Tulpa – Perdizioni mortali

Tulpa – Perdizioni mortali

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Con Tulpa – Perdizioni mortali, Federico Zampaglione firma un accorato omaggio al cinema di genere del nostro glorioso passato.

Il tuo vizio è dietro una porta chiusa

Lisa Boeri è una manager ricca la cui vita è totalmente incentrata sulla carriera. Lisa è il simbolo del successo. Ma la totale dedizione al lavoro ne ha fatto una donna sola. Per sopperire a questo vuoto frequenta un sex-club, il Tulpa, luogo gestito da un misterioso guru tibetano dove i soci possono incontrarsi e dare sfogo ai propri istinti e alle proprie fantasie erotiche. Qui Lisa avrà degli incontri occasionali con diversi partner che in seguito saranno trovati brutalmente assassinati… [sinossi]

Esistono film nei quali gli spettatori entrano senza alcuna difficoltà, guidati per mano dall’impianto visivo o dai dialoghi: opere immediate, che al primo sguardo possono essere identificate e decodificate anche dal pubblico meno attento ed esigente. Vi sono altri film, invece, che necessitano di una comprensione semiotica di ciò che sta prendendo corpo sullo schermo, senza la quale non solo si rischia di rimanere inevitabilmente esclusi dal gioco ma si mette a serio repentaglio anche la capacità di accettarne forma e sostanza. È questo l’azzardo nel quale si muove Tulpa, terzo lungometraggio diretto da Federico Zampaglione dopo la black comedy Nero bifamiliare e l’horror onirico Shadow, presentato in concorso al Noir Film Festival di Courmayeur: una scelta rara nello stantio panorama cinematografico nazionale, e che da sola varrebbe la pena di essere difesa a spada tratta. Troppo spesso, negli ultimi due decenni, ci si è trovati a dover fare i conti con produzioni “innocue”, ossessionate dal timore di risultare eccessivamente ostiche o crudeli, intimorite dalle potenzialità della mostra delle atrocità. Se si è fatto un gran parlare – spesso vanamente – della mancanza di una reale e continua produzione di film di genere, laddove un tempo l’Italia era in prima fila per quel che concerne il thriller, l’horror e il fantastico in generale, lo si deve in gran parte all’incapacità da parte di autori, industriali e mecenati di osare, mettendo in dubbio il buon gusto nazional popolare e provando a ridisegnare i codici dell’immaginario.

Quando nacque il giallo all’italiana (all’estero a volte chiamato anche Spaghetti Thriller, per riallacciarsi idealmente alla deriva western inaugurata da Sergio Leone con Per un pugno di dollari), si era negli anni d’Oro della produzione a Cinecittà e dintorni: Mario Bava ipotizzò la figurazione di un sottogenere puramente nostrano prima con il sublime gioiello La ragazza che sapeva troppo (1963) e quindi, ancor più consapevolmente, con Sei donne per l’assassino (1964), nel quale è possibile rintracciare i primi codici visivi del giallo, dalla presenza di un assassino completamente intabarrato e irriconoscibile fino all’utilizzo iperrealista di scenografia e luci. Fu poi con l’avvento degli anni Settanta che questo nuovo genere trovò la sua definitiva consacrazione, anche a livello commerciale, grazie a immersioni nell’abisso dell’orrore come la “trilogia animale” di Dario Argento – al quale si deve anche il titolo più universalmente noto, il capolavoro del 1975 Profondo rosso –, e le opere di Lucio Fulci (Una lucertola con la pelle di donna, Non si sevizia un paperino, Sette note in nero), Sergio Martino (Lo strano vizio della signora Wardh, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, Tutti i colori del buio), Pupi Avati (La casa dalle finestre che ridono), Fernando Di Leo (La bestia uccide a sangue freddo), Mario Bava (Reazione a catena), Antonio Margheriti (La morte negli occhi del gatto), Aldo Lado (La corta notte delle bambole di vetro), Armando Crispino (Macchie solari), Umberto Lenzi (Sette orchidee macchiate di rosso, Spasmo, Gatti rossi in un labirinto di vetro), Massimo Dallamano (Cosa avete fatto a Solange?), Romano Scavolini (Un bianco vestito per Marialè), Giuliano Carnimeo (Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?), Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero).

In epoca più recente, dopo il tracollo avvenuto nel corso degli anni Ottanta (dove, se si escludono casi isolati quali Tenebre e Opera di Argento, la produzione collassò su se stessa, preferendo semmai l’horror soprannaturale), vi sono stati solo occasionalmente tentativi di riportare in auge il genere, a volte falliti miseramente (Gli occhi dentro di Bruno Mattei, ma ancor più il pessimo Fatal Frames di Al Festa), altre volte mescolati con retaggi di neo-gotico statunitense, come il caso esemplare del sottostimato e incompreso Occhi di cristallo di Eros Puglielli.
Proprio partendo da questo lasso di tempo, terra di nessuno nella quale il giallo è stato messo in un cantuccio della memoria, mantenuto nella nostalgia dei cinefili ma incatenato a una realtà che si pretende irripetibile e aurea perfino al di là dei rispettivi meriti, è possibile accertare l’incomprensione alla quale rischia di andare incontro un film come Tulpa. Basta la prima sequenza, con l’assassino mascherato come da tradizione – volto coperto, lungo impermeabile a scendere lungo il corpo, scarpe e guanti scuri, immancabile borsalino ben calzato in testa – che fa scempio di un uomo mentre la sua donna è legata al letto in stile bondage, per trovarsi immersi completamente in uno spazio-tempo lontano, disperso nelle nebbie di un cinema sempre più normalizzato. Se Shadow si proponeva di riscrivere alcuni topoi dell’horror, mescolandolo ad altri generi in maniera vitale, Tulpa si propone fin dall’incipit come un omaggio, accorato e ironico allo stesso tempo, ma che non svilisce mai la propria essenza dimostrandosi puntuale e rigoroso. Non un puro gioco cinefilo, in ogni caso, perché Zampaglione non eccede mai in citazioni palesi e non si lascia prendere la mano dalla fregola di ricalcare in maniera pedissequa le orme di chi l’ha preceduto.

Nella storia di Lisa, manager d’azienda che divide la sua vita tra il lavoro e le licenziose lusinghe del privé Tulpa, si avvertono tutti i fremiti che agitavano il giallo, eppure non si ha mai l’impressione di trovarsi a tu per tu con un progetto smaccatamente passatista, ignaro degli anni trascorsi. Tulpa non è uno sterile (anche se affascinante) viaggio a ritroso nel tempo, ma certifica al contrario la necessità di una riscoperta viva, pulsante, attuale, di un genere che è stato abbandonato non per vecchiezza della proposta, ma semmai per incapacità a proseguire sulla strada intrapresa. Nel suo gioco (inteso nell’accezione più ampia del termine, di “modo” o “tecnica eseguita”) Zampaglione innesca un marchingegno che pretende l’accettazione da parte dello spettatore non di una soprannaturalità estranea al genere, ma piuttosto di una rivisitazione della realtà, dove alcune delle carceri della logica e del senso vengono deliberatamente scardinate e svuotate. Chi si dovesse trovare a storcere il naso di fronte a un passaggio poco credibile della vicenda torni con la mente ai film citati dianzi nella lunga digressione sulle origini del genere, per accorgersi di come queste apparenti distonie fossero presenti in gran parte anche all’epoca, come la recitazione volutamente sopra le righe dei personaggi. In tal senso l’interpretazione di Claudia Gerini trova un suo naturale compimento, controbilanciata dall’esasperazione ai limiti del goliardico di un Michele Placido gigione al punto giusto e dalla ghignante ambiguità etero-umana – qualsiasi altra terminologia apparirebbe francamente fuori contesto – del sulfureo Nuot Arquint, già figura incubale di Shadow.
Ma è nella scelta di luci, colori e inquadrature che Zampaglione compie il definitivo salto di qualità rispetto alle sue, pur apprezzate, opere precedenti: Tulpa è un film profondamente inventivo, capace di muoversi con agilità sull’erto crinale che divide il reale dall’onirico, e di tenere perennemente sul chi vive il pubblico.

Uno spettacolo visionario che non si accontenta mai dell’ovvio e non cede al ricatto della massa, osando omicidi efferati di rara crudeltà, come il cinema italiano non vedeva da troppo tempo sugli schermi: in un’epoca in cui l’orrore tende a essere posizionato cautamente fuori campo, Zampaglione invade la messa in scena con un turbinio di sevizie che glorificano l’esigenza scopica del cinema e gratificano il senso di una sceneggiatura-canovaccio utilizzata a mo’ di percorso a tappe di un gioco da tavola. Divertito, sadico e cupo, Tulpa è l’orgiastico passatempo che il cinema popolare italiano aveva dimenticato in un cantuccio remoto della propria memoria. Potrebbe liberare lo sguardo come essere ricacciato ancora una volta indietro, satanico demone tentatore di una Settima Arte imborghesitasi nei gusti e nei sensi: in attesa di conoscere il responso, cui contribuiranno pubblico, critica e produttori, Tulpa si erge come una delle conferme più positive del 2012.

Info
Il trailer ufficiale di Tulpa.
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