Frankenweenie

Frankenweenie

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Altalenante da parecchi anni, Tim Burton sembra ritrovare nella dimensione animata la vena migliore, quella intima e malinconia che forse può essere solo disegnata o raccontata coi versi. Nella stop motion di Frankenweenie riabbracciamo la vis poetica ed espressiva del cortometraggio Vincent, de La sposa cadavere, di Nightmare Before Christmas. Il Burton che preferiamo, quello di Morte malinconica del bambino Ostrica, anche se la sensazione di déjà vu è inevitabile, ma a suo modo rassicurante.

Ricordi in bianco e nero

Victor Frankenstein è un ragazzino che si diletta nel realizzare film col suo amato cane Sparky. Quando Sparky viene ucciso da una macchina, Victor apprende a scuola l’effetto degli impulsi elettrici sui muscoli e decide così di riportare in vita il suo fedele cagnolino… [sinossi]
Frankenweenie è un viaggio nel tempo, un tuffo nel passato, nei ricordi, nei miti dell’infanzia e dell’adolescenza. È un omaggio. Una rivincita. Una rinascita. Il cortometraggio diventato lungo, con tre decenni di ritardo, non è solo un’opera visceralmente burtoniana, ma profondamente disneyana. Finalmente disneyana. Dal 1984 del corto live action al 2012 della versione estesa in stop motion e 3D, la Disney è morta e risorta, superando lo shock emotivo/organizzativo della scomparsa di Walt Disney, il padre-padrone, e la pessima gestione successiva [1]. È morta la Disney, viva la Disney!

Il nuovo leader creativo John Lasseter, capace di guardare oltre gli schemi incancreniti della Casa del Topo, ha invertito la tragica tendenza rilanciando l’animazione tradizionale e innalzando il livello delle produzioni in computer grafica. La stop motion di Frankenweenie rappresenta idealmente l’ultimo passo, il colpo di spugna sugli errori/orrori del passato: ecco che l’oscura solitudine burtoniana, coi suoi freak, coi perdenti e i reietti, rientra dalla porta principale, con un budget corposo e con una poetica inimitabile.

Altalenante da parecchi anni [2], Burton sembra ritrovare nella dimensione animata la sua vena migliore, quella intima e malinconia che forse può essere solo disegnata o raccontata coi versi. Nella stop motion di Frankenweenie riabbracciamo la vis poetica ed espressiva del cortometraggio Vincent (1982), de La sposa cadavere (2005), di Nightmare Before Christmas (1993). Il Burton che preferiamo, quello di Morte malinconica del bambino Ostrica, anche se la sensazione di déjà vu è inevitabile, ma a suo modo rassicurante.
Insomma, Frankenweenie non è un capolavoro. Non lo è oggi, ma lo sarebbe stato nel lontano 1984. Ci teniamo stretto questo piccolo paradosso temporale, come ci avvinghiamo ai doppiatori originali (Martin Short, Martin Landau, Winona Ryder…), all’ennesimo e commovente omaggio a Vincent Price, alla messa in scena di una provincia americana stilizzata e allo stesso tempo realistica, alle ripetute citazioni, da Dracula a Gamera, da Frankenstein ai tanti altri mostri dei classici Universal. Il cinema di Burton si esalta nel bianco e nero, nelle suggestioni espressioniste, nella naturale alterità della stop motion, in questa dimensione sospesa, magica, pronta ad accogliere meravigliose creature dagli occhi spiritati, dall’incedere insicuro, fragili e sottili.

Frankenweenie è cinema altro, è un universo narrativo alternativo che trova spazio nell’immaginario liofilizzato dei blockbuster animati. Ritroviamo il buffo botolo Sparky, come abbiamo accolto con gioia il ritorno di Kermit la rana (I Muppet di James Bobin) o l’orsetto Pooh (Winnie the Pooh – Nuove avventure nel Bosco dei 100 acri di Stephen J. Anderson, Don Hall), tutti figli di tecniche tradizionali che resistono fieramente all’imperante computer grafica.
Di questo gioiellino citiamo almeno una sequenza, l’esperimento di Victor che riporta in vita l’amato e inseparabile Sparky: lo scenario orrorifico, filtrato dallo sguardo di questo eterno fanciullo, riesce a trasmette la grandezza e l’immortalità del cinema d’antan. Viene voglia di immergersi non solo tra le precedenti pellicole di Burton, ma anche nel mare magnum del cinema horror in bianco e nero, da Tod Browning a James Whale, risalendo fino a Vincent Price, stella polare di Burton e di una buona fetta di cinefili.

Note
1.
Walt Disney muore nel 1966, Roy O. Disney nel 1971. Seguono decenni di instabilità e lotte interne, fughe di talenti (Burton, Don Bluth, Lasseter) e scelte sbagliate. Memorabili e deleteri, ad esempio, gli abbandoni e i ritorni di Roy Edward Disney e il braccio di ferro con Michael Eisner.
2. Lo spartiacque potrebbe essere Il mistero di Sleepy Hollow (1999), seguito dal mediocre Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie (2001). Poi, in un saliscendi un po’ schizofrenico, ricordiamo quantomeno Big Fish (2003) e lo splendido La sposa cadavere (2005)
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Info
La pagina facebook di Frankenweenie.
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