Ci vuole un gran fisico

Ci vuole un gran fisico

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Privo di spessore drammaturgico, diretto in modo estremamente scolastico, Ci vuole un gran fisico fallisce l’obiettivo di costruire un ritratto credibile su grande schermo di una donna matura e problematica interpretata da Angela Finocchiaro.

Il mio angelo della menopausa

Eva è una donna come tante. Come riesce a fare tutto? Facendo l’equilibrista, come solo le donne a volte sanno fare. Sempre in bilico tra lavoro, famiglia, l’ex marito Gino, la figlia ribelle Francesca, l’arzilla madre Lidia; i colleghi tra cui Cinzia, una coetana per cui il tempo sembra non passare mai, lo spietato caporeparto Pagliai, Oscar che la corteggia forse con troppa timidezza; e poi le bollette, il mutuo e una volta la settimana tanto per vivacizzare, la spesa al supermercato. Sesso, non pervenuto… [sinossi]

Quale occasione migliore per distribuire un film incentrato su una donna in piena crisi di mezza età costretta a fare l’equilibrista nella vita di tutti i giorni, che insegue il riscatto personale dentro e soprattutto fuori dalle mura domestiche, se non la giornata dell’orgoglio femminile per eccellenza? Devono averlo pensato con uno sforzo di meningi non indifferente i vertici della Medusa quando sono andati a collocare nel proprio listino Ci vuole un gran fisico, opera prima della francese di scuola italiana Sophie Chiarello, qui alla prima esperienza in un lungometraggio dopo un paio di corti che buona figura hanno fatto nel circuito festivaliero (Ficarigna e Un filo intorno al mondo) e una lunga gavetta da aiuto regia per colleghi come Piccioni e Venier. Scelta tanto azzeccata quanto telefonata non c’è che dire, peccato che le trecento e passa copie messe a disposizione di questa pellicola, che vede protagonista assoluta una Angela Finocchiaro in gran spolvero, dovranno fare i conti con una programmazione trafficata come la Salerno-Reggio Calabria. Film su e con le donne come quello diretto dalla Chiarello vanno così ad affollare il giovedì che precede il tanto atteso 8 marzo, a conferma che non è solamente la Medusa a vederci lungo. A fargli compagnia, spuntano come funghi sul palinsesto, tra le tante offerte del ricco cartellone del secondo weekend del mese, la risposta Rai Cinema alla storica rivale con Amiche da morire, il road movie alla Thelma e Louise firmato da Bouchareb dal titolo Just Like a Woman, l’ultima controversa e provocatoria pellicola di Harmony Korine battezzata Spring Breakers e la commedia culinaria in salsa transalpina La cuoca del presidente, servita sul grande schermo da Christian Vincent. Ci sarà dunque da fare letteralmente a spallate per farsi largo al box office. Staremo a vedere.

Strategie distributive a parte, Ci vuole un gran fisico non è di quelle opere destinate a lasciare il segno in questa annata così altalenante per la commedia nostrana. Nelle sale si affaccia un film che non convince né sul versate della scrittura tantomeno da quello tecnico-stilistico. A pesare come un macigno sul progetto, da una parte una regia piuttosto anonima che si limita a mettere in fila le inquadrature con la stessa spinta propulsiva di uno studente al cospetto di un compito in classe a sorpresa; dall’altra una sceneggiatura (firmata anche dalla Finocchiaro) che fa uno sforzo immane a dividersi tra la comicità reale costruita sulle disavventure affettive e lavorative di Eva (un nome preso a caso) e i guizzi surreali che si manifestano nel plot in modalità random. Il risultato è un mix di registri ironici che si tramuta in una maionese impazzita che non brilla neppure per l’originalità delle vicende narrate. Lo script acquista subito il sapore inconfondibile di una minestra riscaldata, nella quale vengono gettati temi e stilemi, situazione e personaggi, che nella Settima Arte hanno di gran lunga preso forma e sostanza, sia singolarmente che cumulativamente come in questo caso. Quando si parla di comicità reale non è difficile, infatti, individuare nelle crepe evidenti del testo di Ci vuole un gran fisico, chiari e cristallini rimandi al cinema di Nancy Meyers, una che con Tutto può succedere ha dimostrato invece di avere un particolare feeling con certe tematiche al femminile. Mentre sul versante surreale, altrettanto poco originale e ormai logora è la presenza al fianco della protagonista di turno di un angelo custode (a vestire i suoi panni è Giovanni Storti), qui sprovvisto di ali e ribattezzato angelo della menopausa, che dai tempi de La vita è meravigliosa ha ispirato tantissime storie in bilico tra terreno e ultraterreno (da Provaci ancora, Sam ad Angel-A, passando per Always).

Ebbene se lo scopo, come dichiarato dagli stessi autori e interpreti, era quello di mostrare e raccontare la figura di una donna lontana dall’essere solo una costola d’Adamo, svincolata dai luoghi comuni della menopausa e dell’età che avanza inesorabile sulla pelle, allora la freccia scagliata è andata piuttosto lontana dal bersaglio. La Eva interpretata in maniera divertita e divertente dalla Finocchiaro, che facendo del suo corpo lo strumento efficace di un’auto-ironia giocata su una fisicità non prorompente dimostra ancora una volta di avere il pollice verde per questo tipo di commedia, è solo a tratti capace di restituire alla platea il vero perno intorno al quale vorrebbe, ma non riesce, a ruotare il film, ossia il cosiddetto “shock della soglia”: passata la porta dei cinquanta si ha paura di aprirne un’altra. Il limite non sta tanto nell’interpretazione dell’attrice quanto sul personaggio che le è stato cucito addosso, una donna che alla soglia dei cinquant’anni si trova proprio a combattere contro le vagonate di insicurezze che il progredire delle stagioni trascina con sé. Eva trova dentro se stessa, con un pizzico di aiuto divino, la via del riscatto, ma i segni della lotta sono praticamente invisibili, quando sarebbero dovute essere tumefazioni fisiche, morali ed esistenziali impresse sopra e sotto l’epidermide. Purtroppo la mancanza evidente di spessore drammartugico che caratterizza l’universo interiore della protagonista e ciò che le gravita intorno non sono sufficienti a restituire il ciclo rigenerativo di una donna come tante, nella quale non sappiamo quanto il pubblico al femminile riesca a immedesimarsi fino in fondo. L’esatto contrario di quanto avvenuto con la Diane Keaton ammirata nel film della Meyers o ne Il club delle prime mogli.

Info
Il trailer di Ci vuole un gran fisico.
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