Quello che so sull’amore

Quello che so sull’amore

di

Alla sua terza regia statunitense, Gabriele Muccino approccia i toni della rom-com, ma Quello che so sull’amore funziona più nei suoi momenti drammatici, legati al percorso di formazione di un adulto che cerca, a modo suo, di crescere.

La partita del cuore

Un’affascinante e sfortunata ex stella del calcio, torna a casa per mettere di nuovo insieme la sua vita. Sta cercando un modo per ricostruire il suo rapporto con il figlio, così si fa assumere nella squadra di calcio del figlio come allenatore. Ma i suoi tentativi per diventare finalmente un ‘adulto’ si scontrano con esilaranti sfide da parte delle attraenti ”mamme del calcio” che lo perseguitano ad ogni occasione… [sinossi]

Sull’onda negativa dell’uscita a stelle e strisce nello scorso dicembre, approda nelle sale nostrane con il titolo Quello che so sull’amore (in originale Playing for Keeps) l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Gabriele Muccino, la terza in lingua inglese girata nel Nuovo Continente, che lo mette nella condizione di essere tra i pochi registi italiani, se non addirittura l’unico, ad avere raggiunto un tale risultato. In tal senso, se si scava nella memoria, ci si  può rendere conto che persino Maestri come Sergio Leone o Bernardo Bertolucci hanno realizzato i rispettivi capolavori fuori dalle “mura amiche” bypassando finanziamenti statunitensi per affidarsi a capitali in gran parte, se non totalmente, europei. Piaccia oppure no il suo cinema, quantomeno questo gli va riconosciuto. Ma al di là delle mere statistiche, che poi lasciano il tempo che trovano, il nuovo film diretto dal regista capitolino, dopo la rimpatriata che sapeva di reunion del 2010 con Baciami ancora, segna purtroppo un ulteriore passo nel percorso involutivo che sta attraversando il cinema mucciniano.

Se ne La ricerca della felicità e Sette anime il regista romano era riuscito a mantenere una certa riconoscibilità, tanto stilistica quanto tematica, che permetteva anche allo spettatore più distratto di rintracciare elementi ricorrenti e identificativi del suo modo di fare e concepire la Settima Arte, al contrario, in Quello che so sull’amore ciò non avviene. Una possibile attenuante sta nell’assenza di un peso massimo come Will Smith nella produzione, quest’ultimo in grado di tutelare in tutto e per tutto il lavoro dietro la macchina da presa di Muccino, difendendolo dai continui attacchi del Sistema nordamericano e dai tentativi di omologazione che le majors d’oltreoceano sono solite sferrare. Ma qui non c’era il potere contrattuale e gli incassi stratosferici di Smith a proteggerlo e moltissimi dei colpi scagliati sono andati indubbiamente a segno. Lo si vede soprattutto dall’approccio tecnico-stilistico di un Muccino mai così anonimo, costretto a ripiegare su una regia piatta che non concede nulla all’occhio dello spettatore, lontana anni luce dai chirurgici, lunghi e a tratti pirotecnici piani sequenza visti ad esempio ne L’ultimo bacio (la scena del matrimonio). Ciò che si materializza sul grande schermo è di conseguenza una regia imbrigliata, prigioniera e schematica, che si affida unicamente a una sequela di campi controcampi intervallati da qualche carrello o dolly a spezzare la monotonia della messa in quadro.<

Sul fronte della scrittura la situazione non cambia più di tanto, anche se c’è da registrare qualche scena particolarmente riuscita che dal punto di vista del tasso ironico regala una mezza dozzina di risate alla platea (i siparietti del protagonista con il personaggio di Barb, la sequenza in camera da letto con Patti). Il tutto non riesce però a risollevare le sorti di uno script che insegue affannosamente la catalogazione nel genere della rom-com, scontrandosi a testa bassa con i tentativi di ibridazione voluti dal regista, convinto invece di trovarsi a fare i conti, a nostro avviso giustamente, con una commedia drammatica. Che si tratti dell’uno o dell’altro genere la sostanza però non cambia, perché tanto la storia quanto i personaggi che la animano sono anch’essi imbrigliati, privi di originalità, legati allo stereotipo. Ciò che resta è una normale, ma non banale, storia di formazione, un viaggio verso la maturità di una persona che per forza di cose deve scegliere se diventare un uomo o restare un ragazzo. Nel disegno di quest’ultimo c’è tuttavia un filo rosso che lo congiunge ai protagonisti delle pellicole precedenti di Muccino, ossia eterni adolescenti rinchiusi in corpi di adulti, che nonostante inseguano la maturità finiscono solamente per intravederla da lontano come nel caso di Ecco fatto, L’ultimo bacio e Ricordati di me. Per fortuna, invece, una cosa li allontana: almeno i protagonisti di Quello che so sull’amore comunicano senza sbraitare e gridare.

Info
Il sito ufficiale di Quello che so sull’amore.
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-01.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-02.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-03.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-04.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-05.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-06.jpg
  • quello-che-so-sullamore-2012-gabriele-muccino-07.jpg

Articoli correlati

  • Cult

    Come te nessuno mai RecensioneCome te nessuno mai

    di Quando Gabriele Muccino dirige Come te nessuno mai è il 1999; il nuovo millennio deve ancora arrivare, al governo ci sono i diessini con Massimo D'Alema, la NATO sta bombardando la Serbia. Il G8 di Genova è lontano due anni, ma il sommovimento anche illusorio che porterà alle giornate di protesta è già in atto.
  • In sala

    A casa tutti bene

    di Con A casa tutti bene Gabriele Muccino propone un nuovo tassello del suo personale e pluridecennale studio sulla famiglia italiana, approdando a una visione tetra e soffocante, amara e crudele.
  • Venezia 2016

    L’estate addosso

    di Tornano i ralenti, le carrellate circolari, le impennate musicali, la maturità e la verginità. Con L'estate addosso Gabriele Muccino ripropone le basi della sua poetica, ma appare privo di ogni sincero entusiasmo. A Venezia 2016 nella sezione Cinema nel Giardino.
  • Archivio

    Padri e figlie RecensionePadri e figlie

    di Il Muccino "americano", per quanto spesso dileggiato dalla critica, è un regista imperfetto ma interessante. Lo dimostra anche questo suo nuovo melodramma, dalla sceneggiatura zoppicante ma da non trattare con superficialità.
  • Archivio

    Baciami ancora RecensioneBaciami ancora

    di Nel sequel de L'ultimo bacio è possibile ritrovare tutti gli ingredienti classici del cinema di Gabriele Muccino: amori isterici, porte sbattute in faccia, scopate, slanci machisti e sadomasochisti.
  • Archivio

    Sette anime RecensioneSette anime

    di Ben Thomas ha un segreto che lo divora; deve fare assolutamente qualcosa per redimersi e pensa di poterlo fare cambiando drasticamente le vite di sette estranei. Una volta che il suo piano è partito, nulla può modificarlo. O almeno è quello che pensa lui...
  • In sala

    Gli anni più belli RecensioneGli anni più belli

    di Rifacendosi allo Scola di C'eravamo tanto amati, Muccino ne Gli anni più belli declina il pessimismo storico di quel film in pessimismo esistenziale, in ciclicità del tradimento, anche se poi non arriva fino in fondo e finisce per perdonare tutti.
  • Cult

    L’ultimo bacio

    di Enorme successo di pubblico alla sua uscita nelle sale, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino compie vent’anni e riconferma ancora le sue qualità e i suoi tanti limiti. Ben diretto e interpretato, soffre in realtà di una sceneggiatura esile in evidente contrasto con una sproporzionata sovrabbondanza formale.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento