Leviathan

Con Leviathan Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel portano a termine una delle avventure cinematografiche più sorprendenti e cariche di suspense dei nostri tempi. Senza bisogno di narrazione…

Capitani coraggiosi

Una strofa diceva:
“È finito l’aprile, la neve si è sciolta
Rimorchiatemi subito fuor di New Bedford.
Da New Bedford dobbiamo uscire subito
Siamo balenieri e mai vediamo il grano in spiga.”
Il violino solo continuò la musica per alcuni istanti, poi:
“Grano in spiga, mazzolino dell’amor mio,
Grano in spiga, andiamo in alto mare,
Grano in spiga, ti lasciai da seminare,
Grano in spiga, tornerò che sarai pane!”
Rudyard Kipling, Capitani coraggiosi (1897)
Lungo le coste di New Bedford, nel Massachusetts, la pesca è un’antica tradizione. Come nel Moby Dick di Melville, è la metafora dell’eterno scontro tra uomo e ambiente, una lotta per la sopravvivenza in cui il rispetto convive con il timore e i sentimenti trascendono la razionalità. In un paesaggio ostile e impetuoso, navi con la prua puntata verso il mare aperto solcano onde minacciose, mentre i gabbiani volteggiano in un cielo spesso plumbeo, dando un’aria suggestiva a una sfida tra uomo, tecnologia e natura che si attua secondo traiettorie millenarie. [sinossi]

Un rullio. Un altro. Stormi di gabbiani che invadono il cielo, schiamazzando rapidi alla ricerca di cibo. Pesce che rimbalza sul pontile cadendo dalle reti, si rovescia colto dagli ultimi spasmi, quindi muore continuando a boccheggiare. Uomini che si urlano parole incomprensibili da una parte all’altra del peschereccio, rispondendosi gli uni con gli altri senza comprendere nulla di ciò che gli è appena stato detto. E, su tutto, la videocamera. Anzi, le videocamere, visto che Lucien Castaign-Taylor e Véréna Paravel, i capitani coraggiosi di questa avventura cinematografica in alto mare, hanno sfruttato le nuove tecnologie affidandosi alle GoPro e alla loro straordinaria maneggiabilità, per rendere quasi ogni soggetto presente sulla nave (animato o meno che fosse) dotato del proprio punto di vista. Leviathan, con ogni probabilità la visione più sconvolgente e devastante del 2012 cinematografico, è un oggetto a suo modo inclassificabile, immagine in movimento purissima e sperimentale allo stesso tempo. Il fatto che la sezione TFFdoc abbia avuto la lungimirante idea di ospitarlo all’interno del proprio concorso internazionale (dopo l’anteprima mondiale estiva a Locarno), facendosi beffe dell’idea standardizzata e banale di “documentario” permette di riallacciare il discorso a quanto affermato in occasione del breve excursus critico su Virgin Forest della sudcoreana Lee Hyun-jung: Davide Oberto, Francesco Giai Via e Luca Cechet Sansoé, responsabili della selezione delle opere documentarie, hanno scelto di ragionare sull’approccio alla ripresa della realtà come un’occasione per ridefinire i confini di un universo perennemente in fieri, dove l’avanguardia e la finzione si mescolano al reale senza svilirlo né farlo deviare eccessivamente dalla propria traiettoria.
Il lavoro di Castaign-Taylor e della Paravel (il primo docente di Harvard, già autore di lavori acclamati nei festival internazionali come Sweetgrass e Hell Roaring Creek; la seconda antropologa francese che fece parlare di sé con il progetto Foreign Parts) parte dalla volontà di descrivere la crisi di una cittadina come New Bedford, nel Diciannovesimo Secolo capitale mondiale della pesca immortalata tra l’altro in alcuni dei romanzi fondamentali della letteratura del periodo come il già citato Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling e Moby Dick di Herman Melville, e oggi ridotta a uno squallido panorama suburbano dove la criminalità ha sostituito le ricchezze dell’economia. Il progetto cambia però radicalmente quando i due documentaristi escono per la prima volta in mare su di un peschereccio: qui, stravolti da una realtà che non potevano neanche immaginare, decidono di riprenderla nella sua folle caoticità.

Non esiste parola, in Leviathan, se non quelle incomprensibili che si rimpallano i pescatori, e il potere dell’immagine prende da subito il sopravvento: le riprese, convulse anche per l’oggettiva problematica della stabilità in barca (l’inquadratura da mal di mare del pesce che scivola avanti e indietro, senza soluzione di continuità, verso la videocamera, è dovuta esclusivamente al movimento del corpo dell’operatore, incapace di mantenersi in equilibrio senza ricorrere a continui spostamenti laterali), compongono un quadro a suo modo infernale. È come se la discesa nel mælström descritta da Edgar Allan Poe in uno dei suoi più celebri racconti del terrore prendesse vita sullo schermo, animandolo di incubi e angosce paranoiche. Il cinema torna alla sua essenza primigenia, sfruttando le nuove potenzialità della tecnologia per catturare la realtà senza esservi asservito e senza cedere alle lusinghe della forma: Leviathan è un’opera brutale, disadorna, crudele e sporca ma allo stesso tempo di straordinaria capacità teorica, riflessione continua sul ruolo della regia e sull’idea di “documento”. Si esce dalla visione di questo gioiello senza fiato, abbarbicati alla poltrona, spaventati dalla possibilità di essere risucchiati in quel gorgo che ha preso corpo nel buio della sala per quasi un’ora e mezza. Ma anche commossi da quel nero ottundente squarciato da un angolo di luce in cui, famelici e vitali, ancora si muovono gabbiani in lontananza.

Info
Il trailer di Leviathan.
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  • leviathan-2012-doc-01.jpg

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