Viva la libertà

Viva la libertà

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Con Viva la libertà, Roberto Andò porta sul grande schermo una disamina acre e ricca di sarcasmo della mala politica nostrana, con un doppio – ed eccezionale – Toni Servillo.

Potere alla parola

Il segretario del maggiore partito d’opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei sondaggi e l’ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia in segreto a Parigi, in casa di un’amica che non vede da trent’anni, Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all’epoca in cui ancora accarezzava l’idea di fare il regista. Unici, e parziali, depositari della scomoda verità, Andrea Bottini, collaboratore di Oliveri, e Anna, la moglie dell’onorevole, in realtà continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto dello scomparso. Il filosofo si trasferirà a casa sua avviando uno strano mènage e un’involontaria carriera politica… [sinossi]

Classe 1959, Roberto Andò è una personalità artistica davvero poliedrica: registra teatrale, scrittore, anche nel cinema spazia dalla sperimentazione (video su autori teatrali come Robert Wilson e Harold Pinter) al cinema di finzione. In quest’ultimo ambito, Andò è giunto con Viva la libertà al suo quarto film, mai riscontrando finora molto successo tra critica e pubblico.

In un periodo pre-elettorale in cui imperversa la famigerata legge sulla par condicio a livello mediatico, con annesse polemiche in alcuni casi anche cinematografiche (vedi il recente documentario Girlfriend in a Coma, bloccato dall’intervento censorio del Ministero), Viva la libertà, tratto dal libro dello stesso Andò Il trono vuoto, riesce intelligentemente a sfuggire alle maglie della citata legge, alludendo chiaramente – ma senza fare nomi reali di persone e partiti – alla sinistra italiana e in particolare all’apparato del PD. Per l’occasione è stato scelto il mattatore del cinema impegnato italiano, Toni Servillo, qui addirittura con una doppia parte, per impersonare di nuovo il volto di un uomo politico dopo Il divo. L’attore napoletano si sdoppia in due gemelli: uno grigio e prigioniero di se stesso nel ruolo del politico, l’altro scrittore e filosofo genialoide con in passato dei problemi di salute mentale.

Sarà inflazionato Servillo, e a tratti dà l’impressione di manierare i suoi personaggi, ma la sua interpretazione si rivela ancora una volta vincente. La vera impresa è però a livello di scrittura: Viva la libertà riesce infatti a sfuggire ai pericoli del cinema impegnato italiano non superandoli tramite l’immagine, ma tramite la forza della parola. Ciò che dice il politico Servillo, che viene definito leader del maggior partito d’opposizione, riesce miracolosamente a non essere retorico né demagogico parlando di fallimento, di Italia malata e marcia, di una classe politica grigia e autoreferenziale, lontana dai problemi della gente. Sia chiaro, Andò non sempre fa centro in questo intento, a tratti perdendosi in ambienti e situazioni patinate, fin troppo romanzate, in particolare nella vicenda parigina che coinvolge il Servillo politico alle prese col suo vecchio amore Valeria Bruni Tedeschi e un misterioso regista dell’estremo oriente, marito di quest’ultima.

La costruzione del film è sicuramente complessa, piena di riferimenti letterari, ma anche continue metafore che coinvolgono cinema e politica, esternate nel rapporto tra il regista orientale e il politico italiano, quest’ultimo a simboleggiare con la sua incapacità e inettitudine quello che Fellini definiva (citato nel film nella sua famosa invettiva contro la pubblicità in tv) lo schiaffo più forte del consumismo alla bellezza del cinema, uno spalleggiarsi tra classe dirigente e mediocrità. Riflessioni a tratti un po’ pretenziose e complesse, che si addizionano tra loro anziché andare in profondità, ma che vengono tuttavia riscattate da quelle dirette e folgoranti che invece sfodera il Servillo scrittore, che viene appunto scambiato per il politico nel frattempo in fuga in Francia vittima di una crisi d’identità.

Il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea (ancora una volta perfetto), fido braccio destro del leader politico – già fortemente ingrigito dall’ambiente seppure dia l’impressione di essere il più giovane della cricca – ci fa capire in una scena in particolare l’efficacia e il carisma di Servillo. Stanco e disincantato, probabilmente – almeno questa è l’impressione – più schierato come idee nella sinistra più radicale, ma che per lavoro o per scelta forzata si ritrova dentro il centro-sinistra, Mastandrea dice in piena sincerità a Servillo che uno come lui davvero lo voterebbe.  Il Servillo pazzoide assomiglia senza dubbio al Michele Placido di Viva l’Italia, tuttavia nel film di Massimiliano Bruno lo smascheramento della mala politica è trattato in modo superficiale e molto retorico (ma in un contesto molto più da commedia), qui invece si avverte davvero l’impatto con la realtà, la possibilità, forse a cui nessuno crede più, che un politico con la propria intelligenza, con la propria capacità di interpretare i bisogni di chi è più in difficoltà e il momento storico attuale, sappia traghettare le persone verso un futuro migliore. In questo Viva la libertà dice cose importanti che spiazzano anche per la loro bellezza, in un’epoca dominata dalla paura e soprattutto dalla democrazia basata sulla paura. A segnalare ancor più il realismo di quest’opera appaiono in filigrana la Merkel, un probabilissimo D’Alema, Napolitano. Ciò che non convince del tutto, ripetiamo, è il parallelismo con la storia parigina, che rimanda da vicino, in modo molto manierato, a Le conseguenze dell’amore di Sorrentino, con l’autore napoletano nuovamente citato anche nel bel duello politico tra Andrea Renzi (D’Alema?) e Servillo, come già accadeva ne L’uomo in più.

Info
Il trailer ufficiale di Viva la libertà.
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