Closed Curtain

Closed Curtain è la dimostrazione di quanto il cinema possa essere superiore alle miserie della storia e della “civiltà”. Jafar Panahi continua a filmare dalla sua casa/prigione…

La reclusione

Sono entrambi in fuga: l’uomo con il cane che non deve essere trovato a causa delle leggi islamiche che lo condannano in quanto impuro, e la giovane donna che ha preso parte a una festa illegale sulle sponde del Mar Caspio. Si barricano in una villa appartata con le finestre chiude dalle tende e gli occhi che si fissano sospettosamente gli uni con gli altri. Perché l’uomo si è rasato la testa? E come fa la donna a sapere che è ricercato dalla polizia? Ora sono entrambi prigionieri in una casa senza vista nel mezzo di un ambiente ostile. Si possono udire le voci dei poliziotti in lontananza, ma si può sentire anche il rilassante rumore del mare… [sinossi]
Alla fine della proiezione stampa di Pardé (Closed Curtain è il titolo scelto per la vendita sul mercato internazionale) un piccolo ma agguerrito manipolo di accreditati ha accolto i titoli di coda del nuovo film di Jafar Panahi fischiando sonoramente. Una reazione isolata, cui si sono contrapposti i convinti applausi del resto della platea, ma che denota una preoccupante ignoranza proprio in quel microcosmo di “addetti ai lavori” che dovrebbe difendere strenuamente il cinema, soprattutto quello con la c maiuscola. Fischiare un’opera di Jafar Panahi non equivale infatti solo a palesare la propria avversione verso il film in questione, ma significa anche disconoscere la terribile storia che ha dovuto affrontare il cineasta iraniano negli ultimi due anni. Forse il popolo fischiante ignora che il 20 dicembre del 2010 il tribunale di Teheran ha condannato Panahi e il suo collega Muhammad Rasoulof a sei anni di prigone, per via della loro contrapposizione al regime di Mahmud Ahmadinejād: una punizione gravissima, cui si è aggiunto il bando dall’industria cinematografica per i venti anni successivi. Secondo la legge iraniana, dunque, Panahi e Rasoulof (come molti altri artisti dissidenti) non potranno dirigere film, esercitando il proprio mestiere, fino al 2020.
Fortunatamente l’arte trova spesso – se non sempre – il modo di muoversi nei risicati condotti d’aria concessi dalle dittature, e così appena pochi mesi dopo la condanna (contro la quale, fortunatamente, si è schierato compatto il mono del cinema) sono apparsi nei festival internazionali il bel Good Bye di Rasoulof e lo straordinario This is Not a Film di Panahi: quest’ultimo, in particolare, dimostra di lavorare in maniera concreta su quanto appena avvenuto, mettendo in scena il regista nell’appartamento dove è rinchiuso agli arresti domiciliari.
Con Closed Curtain Panahi prosegue il suo discorso sul tema della reclusione e dell’impossibilità di agire liberamente nell’Iran contemporaneo: per rendere ancora più chiaro il concetto agisce su un duplice livello, nel quale fa confluire tanto la digressione documentaria quanto il cinema più direttamente di “finzione”. Realtà e immaginazione in Closed Curtain si mescolano senza alcuna soluzione di continuità. La storia che trovate nella sinossi, e che riempie lo schermo per metà film, è fin troppo emblematica nella sua continua metafora della vita che è costretto a vivere quotidianamente il regista: l’uomo, la donna e il cane rappresentano infatti tre categorie contro cui la bieca politica di Ahmadinejād ha dispiegato tutte le forze a disposizione. L’uomo è uno sceneggiatore – interpretato non a caso da Kamboziya Partovi, fedele collaboratore agli script di Panahi e in questa occasione accreditato anche come co-regista –, un artista, un libero pensatore; la donna, che si deve rifugiare nella villa per aver preso parte a una festa illegale in riva al Mar Caspio, rappresenta il desiderio di libertà di una popolazione femminile emancipata e colta (l’Iran fino a qualche anno fa aveva un’altissima percentuale di donne laureate) che si trova a fare i conti con l’ottuso sciovinismo governativo; il cane, infine, è considerato dalla legge islamica un animale impuro, nonché simbolo dell’odiato occidente.
La metafora degli uomini e animali costretti alla reclusione e all’esilio deflagra definitivamente in “ripresa del reale” quando Panahi decide di fare irruzione nell’inquadratura: da qui il film scarta definitivamenet, divenendo un’amara riflessione del regista sulla possibilità di evadere dalle gabbie nelle quali si viene rinchiusi. Il cinema rimane un’arma viva, pulsante, quasi tangibile all’interno di un discorso in cui materiale e immateriale si confrontano continuamente: ma anche lui, alla fine, non può che rimanere chiuso dietro il cancello che apre e chiude, come un pugno nello stomaco, un film importante e annichilente allo stesso tempo. La reclusione coatta sta rendendo Panahi un regista indispensabile – aggettivo che in precedenza non sarebbe stato altrettanto facile attribuirgli – perché in grado di ragionare sulla propria condizione trasformandola in una speculazione continua sul cinema, sull’immagine liberata e prigioniera, sulla necessità dell’arte anche quando essa appare impotente, o perfino inutile. Come andrà a finire la lotta per la libertà di Panahi è materia impossibile da divinare con leggerezza, ma una cosa è certa: Closed Curtain sarà sempre più forte di qualsiasi becero fischio.
Info
La pagina IMDB di Closed Curtain.
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