Non aprite quella porta 3D

Non aprite quella porta 3D

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Leatherface regala l’ennesimo weekend di paura, tornando a indossare l’immancabile maschera di pelle umana, vestire il grembiule grondante sangue e impugnare la fedele motosega, questa volta tutto in 3D in Non aprite quella porta 3D di John Luessenhop.

Buon sangue non mente

Heather scopre di aver ereditato una tenuta nel Texas da una nonna che nemmeno sapeva di avere. Alla fine di un viaggio con alcuni amici, per scoprire le proprie origini, si rende conto di essere l’unica proprietaria di una sontuosa ed isolata villa vittoriana. Ma la sua nuova ricchezza ha un prezzo, un orrore che la aspetta nel buio scantinato della casa… [sinossi]

È mai possibile che ben tre capitoli, un reboot, un prequel e un remake non siano bastati a far capire ai protagonisti di turno che forse quella porta non andava e non andrebbe aperta per nessuna ragione al mondo? A quanto pare no, visto che nonostante il cult firmato da Tobe Hooper nel lontano 1974 c’è ancora qualcuno che la lezione proprio non la vuole mandare giù. Ed è a quei duri di comprendonio che Jed Sawyer, in arte Leatherface, regalerà l’ennesimo weekend di paura, tornando a indossare l’immancabile maschera di pelle umana, vestire il grembiule grondante sangue e a impugnare la fedele motosega per mettere il suo personalissimo timbro sulle vittime di questo nuovo massacro in quel di Newt, sperduta cittadina nel bel mezzo del Texas, dove quarant’anni fa, in una calda notte d’agosto, si consumò il più efferato dei delitti.

Da quella notte molto sangue è stato versato, ma evidentemente non abbastanza da saziare quei nostalgici che dopo lo sterminio senza precedenti offerto ai forti di stomaco da Hooper, hanno dovuto accontentarsi di scialacquati sequel che poco hanno lasciato al genere horror-splatter, almeno fino a quando Marcus Nispel nel 2003 ha ridato una “dignità” cinematografica alla vicenda con un remake stilisticamente e figurativamente in linea con i gusti dell’originale. C’è poi chi ha tentato tre anni dopo l’omaggio del regista tedesco alla saga di ritornare alle radici dell’orrore raccontando le origini del serial killer Leatherface e della sua affamata famiglia di cannibali. Quel qualcuno era Jonathan Liebesman che, sostenuto produttivamente da Michael Bay, portò sullo schermo un prequel senza fama e senza lode. Dunque, messo alle spalle anche un tentativo maldestro di tuffo nel passato, le possibilità di rivedere nelle sale le truculente gesta di uno dei più celebri macellai della storia della Settima Arte si riducevano al lumicino. Peccato che a Hollywood e dintorni l’idea di mandarlo in pensione proprio non le andava a genio, per questo non restava che spremere le meningi a qualche sceneggiatore per evitare che potesse appendere in via definitiva la motosega al chiodo. Detto fatto.

Sette anni, tanto è bastato a Leatherface per rivedere il buio della sala grazie a un cavillo che ha permesso di aggiungere un nuovo tassello alla serie di Non aprite quella porta. A metà strada tra un reboot e un sequel, la pellicola affidata a John Luessenhop ha trovato il modo di riagganciarsi direttamente al primo capitolo, riprendendo proprio là da dove il classico di Hooper ci aveva lasciati, ossia a pochi minuti dalla rocambolesca fuga di Sally dalle grinfie della famiglia Sawyer. Scelta drammaturgica scontata per un sequel, ma non così tanto visto che si è dovuti arrivare al 2013 per metterla prima su carta e poi trasferirla in un film. Lo script firmato a sei mani da Kirsten Elms, Debra Sullivan e Adam Marcus (per la prima volta non c’è lo zampino del padre della serie) ha, infatti, il merito di avere avuto proprio questa intuizione, l’unica degna di nota in un progetto che altrimenti non avrebbe avuto alcun motivo d’interesse se non il piacere sadico di fan e appassionati di proiettare il proprio sguardo verso colui che ha saputo inondare come non mai le platee di ettolitri di sangue e di svariati kg di frattaglie.

Rinnegando in tutto e per tutto ciò che lo stesso cineasta americano aveva fatto nel suo atto secondo datato 1986, così come i suoi successori con i rispettivi episodi, quello affidato a Luessenhop è un barcollante compromesso tra lo shocker old style e lo splatter iper sadico di nuova generazione. Anche se la bilancia pende senza alcun dubbio verso la seconda componente. Di conseguenza, si punta sulla macelleria a buon mercato, in linea con ciò che il cinema orrorifico delle ultime stagioni ha sposato senza se e senza ma, perché a giudicare dal progredire del plot l’effetto sorpresa è un lusso che la pellicola non si può permettere, a causa di una scrittura narrativa e filmica che la costruzione della tensione non sa proprio dov’è di casa. Dopo aver ricucito i fili del discorso con un prologo che alla lunga distanza appare agli occhi dei nostalgici nient’altro che un vile sacrilegio al capostipite della serie, siamo costretti a rivedere i crudi highlights del primo atto scorrere in rapida successione sullo schermo (1. Kirk – colpi di martello, 2. Pam – appesa ad un gancio, 3. Jerry – colpo di martello in testa,

4. Franklyn – trapassato dalla motosega) quasi come la sintesi di una partita di calcio mostrata in quel di “90° minuto”. Le nuove vittime sacrificali immolate per la causa del botteghino non sono per niente all’altezza degli illustri predecessori, perché ridotte a meri accessori umani chiamati a rispondere con imbarazzante deficienza alla minaccia di un Leatherface che è la copia sbiadita di se stesso, nonostante con la motosega ci sappia ancora fare.

Ben presto ci accorgiamo che la possibilità di ritrovarci al cospetto della forsennata e visionaria ossessione dello smembramento del corpo che tanto aveva impressionato nel film del 1974, qui è solo un miraggio in lontananza. C’è spazio per qualche spunto raccapricciante (il poliziotto scuoiato, l’amputazione degli arti del sindaco e lo squartamento di Kenny non prima di essere stato appeso a un gancio da macellaio) da annotare sul taccuino degli esegeti del filone, ma nulla di più. Non ci vuole che una manciata di scene per fare in modo che quella speranza si tramutasse in cocente delusione. Da parte sua, Luessenhop fa quello che può da dietro la macchina da presa, ricordandosi di tanto in tanto di avere a disposizione le tecnologie stereoscopiche per costruire la messa in quadro, con un 3D che risponde all’appello bussando sullo schermo solo attraverso effetti di post-produzione (schizzi di sangue e brandelli di corpo proiettati verso il pubblico, quest’ultimo minacciato qualche volta dalla punta della motosega). Davvero poco per chi pensava di poter ereditare i fasti di un capolavoro del genere.

INFO
Il sito ufficiale di Non aprite quella porta 3D
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