Dead Man Down – Il sapore della vendetta

Dead Man Down – Il sapore della vendetta

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Dead Man Down è un film ingannevole, un’operazione incagliata tra il commerciale e l’autoriale. A fare la tara, levando le parti in eccesso e sorvolando sulle falle dello script, si ha l’impressione che Niels Arden Oplev possa alzare il tiro anche a Hollywood, ridisegnando personaggi e luoghi altrimenti stereotipati.

Cacciare i mostri, cacciare i mostri…

Victor è il braccio destro di Alphonse, capomafia di New York preso di mira da qualcuno che elimina sistematicamente gli uomini della sua gang. Un amico di Victor, Darcy, anche lui alle dipendenze di Alphonse, è ossessionato dall’idea di scoprire chi sia il killer così da ingraziarsi il boss e fare strada nei ranghi dell’organizzazione. Intanto Victor incontra Beatrice, una misteriosa donna francese che vive con la madre, nel palazzo di fronte al suo… [sinossi]

L’esordio oltreoceano di Niels Arden Oplev, assurto a notorietà internazionale grazie a Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor, 2009), si rivela un lungometraggio squilibrato, quasi schizofrenico, appesantito da uno script che svela tutto troppo presto. La parte action/crime, seppur sostenuta da un’ottima confezione tecnica, non regge a uno sguardo attento, tra snodi narrativi che scricchiolano e gangster dal quoziente intellettivo troppo basso. E non giova a Dead Man Down – Il sapore della vendetta il sottoutilizzo di F. Murray Abraham e Armand Assante, relegati in ruoli di contorno, quasi delle comparse. Uno spreco poco sensato.

Tutto da buttare? L’asso nella manica del regista danese è la debordante componente melodrammatica di Dead Man Down, enfatizzata dalla fisicità dei due protagonisti. Lasciandosi trascinare in questo tourbillon di vendette personali e sentimenti irrefrenabili, che prendono il sopravvento e rattoppano il côte gangsteristico, si possono probabilmente apprezzare anche gli eccessi narrativi. Tra i tanti, l’irruzione suicida con la macchina nel villino: una classica e impossibile situazione di “uno contro tutti”, con i proiettili che fischiano all’impazzata mancando sistematicamente l’eroe senza paura, ma non senza macchia. E allo stesso tempo, probabilmente, ci si può immergere nel mood della sequenza, che sembra presa di peso dal cinema hongkonghese anni Ottanta/Novanta. Insomma, un interessante cortocircuito geografico: Danimarca, Hong Kong e Stati Uniti. Ma non solo, visto che il tenebroso Victor è ungherese e la sfortunata Beatrice francese. Un melting pot che ci trascina in una New York grigia, tra capannoni industriali che nascondono macabri segreti e palazzi che ospitano silenziose solitudini.

La storia d’amore tra Victor e Beatrice e le ferite interiori e fisiche del loro passato sono il motore del film, la vera ragion d’essere di Dead Man Down. Più della vendetta, delle sparatorie e del piano arzigogolato contano la redenzione e il riscatto. È il viso sfigurato di Beatrice/Noomi Rapace (in netta ripresa dopo Sherlock Holmes – Gioco di ombre e Prometheus) a distogliere l’attenzione dalla maldestra detection della banda di Alphonse; sono le ombre e i fantasmi di Victor/Colin Farrell (attore dalle scelte spesso imprevedibili) a prendere il sopravvento su alcune sequenze dal basso grado di verosimiglianza. È la potenza del melodramma a riscattare un vengeance movie altrimenti meccanico e convenzionale.

Dead Man Down – Il sapore della vendetta è un film ingannevole, un’operazione incagliata tra il commerciale e l’autoriale. A fare la tara, levando le parti in eccesso (i malefici ragazzini che tormentano Beatrice, la madre svampita, l’amico con prole e via discorrendo) e sorvolando sulle falle dello script, si ha l’impressione che Niels Arden Oplev possa alzare il tiro anche a Hollywwod, ridisegnando personaggi e luoghi altrimenti stereotipati, esplorando con uno sguardo altro città come New York.

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Il trailer italiano di Dead Man Down.
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