Lincoln

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Uno dei punti di forza di Lincoln risiede nella capacità di mettere in scena una supposta età dell’Oro senza nascondere sotto il tappeto turpitudini, mali costumi e giochi di potere.

Il tredicesimo emendamento

In una nazione divisa dalla guerra e spazzata dai venti del cambiamento, Lincoln osserva una linea di condotta che mira a porre fine alla guerra, unire il paese e abolire la schiavitù. Avendo il coraggio morale ed essendo fieramente determinato ad avere successo, le scelte che compirà in questo momento critico cambieranno il destino delle generazioni future… [sinossi]
La schiavitù o altra forma di costrizione personale
non potranno essere ammesse negli Stati Uniti,
o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione,
se non come punizione di un reato
per il quale l’imputato sia stato dichiarato
colpevole con la dovuta procedura.
Testo del XIII emendamento
Non affermo di aver controllato gli eventi,
anzi confesso in tutta sincerità di essere stato controllato dagli eventi.
Abraham Lincoln, lettera ad Albert G. Hodges, 1864
Si apre nel pantano della battaglia, Lincoln: in quel luogo, dove le giacche del Nord e del Sud si fanno indistinguibili nel colore, e il sangue si confonde alla fanghiglia, tutta la barbarie della guerra è mostrata, spalancata di fronte agli occhi del pubblico. Era già così nell’incipit maiuscolo di Saving Private Ryan, era già così nella dolorosa ricostruzione del primo conflitto mondiale durante il quale si svolgeva lo straordinario War Horse, ed era già così anche in altre riflessioni belliche di Spielberg, come L’impero del sole e, perché no, perfino il wellsiano (e wellesiano) La guerra dei mondi. La furia belligerante ha sempre trovato in Spielberg un cantore epico e dimesso allo stesso tempo, ossimoro inevitabile in una personalità artistica complessa e stratificata come quella da sempre evidenziata dal regista nativo di Cincinnati.
Ma il campo di battaglia non è che la cornice atta a racchiudere un’opera che vuole e deve raccontare ben altro: l’Abraham Lincoln del film è presente nella zona nevralgica del conflitto, ma lo si vede scambiare amabilmente poche parole con quattro soldati, due neri e due bianchi (tra questi ultimi è possibile riconoscere il cameo di Lukas Haas). Per il resto Lincoln si sposta a Washington, rinchiudendosi volontariamente negli interni della Casa Bianca e della Camera dei Rappresentanti: un film fatto di aule piene, di stanze vuote, di dialoghi serrati e concitati gestiti da controparti ognuna seduta nel proprio scranno. L’America della guerra civile è una palude mefitica, letale prima ancora della punta di lancia delle baionette, ma lo sporco è capace di penetrare fin nelle viscere del congresso, dove è in corso il dibattimento per l’accettazione del tredicesimo emendamento alla Costituzione, proposto da Lincoln per abolire una volta e per sempre la schiavitù all’interno della nazione. Un emendamento che fu protagonista di una vera e propria battaglia campale a forza di parole, voti rubati e perduti, con i Repubblicani, appoggiati dall’ala radicale di Thaddeus Stevens, decisi a tutto pur di far passare una legge che avrebbe potuto rallentare i combattimenti, osteggiata però in maniera dura dai Democratici, fervidi credenti nei principi dello schiavismo.Eludendo con saggia intelligenza le trappole della retorica, e affidandosi all’ottimo script di Tony Kushner (già all’opera per Spielberg all’epoca dello splendido Munich, e autore dell’appassionata drammaturgia di Angels in America), Lincoln svicola dai legacci troppo stretti del cinema giudiziario per tracciare una riflessione accorata e carica di pungente ironia sulle distonie, le storture e le aberrazioni del sistema “democratico”. “Government of the people, by the people, for the people”, tuona il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America in uno dei suoi comizi, ma la realtà che si apre agli occhi dello spettatore appare assai diversa: nelle aule del congresso anche il più nobile degli ideali e il più coriaceo dei punti di vista è in perenne vendita al miglior offerente, mercimonio dell’ideologia che deflagra nella lunga ed estenuante ricerca dei pochi voti mancanti ai Repubblicani per riuscire a far passare l’emendamento. Anche una causa la cui giustizia è fuori da qualsiasi opinione, come quella tesa all’abolizione della schiavitù, non può sperare di ottenere vittoria se non passando attraverso sotterfugi, vie secondarie, scorciatoie politiche e morali. Uno dei punti di forza di Lincoln risiede proprio nella capacità di mettere in scena una supposta età dell’Oro (la presidenza di Lincoln è tutt’ora la più amata e difesa dal popolo statunitense) senza nascondere sotto il tappeto turpitudini, mali costumi e giochi di potere. La perdita dell’innocenza della nazione, spesso attribuita ai proiettili che colpirono a morte John Fitzgerald Kennedy a Dallas, viene data come assodata e irreversibile già a meno di un secolo dalla fondazione degli Stati Uniti e dalla proclamazione della dichiarazione di indipendenza secondo la quale erano ritenute evidenti le seguenti verità: “che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”.
Anche per questo Lincoln, al di là del proprio titolo, si configura come un’opera corale, in cui le diverse personalità messe in scena trovano una propria compiutezza morale e ideologica: si prenda ad esempio la figura già citata di Thaddeus Stevens, interpretato da un monumentale Tommy Lee Jones, e descritto da Spielberg come il pensatore progressista per eccellenza del congresso (definizione non troppo lontana dalla verità, se si considera che in vita Stevens si batté per i diritti della popolazione di colore, delle minoranze cinesi, italiane e greche, proclamando la necessità del suffragio universale e del voto alle donne), ma non per questo più timido nel proporre una carica pubblica a un esponente del Partito Democratico pur di ottenere il suo sì nella votazione per l’emendamento.Tutto questo senza dimenticare come, ça va sans dire, il film si proponga come ritratto umano, sincero, doloroso e appassionato di Abraham Lincoln: una figura complessa, stratificata, non priva di contraddizioni anche molto forti ma che Spielberg anima di una sincera volontà abolizionista, per quale sarebbe arrivato a pagare con la propria vita. Daniel Day-Lewis sfodera l’ennesima interpretazione stupefacente (motivo in più per godere della visione in lingua originale, evitando laddove possibile la versione doppiata in italiano), inguainandosi nelle vesti goffe e nei movimenti dinoccolati di un uomo semplice ma non per questo meno consapevole del proprio ruolo e delle responsabilità che esso comporta. Spielberg gestisce i lunghi dibattimenti, i dialoghi accesi e le discussioni attraverso una messa in scena controllata ma mai prona di fronte alle battute presenti in sceneggiatura, regalando pagine di cinema di una potenza annichilente, lavorando sulla sottrazione – e quanto lungimiranti appaiono quelle dissolvenze incrociate nel finale – ma facendo respirare alla macchina da presa l’inebriante profumo dell’epica. Un ritratto di politica in interni che emoziona, appassiona e riesce persino a divertire, nuova declinazione fordiana del cinema di Spielberg dopo il già citato War Horse (e Ford descrisse gli anni da avvocato di Lincoln in Alba di gloria, affidando il ruolo del Presidente a Henry Fonda) e conferma ulteriore del talento cristallino di un cineasta la cui grandezza con troppa facilità viene sminuita da una critica frettolosa e spesso cieca. Tra i tanti istanti di alto cinema regalati da Lincoln viene naturale, in chiusura di recensione, ricordare due dei passaggi finali, l’attraversamento del campo di battaglia con i cadaveri dei soldati sparpagliati in maniera indiscriminata sul suolo (ideale cornice conclusiva dell’incipit) e il dialogo notturno tra Stevens e la sua compagna. Trattenersi di fronte a queste sequenze comporta un autocontrollo del quale neanche il pacato Abraham Lincoln avrebbe potuto dichiararsi certo.

Info
Il sito ufficiale di Lincoln.
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