità ma mai proni di fronte all’immagine filmata. In questo senso i ringraziamenti finali al già citato Thunska Pansittivorakul, ad Apichatpong Weerasethakul e a Wit Pimkanchanapong possono essere letti come una dichiarazione ideologica di appartenenza a un mondo del cinema distante dalle sirene dell’industria ma vitale, inventivo, capace di imprigionare la realtà senza divenirne schiavi.

Info
Il trailer di Mother.
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