Cloud Atlas

Abili nel non sovraccaricare l’impianto visivo, Tykwer e le Wachowski possono contare su un cast pregevole, da un Tom Hanks tornato in ottima forma fisica, passando per il vulcanico Jim Broadbent, fino alla star sudcoreana Bae Doona, attrice essenziale e affascinante. Cloud Atlas è un film ricco di spunti, non privo di difetti, libero e spensierato come il precedente Speed Racer. Imprevedibili Wachowski.

Nessun uomo è un’isola

Azione, dramma, mistero e amore eterno si fondono in un’unica storia che procede attraverso epoche diverse nell’arco di cinquecento anni. I personaggi si incontrano e si riuniscono passando da una vita all’altra. Nascono e rinascono. Via via che le conseguenze delle loro azioni e delle loro scelte si ripercuotono le une sulle altre attraverso passato, presente e futuro, una stessa anima si trasforma da omicida in eroe e un singolo gesto di gentilezza si riverbera nei secoli fino a ispirare una rivoluzione. Tutto è connesso… [sinossi]

Cloud Atlas! Ecco un film che sembra fatto apposta per essere dilaniato dalla critica: lungo, lunghissimo coi suoi centosettantadue minuti; frammentario nella scrittura, con un continuo andirivieni tra passato e futuro; in perenne bilico tra generi diversi, dalla fantascienza cyber-punk al political thriller, dal melodramma alla commedia, spingendosi fino a siparietti demenziali e pulp; traboccante buoni sentimenti, buone intenzioni e filosofia a tanto al chilo e via discorrendo. Insomma, un polpettone per i detrattori, un’opera insolitamente coraggiosa, anche nella sua genesi indipendente, per gli estimatori.

Il retrogusto, a un paio di giorni dalla visione [1], è e resta gradevole, come la sensazione di aver assistito a un raro esempio di blockbuster dalle ambizioni spropositate, raffinato ma mai realmente complesso, un’operazione che tiene a bada le derive autoriali e che ha come obiettivo primario la comunicazione col grande pubblico. Un pregio e, al tempo stesso, un limite. Le Wachowski e Tykwer affrontano infatti i diversi generi cinematografici con esemplare chiarezza e linearità, in maniera quasi didascalica, come il political thriller ambientato nel 1973 a San Francisco, con una battagliera Halle Berry/Luisa Rey, o la fantascienza distopica della Neo Seoul del 2144, con la sua messa in scena diligente e derivativa ma in fin dei conti non banale. Tra salti nel tempo e acrobatici collegamenti tra storie e personaggi, la sensazione è che il contenitore, intarsiato con certosina precisione, sovrasti il contenuto: Cloud Atlas, tratto da L’atlante delle nuvole di David Mitchell, è una matrioska che nasconde al suo interno molto meno di quello che sembrerebbe promettere, nonostante il fin troppo sbandierato filo conduttore dell’espressione artistica come eredità morale, capace di influenzare gli individui, al pari dei gesti dei singoli personaggi nel disegno e nel destino globale.
All’importanza capitale del montaggio, che ravviva anche i segmenti meno convincenti (ancora fantascienza, con lo scenario post-apocalittico “Dopo la caduta”, con Tom Hanks/Zachry e Halle Berry/Meronym), si affianca la massiccia dose di ironia, davvero salvifica. I travestimenti e i trucchi fieramente esibiti dai vari personaggi sfociano in alcuni casi nel puro divertissement, rilanciato sagacemente nei titoli di coda: impossibile non citare le marcate e grottesche trasformazioni di Tom Hanks, spassoso nei panni dello scrittore criminale Dermot Hoggins, poco incline alle critiche. Un gioco in cui si cala perfettamente l’impeccabile Hugo Weaving – due ruoli tra i tanti: il diavolo che tormenta Tom Hanks/Zachry e l’incredibile e brutale Noakes dell’episodio inglese del 2012, quasi una caricatura dell’infermiera Louise Fletcher/Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Liberatoria e gioiosamente insensata è la sequenza nel pub con i tifosi scozzesi (ancora il 2012). Queste esplosioni di comicità, questo non prendersi troppo sul serio, sono l’ossigeno che tiene in vita una pellicola che mette insieme sei film: le Wachowski hanno girato le tre storie ambientate nel 1849 (Il viaggio nel Pacifico di Adam Ewing), nel 2144 (Neo Seoul) e nel 2321 (Dopo la caduta), mentre Tykwer ha realizzato la storia del talentuoso compositore Robert Frobisher (Scozia, 1936), della giornalista Luisa Rey (San Francisco, 1973) e dell’editore Timothy Cavendish (Inghilterra, 2012). Ai punti, meglio Tykwer.

Abili nel non sovraccaricare l’impianto visivo, Tykwer e le Wachowski possono contare su un cast pregevole, da un Tom Hanks tornato in ottima forma fisica, passando per il vulcanico Jim Broadbent, fino alla star sudcoreana Bae Doona (Linda Linda Linda, The Host), attrice essenziale e affascinante. Cloud Atlas è un film ricco di spunti, non privo di difetti, libero e spensierato come il precedente Speed Racer. Imprevedibili Wachowski.

Note
1.
Almeno un’altra visione sarebbe utile, se non due, vista la mole della pellicola e la complessità del montaggio di Alexander Berner e Claus Wehlisch, vera e propria ancora di salvezza di Cloud Atlas.
Info
Il sito ufficiale di Cloud Atlas.
La pagina facebook di Cloud Atlas.
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