Scusa, mi piace tuo padre

Scusa, mi piace tuo padre

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Scusa, mi piace tuo padre è l’ennesimo film che ragiona sul concetto di indipendenza come si trattasse di materia puramente estetica e narrativa, ingranaggio bizzarro dell’industria dello spettacolo. Certo, ci sono in scena ottimi interpreti: ma perché dovrebbe essere normale accontentarsi?

Indie per caso

David e Paige Walling e Terry e Cathy Ostroff sono vicini di casa e intimi amici da molti anni. La loro tranquilla esistenza è sconvolta dal ritorno a casa per Natale, dopo cinque anni di assenza, della figlia degli Ostroff Nina. Nonostante le famiglie caldeggino un avvicinamento tra lei e Toby Walling, Nina sembra invece essere più attratta dal padre del ragazzo David. Quando il loro “scandaloso” rapporto diventa palese, la vita delle due famiglie viene irrimediabilmente stravolta, in particolar modo quella di Vanessa Walling, figlia minore di David e amica d’infanzia di Nina, e non passa molto tempo prima che le implicazioni della storia comincino ad avere effetti inaspettati ed esilaranti per tutti… [sinossi]

C’era una volta il cinema indie statunitense. O meglio, c’è ancora, ma non raggiunge più le sale cinematografiche italiane. Un’opera come The Oranges – il titolo originale, per quanto poco originale, quantomeno evita la squallida e vacua caduta di stile del nostrano Scusa, mi piace tuo padre – sintetizza al suo interno qualsiasi riflessione sullo stato della produzione a stelle e strisce meglio di decine di saggi sull’argomento: tutto, dalla scelta di un microcosmo extra-urbano piccolo e perfettamente delimitato (villette a schiera, jogging nel bel mezzo della strada, cori natalizi ad attenderti fuori dalla porta di casa) alle bizzarrie congenite di famiglie che oramai rifuggono come la peste qualsiasi sintomo di “normalità apparente”, fino ad arrivare allo scombussolamento attribuito alla falla nel gap generazionale, rientra alla perfezione nella descrizione che si potrebbe tentare di ciò che oramai viene definito “indie”. Quello che un tempo era il terreno ideale di battaglia per i registi non allineati, intenzionati a non farsi incasellare con troppa facilità dalla logica industriale di Hollywood si è trasformato in un vero e proprio genere a se stante, con regole ferree, volti di riferimento e persino timbriche indispensabili per essere decodificati con precisione dal proprio pubblico. The Oranges è, in qualche modo, il figlio inevitabile di produzioni discutibili e sopravvalutate come Little Miss Sunshine, che hanno spostato progressivamente l’ago della bilancia dell’indie dalla proclamazione libertaria dell’indipendenza dagli studios alla prolificità industriale di uno stile che ha perso l’etica mantenendo solo e soltanto – tranne illuminate eccezioni – l’uniformità estetica.

Gli spazi si stanno facendo sempre più angusti per dinamitardi della prassi come potevano esserlo stati nel corso degli anni i vari Richard Kern, Lodge Kerrigan, Jim Jarmusch, Hal Hartley, oramai soppiantati da una nuova nidiata registica quasi completamente priva delle pulsioni eversive che avevano alimentato il cinema statunitense a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo – senza contare le avvisaglie precedenti, come Kenneth Anger e Maya Deren. In base a quanto appena affermato non dovrebbe destare troppo stupore la scoperta che Scusa, mi piace tuo padre sia letteralmente intriso di una morale piccolo-borghese: laddove la storia dell’amore improvviso e incontrollabile del cinquantenne Hugh Laurie per la figlia venticinquenne dei suoi migliori amici e vicini di casa (interpretata dalla bellissima Leighton Meester, anche piuttosto convincente nel ruolo della spacca-famiglie suo malgrado) avrebbe potuto gettare i semi per un j’accuse al vetriolo sull’istituzione del matrimonio e sull’ipocrisia sociale nella lettura delle relazioni interpersonali, la regia di Julian Farino, apprezzato regista televisivo qui all’opera seconda per il grande schermo a oltre un decennio di distanza dal misconosciuto The Last Yellow, finisce per normalizzare qualsiasi situazione, impedendole di deflagrare realmente sullo schermo.

Ne viene fuori una commedia agrodolce priva della verve necessaria per trascinare il pubblico alla risata, nonché esageratamente pudica nei confronti del sesso. Nonostante la storia tra i due protagonisti si protragga da un punto di vista cronologico per mesi, il massimo che viene concesso agli spettatori è un bacio in automobile: non che si pretendesse chissà quale soddisfazione dell’istinto scopico, ma la prassi di dilungarsi in lungo e in largo in discussioni sul sesso senza avere il coraggio di mostrarlo neanche in controluce non fa che confermare l’ipotesi di una messa in scena piccolo-borghese. Anche la sceneggiatura perde spesso colpi, a partire dall’intuizione – non solo abusata, ma anche sfruttata in maniera solo saltuaria – di affidare la narrazione a un personaggio secondario, vale a dire la figlia di Hugh Laurie (Alia Shawkat, amata dal pubblico televisivo per la sua partecipazione ad Arrested Development e impegnata in un piccolo ruolo anche nell’altrettanto anodino Ruby Sparks).
A cercare di salvare, quantomeno in parte, la situazione ci pensa il ricco cast a disposizione, composto da eccellenti professionisti, abituati a ritmi, timbriche e modalità narrative dell’indie contemporaneo. Ma può bastare?

Info
Il trailer di Scusa, mi piace tuo padre.
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