Flight

La lunga sequenza dell’incidente aereo, che prende quasi interamente la prima mezz’ora di Flight, lascia realmente a bocca aperta per la sua carica visionaria, con la macchina da presa che si fa fluida, disegnando (in cielo) una delle pagine più emozionanti del mainstream hollywoodiano contemporaneo.

In volo libero

A seguito di un’avaria, l’esperto pilota Whip Whitaker è costretto a un atterraggio d’emergenza che lo trasforma in un eroe. Le indagini sull’incidente porteranno alla luce, però, una verità diversa da quella inizialmente diffusa… [sinossi]

Il senso di sorpresa, prevista ma in ogni caso sorprendente, la si avverte già alla prima inquadratura di Flight: il pilota Whip Whitaker si risveglia nel letto di una camera d’albergo e ha accanto a sé l’avvenente assistente di volo Katerina Marquez, con la quale (e in compagnia di un buon numero di bottiglie di alcolici) ha passato la notte. Il piano sequenza lo vede ridestarsi e ricevere una telefonata mentre Trina si riveste. Come il comandante Whitaker si riprende dalla propria sbornia notturna e si prepara al volo quotidiano che decollerà di lì a poco da Orlando, in Florida, allo stesso modo lo spettatore ha l’impressione di ridestarsi da un sogno durato più di dieci anni: era infatti dal 2000, dai tempi di Tom Hanks/Chuck Noland disperso nell’oceano come un novello Robinson Crusoe in Cast Away, che Robert Zemeckis non dirigeva un film in carne e ossa. Gli anni che hanno fatto seguito alla disavventura oceanica di Noland si sono infatti contraddistinti per la pervicace ricerca di Zemeckis nel campo della motion capture: la sperimentazione tecnica pervade opere come Polar Express, Beowulf e A Christmas Carol, avventure prive di limitazioni puramente fisiche – i personaggi si moltiplicano, volano, combattono all’ultimo sangue, vivono esperienze estreme – che spostano il campo di interesse di Zemeckis nell’estesa zona grigia del “fantastico”, permettendogli di esplorare aree ancora rimaste inesplorate delle potenzialità della macchina/cinema.
Partendo da questo punto di vista può dunque acquistare un senso la (folle) accusa mossa da più parti nei confronti di Flight, vale a dire quella di rappresentare un cinema “reazionario”: in qualche modo si tratta infatti pur sempre di un ritorno al passato, e non è forse solo un caso che qui, come in Cast Away, l’intera vicenda prenda corpo partendo da un incidente aereo. Abbandonati gli svolazzi fantasy del trittico in motion capture, Zemeckis è costretto a sbattere nuovamente il volto contro la “realtà”, abbattendosi al suolo. Ma se l’incidente di Cast Away lasciava solo Noland su un’isola deserta, lontano da qualsiasi rotta conosciuta, il comandante Whitaker riesce a far sì che il proprio incidente riduca al minimo le perdite umane. Un miracolo, viene ripetuto più volte nel corso del film.

Miracolo: altro termine non certo utilizzato a caso da Zemeckis. Flight è un film pervaso da una sottile, persistente e a tratti deflagrante paranoia religiosa: Margaret Thomason, altra assistente di volo di Whitaker, cerca di coinvolgere il pilota alcolizzato in uno dei gruppi d’ascolto della sua parrocchia; il secondo pilota, a sua volta scampato alla morte nella caduta dell’aereo, è un fervente cattolico così come sua moglie; da più parti si fa riferimento a Cristo, alla salvezza dell’anima prima ancora che del corpo e via discorrendo. Se è questa ovattata e ottundente atmosfera religiosa ai limiti della follia ad aver spinto alcuni improvvidi giudizi sull’opera dalle parti della già citata “reazione”, allora non è la mira a essere errata, ma bensì proprio il bersaglio verso cui si punta l’indice. Certo, sarebbe altrettanto sciocco non leggere Flight come il classico percorso di accettazione di sé e della propria fallacia umana da parte del protagonista, ma l’impressione (se si esclude il finale, piuttosto raffazzonato e perfino agghiacciante nella sua rassicurante ricomposizione della “normalità”) è che Zemeckis giochi in maniera spudorata con la tematica, facendo affiorare in più di un’occasione un ghigno carico di un’ironia selvaggia e insubordinata. La stessa che sfodera attraverso una messa in scena illuminata e mai prona rispetto alla storia da narrare: la lunga sequenza dell’incidente aereo, che prende quasi interamente la prima mezz’ora di film, lascia realmente a bocca aperta per la sua carica visionaria, con la macchina da presa che si fa fluida, muovendosi con liquida libertà negli angusti vani dell’aeroplano, e disegnando (in cielo) una delle pagine più emozionanti del mainstream hollywoodiano contemporaneo.

Il problema di fondo di Flight, il legaccio che lo avvince al suolo e gli impedisce di volare alto fino a sfiorare le vette della carriera di Zemeckis, è rappresentato da una sceneggiatura piuttosto bolsa, scritta da John Gatins senza particolare inventiva né capacità narrativa. La storia imbocca quasi sempre la via più facile, semplificando psicologie e situazioni e ricorrendo spesso a personaggi secondari per dar vita a siparietti comici tutt’altro che indispensabili e tesi solo ed esclusivamente ad alleggerire una pellicola che altrimenti sprofonderebbe – giustamente – in un intenso melodramma. Il personaggio interpretato da John Goodman, sorta di aggiornamento in minore del coeniano ‘Dude’ Lebowski, è emblematico di questa discutibile scelta di sceneggiatura. Un peccato, perché il dramma si regge alla perfezione grazie anche all’eccellente interpretazione di un Denzel Washington in forma come non mai, e grazie alla naturale empatia verso i propri personaggi che ha sempre contraddistinto il cinema di Zemeckis, fin dai tempi di 1964: allarme a New York arrivano i Beatles. In un film così solidamente hollywoodiano, la scrittura incancrenita di Gatins non fa altro che appesantire l’insieme, costringendolo a tratti ad arrancare: a questa storia di colpa e redenzione avrebbe senza dubbio giovato una sceneggiatura più agile e anarcoide, come quelle che un tempo era solito sfoderare proprio Robert Zemeckis…

Info
Il sito ufficiale di Flight.
La pagina facebook di Flight.
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