Tutto tutto niente niente

Tutto tutto niente niente

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Tutto tutto niente niente è il mondo della politica romana e nazionale visto con gli occhi di Cetto La Qualunque, Rodolfo Favaretto e Frengo Stoppato, vale a dire tre dei personaggi chiave del portfolio comico di Antonio Albanese. Una sorta di sequel non ufficiale di Qualunquemente, in cui Albanese conferma uno stile sulfureo, crudele, ghignante e per niente incline al compromesso; neanche quello storico…

I tre volti della paura (politica)

Perché Cetto La Qualunque, Rodolfo Favaretto e Frengo Stoppato finiscono in carcere? E, soprattutto, perché riescono a uscirne? Qual è il destino che li unisce? C’è qualcuno che trama nell’ombra? O costui preferisce farlo in piena luce? Tre storie, tre personaggi con un destino che li accomuna: la politica con la “p” minuscola… [sinossi]
Non è una questione di legalità,
quanto di opportunità.
Se ci dovessimo preoccupare della legalità
qui sarebbe la paralisi.
Fabrizio Bentivoglio, dal film

In Tutto tutto niente niente torna Cetto La Qualunque, politico pronto a infiammare le piazze del sud Italia con il suo programma dominato dallo slogan, semplice e di immediato impatto, “più pilu pe’ tutti”. Torna, e si trascina dietro altri due relitti/delitti nostrani, il pugliese Frengo Stoppato, dedito in forma esclusiva alla sperimentazione nel campo della droga, e il veneto (Rod)Olfo Favaretto, secessionista che vorrebbe annettere nuovamente il nord-est all’Austria e che come mestiere fa il traghettatore di immigrati clandestini. È il cinema ghignante e crudele di Antonio Albanese, ancora una volta supportato alla regia dal fedele Giulio Manfredonia, già artefice del precedente Qualunquemente, che spazzò via la concorrenza al box office poco meno di due anni fa: indubbiamente Fandango e 01 Distribution hanno creduto nel progetto proprio facendo correre indietro la memoria fino agli incassi raggranellati nel gennaio del 2011, ma l’impressione è che neanche produzione e distribuzione si siano realmente rese conto dello strano e inusuale oggetto che si sono ritrovate tra le mani.

Tutto tutto niente niente potrebbe incassare a sua volte cifre ragguardevoli, non fosse altro per l’uscita prevista in ben 700 copie, ma non ci sarebbe da stupirsi se ciò non avvenisse, e non certo per demeriti di una commedia che al contrario centra ripetutamente il bersaglio senza alcuno sforzo. Durante la proiezione stampa, ospitata dal morettiano cinema Nuovo Sacher, tra il ponte Sublicio e viale Trastevere, buona parte della nutrita presenza di critici e giornalisti non ha fiatato durante la proiezione: poche risate, reazione pressoché nulla alle gag che si avvicendavano sullo schermo.
La realtà è che la comicità di Albanese, oggi come ieri, è quantomai bizzarra e anomala rispetto alla prassi italiana, soprattutto quella di matrice televisiva: se lo standard pretende un canovaccio semplice ed essenziale e la reiterazione quasi monotona delle medesime situazioni, i personaggi di Albanese prendono per mano lo spettatore e lo conducono in un non-luogo ancora inesplorato, territorio minato nel quale ridere acquista un valore catartico e allo stesso tempo pregno di una tragica rassegnazione.

È come se l’ottimo attore lombardo – che si disimpegna nei tre ruoli con una classe e un’inventiva che lasciano a bocca aperta – non si fermasse a far ridere “di” o “con” i propri personaggi, ma ne sfruttasse le bieche mediocrità intellettuali ed etiche per costringere il pubblico in un’immedesimazione a dir poco umiliante. Cetto La Qualunque, Frango Stoppato e Olfo Favaretto sono tre mostruosi e deformi esseri che però rappresentano, a loro modo, la realtà italiana meglio di molto cinema d’impegno civile contemporaneo: un’Italia imbastardita, sballottata a destra e a manca dai sordidi giochi di chi siede negli scranni del potere. Ed è proprio la rappresentazione dell’Italia parlamentare a far deflagrare una volta per tutte la straripante inventiva del film: tra triclini romani, deputati impegnati in complicate sfide a ping pong e a calcio o a rotolarsi sull’erba al suono di una chitarra, ali del parlamento che si trasformano in vere e proprie curve da stadio mentre su un display luminoso passano le pubblicità delle ditte che sponsorizzano la politica (“Isole Cayman: non solo un paradiso fiscale”), Manfredonia, Albanese e il co-sceneggiatore Piero Guerrera compongono un quadro grottesco e delirante, eppure paradossalmente quasi neorealistico nella sua aderenza alla verità.

Tutto tutto niente niente ha il grande pregio di recuperare la potenza visionaria dell’iperrealismo, troppo facilmente dimenticata in un cantuccio dalla commedia italiana, e fa rivivere sullo schermo un’epoca cinematografica oramai distante, quella dominata da grandi autori come Luciano Salce (e proprio il cinema di Salce, a partire dal propotito di Fantozzi, sembra il riferimento più diretto e naturale per un film di questo tipo) e da una volontà di ridere senza accontentarsi sempre della battuta più facile ma lavorando sottopelle, graffiando e ferendo, facendo sanguinare dalle risate una pellicola anarchica e surreale, grazie anche alla verve attoriale di Fabrizio Bentivoglio, capofila di un cast quasi completamente in stato di grazia. Mentre si avvicina il Natale, con il suo carico di produzioni a uso e consumo delle festività, irrompe in sala un film che guarda con insistenza dalle parti delle avanguardie del primo Novecento, da George Grosz a Berthold Brecht, fino al cabaret surrealista di Karl Valentin. Per chi è in grado di coglierne l’importanza e la grottesca ironia, un evento imperdibile.

Info
Il trailer di Tutto tutto niente niente.
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