Gambit – Una truffa a regola d’arte

Gambit – Una truffa a regola d’arte

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Remake dell’omonima pellicola del 1966 con Michael Caine, il Gambit di Michael Hoffmann è ipercinetico ma discontinuo e inconcludente. Non resta che ammirare Alan Rickman, mattatore assoluto della scena.

Sharada britannica

Harry Deane, curatore di mostre londinese, organizza un’astuta macchinazione per raggirare l’uomo più ricco d’Inghilterra, l’avido collezionista Lionel Shabandar, convincendolo ad acquistare un falso dipinto di Monet. Come esca, recluta una regina del rodeo texana… [sinossi]

In un periodo in cui la commedia sembra aver smesso di riflettere su se stessa e i propri meccanismi, non c’è niente di meglio che rispolverare i classici del passato per riportarli letteralmente in vita. Se infatti qualche anno fa (era il 2004) una pellicola graziosa e forse troppo sottovalutata come Abbasso l’amore (Down with Love) di Peyton Reed rispolverava topoi stilistici (split screen e trasparente compreso) della commedia americana anni ’60 per un omaggio divertente e divertito al genere, Gambit di Michael Hoffman, remake dell’omonima pellicola del 1966 con Michael Caine e Shirley McLaine, limita il suo omaggio “storico” alla sequenza dei titoli di testa, dove in stile “very sixty” vediamo presentati personaggi e situazioni sotto forma di variopinti cartoni animati.
Nonostante alla sceneggiatura ci siano due cultori dell’iconografia pop made in Usa come  Joel e Ethan Cohen, la pellicola di Hoffman declina infatti il suo plot da “caper movie” in una sorta di contemporaneità senza tempo né personalità, dove si muovono personaggi bizzarri e sopra le righe pronti a rivestire ruoli preconfezionati.

Protagonista della vicenda è Harry Deane (il premio Oscar Colin Firth) nei panni di un  frustrato impiegato britannico che, stanco delle umiliazioni incassate dal suo capo, il magnate dell’editoria Lionel Shabander (Alan Rickman), decide di raggirarlo, con una truffa milionaria. Facendo leva sulla passione di Shabander per gli impressionisti, Harry gli farà credere che una rozza campionessa di rodeo texana (Cameron Diaz) è in possesso del quadro da lui più ambito: I covoni di Monet versione “tramonto”. Naturalmente non tutto andrà secondo i piani e lungo il percorso sono previsti una gita nel Texas più rude e arcaico, una soirèe nella lussuosa magione dell’altrettanto volgare Shabander, visite nel suo algido ufficio dove l’uomo pratica con molto aplomb il naturismo e una folle nottata in albergo tra porte che si aprono e si chiudono, insospettabili flatulenze e ardimentosi percorsi tra corridoi e cornicioni. E così, mescolando trovate fantozziane con tanto di sedie di design del supermegaboss in grado di intimidire il nostro represso impiegato londinese con un ritmo vorticoso da pochade, Gambit procede senza grandi intoppi verso la sua chiosa ma, pur mettendo a segno un paio di sequenze davvero esilaranti, tra una risata e l’altra perde i colpi. Troppo spesso infatti si affida al vecchio stilema dello scontro tra culture, raddoppiando le situazioni, ma non la loro efficacia. Se dapprima dunque abbiamo “britannici contro texani”, la questione sfiora pericolosamente il cattivo gusto quando gli albionici si trovano alle prese con le formalità del galateo nipponico, in scenette con protagonista un gruppo di manager giapponesi pronti a prodigarsi in inchini e sorrisi stampati e ad esibirsi nell’immancabile karaoke. Il ritmo complessivo della pellicola poi, sebbene efficace al livello della singola gag, nell’economia complessiva del racconto perde di mordente e scende vertiginosamente verso un epilogo che abbraccia la love story, poco credibile e scarsamente sostenuto da quanto visto in precedenza.

L’ipercinetica Cameron Diaz, come sempre a suo agio con i tempi comici, non è qui supportata dai dialoghi che meriterebbe e il suo personaggio si fa ben presto assai bidimensionale oltre che scarsamente credibile come oggetto del desiderio, dal momento che la sua sensualità è inversamente proporzionale alla tonicità dei suoi addominali.
Non resta che affidarsi dunque al sempre solido mestiere di Colin Firth, abile anche nelle sequenze slapsick e ad un gigionissimo Alan Rickman, assoluto e aggressivo – anzi, è il caso di dire “leonino” –  mattatore della scena, pronto anche a denudarsi per il nostro avido ludibrio.

Info
Il sito giapponese di Gambit.
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