Abigail Harm

Abigail Harm

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Abigail Harm di Lee Isaac Chung è una storia oscura e dolcissima allo stesso tempo, con una protagonista difficile da dimenticare. Al Torino Film Festival.

Angeli senza ali

Abigail Harm vive ai margini della città e conduce un’esistenza ritirata, quasi nascosta, lavorando come lettrice per non vedenti. Suo padre è prossimo alla morte. Il suo più grande sogno è avere un uomo al suo fianco da amare. Un giorno uno straniero bussa alla porta: lei lo accoglie e lo ospita. Costui le racconta un’antica leggenda secondo cui chi dovesse incontrare una creatura celeste e sottrarle la veste ne diventerebbe l’amante. Di lì a poco un altro sconosciuto entra nella sua vita… [sinossi]

Al termine della visione di Abigail Harm, terzo lungometraggio del cineasta statunitense Lee Isaac Chung, c’è un solo dato certo e condivisibile, e riguarda l’impossibilità che il film trovi un canale distributivo in Italia, anche solo affidandosi esclusivamente al mercato dell’home video. Non che ci sia nulla di cui stupirsi, dopotutto, tanto più che non si sta parlando di un capolavoro misconosciuto destinato a rimanere invisibile per il pubblico italiano poco propenso agli acquisti dall’estero e al download selvaggio: Abigail Harm è un’opera affascinante, complessa ma non priva di difetti o di lati oscuri. Eppure l’impressione netta è che la storia della dolce Abigail, che in attesa di trovare qualcuno da amare si dà da fare come lettrice per persone che hanno perso la vista, arricchirebbe di molto il bagaglio culturale dello spettatore medio italiano, in quanto permetterebbe di aprire gli occhi – compito essenziale per un film che ragiona interamente sul “visibile” – sulla magmatica e stratificata realtà del cinema indipendente a stelle e strisce. Laddove l’indie si è progressivamente certificato come codice estetico riconoscibile e del tutto avulso dai tentativi di evadere dall’universo delle major, film come Abigail Harm (scelto in questo caso come semplice paradigma, visto e considerato che lavori di questo tipo rappresentano una consistente fetta della produzione, dalle coste della California a New York) dimostrano di affidarsi ancora solo o soprattutto a un codice etico, della produzione e della messa in scena.

E proprio di etica sembra giusto parlare nell’affrontare la giovane carriera di Lee Isaac Chung: dopo essere approdato con il proprio lavoro d’esordio a Cannes nel 2007 (Munyurangabo, ospitato in Un certain regard), Chung ha compiuto un triplice salto mortale in avanti con l’ottimo Lucky Life, visto a Torino nel 2010. Sempre all’ombra della Mole arriva ora, per la trentesima edizione del festival sabaudo, Abigail Harm, selezionato ancora una volta da Massimo Causo e Roberto Manassero all’interno della sezione Onde. Da un punto di vista esclusivamente tematico il film si riallaccia in maniera piuttosto evidente con le precedenti opere del regista asiamericano: anche in Abigail Harm, come già in Munyurangabo e Lucky Life, a tenere banco è una riflessione sulla ricerca di una propria pace interiore che riesca a sedare i demoni della memoria, le dolorose pugnalate del ricordo della malattia, della perdita e della morte. Che si tratti della tragedia del Rwanda, del pianto rituale per la morte di un caro amico o dell’accettazione del lutto nel confronto quotidiano con chi ha perso una parte di sé – nello specifico l’udito – il cinema di Chung palesa una ricognizione sincera e priva di compromessi negli anfratti oscuri di un’umanità continuamente ferita dal mondo che lo circonda, fragile ma in ogni caso pervasa da una speranza che a prima vista può apparire immotivata.

Abigail vive in un mondo di fantasie e atroci realtà, lieve e coriacea allo stesso tempo: il suo incontro con lo straniero (angelo?) ferito è il momento di passaggio inevitabile nel percorso di conoscenza del mondo e della natura umana della donna. Purtroppo è proprio nel climax emotivo e di senso del film che Chung sembra perdere di vista la compattezza dell’opera: laddove nella descrizione della quotidianità di Abigail il film raggiunge picchi notevoli, grazie anche all’intensità della recitazione di una splendida Amanda Plummer e di Burt Young, nel rapporto tra la donna, lo “straniero” e “l’amante” tutto si fa eccessivamente spoglio e asettico, incapace di restituire il calore che è uno dei tratti distintivi dell’opera di Chung. Nella lotta tra il visibile dell’umano e l’invisibile del soprannaturale (forse del divino) è solo il primo, materiale e doloroso, ma quantomeno vitale, a lasciare davvero il segno. Un film affascinante ma forse monco, momento di passaggio per un regista che merita in ogni caso di essere seguito con attenzione.

Info
Il trailer di Abigail Harm.
  • abigail-harm-2012-lee-isaac-chung-02.jpg
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