Ciao Italia

Molteplici voci di un ideale coro vanno a comporre il mosaico orale di Ciao Italia, il documentario che Barbara Bernardi e Fausto Caviglia hanno realizzato nel 2011 sul fenomeno degli italiani “esuli inconsapevoli” in quel di Berlino.

Esuli inconsapevoli

A Berlino! A Berlino! Sembra quasi una parola d’ordine, il messaggio trasversale che negli ultimi anni si sono scambiati gli italiani di ogni età, ordine, grado e censo. La capitale germanica è stata vista come la panacea di tutti i mali, il mitico nirvana dove ri-iniziare la vita era come un gioco possibile a tutti. Di fronte a un fenomeno di tale portata è lecito porsi qualcosa di più di qualche semplice domanda… [sinossi]

Appartenere di fatto a un popolo, a una nazione, a una bandiera, ma non sentirsi più frammento di essi, non rispecchiarsi più nella società che rappresentano, nei modi di fare, di pensare e di agire che li caratterizzano, non condividere il o i modi in cui questi vengono governati da coloro che detengono il potere politico e istituzionale. È quanto accade e continua ad accadere a molti cittadini del mondo che hanno deciso di lasciare il proprio Paese di nascita per andare a piantare le radici in un’altra terra più o meno lontana, dove ricominciare da zero e inventarsi una nuova vita. In passato erano stati la guerra, gli stenti e la mancanza di lavoro a fare da traino e spinta propulsiva all’imponente flusso migratorio che portò milioni di persone ad attraversare l’oceano per sbarcare nel cosiddetto nuovomondo o a oltrepassare i confini per raggiungere altre località del Vecchio Continente, come Austria, Svizzera e soprattutto Germania, in cerca di fortuna. Poi si è passati a chi, per cause di forza maggiore, è stato costretto a lasciare la terra natale per motivi politici, intellettuali e razziali. Per chiudere con quella che nel gergo comune è stata definita la “fuga dei cervelli”, che annualmente vede pezzi da novanta, di questa o quell’altra nazione, andare a offrire le rispettive competenze all’estero al migliore offerente e a chi è disposto a valorizzarle. L’Italia e tantissimi suoi connazionali queste diverse tipologie migratorie – volontarie e non – le hanno e le continuano a vivere sulla pelle. La cinematografia nostrana le ha raccontare sul grande schermo molte volte, dedicando a esse pellicole più o meno riuscite: da Good Morning Babilonia a Nuovomondo, da Come scopersi l’America a Itaker, da Fuga in Francia a Pane e cioccolata.

Tuttavia esiste un’altra faccia dell’emigrazione, a molti sconosciuta e sulla quale non si era ancora focalizzata l’attenzione, sviluppatasi da qualche decennio a questa parte e della quale la Settima Arte non si è ancora occupata, probabilmente perché invisibile agli occhi dei media nonostante il forte incremento. Stiamo parlando di tutti quegli italiani che hanno deciso di fuggire letteralmente dallo stivale perché insoddisfatti di un Sistema oramai corrotto, malato e infetto, che preferisce la raccomandazione e l’opportunismo alla meritocrazia, che non riconosce una serie di diritti senza spiegarne il motivo; persone che da tutto questo hanno preferito allontanarsi, nonostante l’amore nei confronti dei parenti e delle origini. In poche parole, a venire meno è lo spirito di appartenenza, quanto basta per lasciarsi tutto alle spalle. Non si tratta di gente che necessariamente scappa dalla crisi imperante, né per motivi espressamente lavorativi in quanto la maggioranza di loro produceva reddito e aveva un’occupazione, ma il più delle volte per garantire un futuro ai propri figli o dare alla propria esistenza una seconda chance. È qualcosa di più sottile, ma allo stesso tempo drastico, che non coinvolge il singolo, bensì famiglie intere, come ad esempio quella della coppia partenopea formata da Fabio e Alessandra con prole al seguito. Il loro racconto personale è solo una delle voce del coro che va a comporre il mosaico orale di Ciao Italia, il documentario che Barbara Bernardi e Fausto Caviglia hanno realizzato nel 2011 sul fenomeno degli italiani “esuli inconsapevoli” in quel di Berlino.

La capitale tedesca è, infatti, tra le mete “ambite” ed è qui che i due registi sono andati a raccogliere le testimonianze dirette di alcuni loro e nostri connazionali che hanno fatto tale scelta di vita. Tra loro ci sono anche il quarantunenne bolognese Roberto, la trentatreenne Ilaria da Bolzano, il fiorentino Tiziano di quaranta e il quasi sessantenne romano Corrado; tutti uniti dallo stesso minimo comune denominatore. Sono le loro parole, fatte di ricordi, aneddoti, riflessioni e constatazioni, il filo conduttore di un’opera che ha il solo e unico merito di aver portato all’attenzione delle platee questa nuova forma di migrazione umana. Il resto apre scenari analitici tutt’altro che incoraggianti per un documentario che mette ben presto in mostra tutti i suoi limiti, a cominciare da quelli strutturali per finire a quelli più squisitamente stilistici. L’architettura narrativa, seppur lineare e fruibile, riversa nei canonici cinquantadue minuti un didascalismo piuttosto evidente, accompagnato e intervallato da frequenti passaggi musicali che a conti fatti allungano il brodo senza aggiungere consistenza e sostanza alle argomentazioni trattate. Qui i registi provano a concedere qualcosa agli occhi e alle orecchie degli spettatori, con intermezzi che regolarmente però finiscono con lo spezzare la narrazione orale dei testimoni, che poi è il nucleo portante dell’operazione, per catturare e restituire sullo schermo brandelli di quelle che un tempo gli storici definivano “sinfonie urbane”. La videocamera di Bernardi & Caviglia cattura e assembla paesaggi metropolitani come note su un pentagramma, con una successione di inquadrature geometriche che restituiscono lo skyline berlinese e la sua parziale mappa topografica. Il modello di riferimento lo si potrebbe individuare in Berlino – Sinfonia di una grande città di Walter Ruttmann del lontano 1927, ma alla poesia visiva dei “puri arabeschi in movimento” (come li definì Kracauer) disegnati sullo schermo dal cineasta tedesco sulle note di Edmund Meisel, i colleghi italiani preferiscono un meccanico e impersonale montaggio a battuta scandito dalla punteggiatura sonora di un’anonima e onnipresente chitarra acustica. La coppia di registi li gira tutti in esterni e a luci naturali, filmando con occhio neutrale la realtà con lo stile di un reportage paesaggistico, contrapposto all’approccio classico in multicamera con il quale la stessa coppia registra le testimonianze dei vari intervistati che raccontano e si raccontano: dai motivi che li hanno spinti a emigrare al piano d’integrazione da loro seguito per inserirsi nella quotidianità berlinese, dal loro rapporto a distanza con la madre patria ai pro e i contro del vivere in Germania.

Lontano per fortuna da propositi turistici e cartolinieri, ma non da intenti sociali e antropologici, Ciao Italia finisce con il rimanere maledettamente in bilico tra il ritratto umano di questa nuova fauna migrante e quello di una città ancora in metamorfosi e in cerca di un’identità. A pagare il prezzo più alto è l’ensemble ovviamente, un ensemble che potremo vedere in poche sale a partire dal 30 gennaio nell’ambito del progetto Mercoledì Doc, al suo secondo appuntamento dopo Fukushame. Ciò che resta è l’accentuarsi di un’esterofilia sempre più diffusa, che lascia trasparire un’evidente mitizzazione di quello che è situato geograficamente oltre le mura amiche, che osservato da più vicino non è poi tanto diverso da quello che già abbiamo.

Info
Il trailer di Ciao Italia – Storie di italiani a Berlino.

  • ciao-italia-storie-di-italiani-a-berlino-2011-barbara-bernardi-fausto-caviglia-01.jpg

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