Buongiorno papà

Buongiorno papà

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Pur basato su un’idea interessante, con un protagonista impiegato in un’agenzia di product placement, Buongiorno papà riduce ben presto il suo discorso conformandosi come una classica commedia di costume con famiglia disfunzionale.

Paternità coatta

Andrea è un trentottenne, bello e sicuro di sé. Single, sciupafemmine e superficiale con un’avviatissima carriera in un’importante agenzia che si occupa di product placement. Nella sua vita, fatta di avventure di una sola notte, sembra andare tutto a gonfie vele: nessuna responsabilità, tutto lavoro e divertimento. Finché un giorno, al suo ritorno a casa, dove vive con Paolo – un curioso amico disoccupato – trova Layla. La ragazzina, decisamente stravagante, ha diciassette anni e dice di essere sua figlia. E non è sola. Con lei c’è suo nonno Enzo, un improbabile ex rockettaro… [sinossi]

L’intuizione più interessante di Buongiorno papà è rintracciabile nella scrittura stessa del personaggio di Andrea, il quasi quarantenne impreparato a fare il genitore attorno alla cui evoluzione – umana, etica e sentimentale – ruota l’intera architettura del film: l’uomo, interpretato da un Raoul Bova non al massimo delle sue possibilità, è uno dei nomi di punta di un’importante agenzia che si occupa di product placement. Per chi fosse ancora all’oscuro di una delle pratiche più diffuse della moderna concezione della produzione cinematografica (ma non solo) il product placement consiste nell’inserire all’interno di una sequenza un oggetto prodotto da un’azienda che ha deciso di investire economicamente nella produzione del film.
Il solo fatto di attribuire al protagonista di Buongiorno papà un ruolo simile, in cui l’arte viene inevitabilmente filtrata attraverso la lente deformante del commercio, attrazione primaria della società dello spettacolo, appare quantomai significativo.
Eppure Edoardo Leo, al di là di qualche breve sequenza, non dona il giusto peso a questo dettaglio (presente già nell’idea primigenia della storia, scritta da Massimiliano Bruno), tralasciandolo e abbandonandolo ben presto al proprio destino. Perché il problema principale di Buongiorno papà (se di “problema” ovviamente si può parlare) risiede proprio nella sua pervicace volontà di muoversi solo ed esclusivamente in direzione di una commedia di costume, priva di particolari ambizioni e protesa semmai a una ridefinizione del concetto di coralità, che sembra essere particolarmente caro ai produttori della pellicola, Fulvio e Federica Lucisano.

Già fautori del cinema di Massimiliano Bruno, i Lucisano hanno compreso la necessità ineludibile di tornare a ragionare da vicino sulle dinamiche della commedia italiana, smussandone gli angoli e provando a trovare nuove coordinate espressive a un genere che da sempre rappresenta uno dei punti di forza della cinematografia della penisola. In questo senso l’opera seconda di Edoardo Leo può essere intesa alla stregua di una cavia da laboratorio, corpo sul quale è legittimo, se non addirittura doveroso, sperimentare nuove soluzioni. Si ritrova dunque la famiglia disfunzionale – epicentro delle sortite registiche del già citato Bruno –, con tanto di confronto generazionale a tutto campo (il film pullula di nonni, genitori, figli, nipoti, amici e vicini), si ricerca una love story non convenzionale, almeno sulla carta, e nella quale è la donna a rappresentare il punto di forza (schema, questo, che si palesa nei duetti tra Bova e Nicole Grimaudo, ma anche nel rapporto tra Paola Tiziana Cruciani e Mattia Sbragia e in quello appena abbozzato tra Rosabell Laurenti Sellers e l’assistente di Bova), e via discorrendo. Nonostante alcune intuizioni interessanti, e alcune brillanti soluzioni di sceneggiatura, Buongiorno papà non possiede la freschezza narrativa e i briosi dialoghi dei due film di Massimiliano Bruno o, per restare nella contemporaneità, di Tutti contro tutti di Rolando Ravello: ad appesantire la struttura c’è una ricerca troppo ostentata del grottesco, senza che si abbia allo stesso tempo il coraggio di andare fino in fondo, e una scrittura in cui le singole sequenze sono eccessivamente auto-conclusive, quasi fossero slegate dal contesto generale.
Anche alcuni personaggi di contorno lasciano il tempo che trovano (il padre di Bova, alla ricerca della propria dimensione, e il personaggio dell’amico del protagonista, a cui dona il volto lo stesso Leo), con l’unico risultato di allungare ulteriormente un film che avrebbe dovuto assestarsi sull’ora e mezza canonica per gestire al meglio il ritmo degli eventi.
Peccato, perché le intenzioni erano senza dubbio le migliori e, come già scritto, si avverte a tratti la potenzialità inespressa di uno script messo in scena senza troppa inventiva. Rimangono da annotare le interpretazioni migliori del cast, a partire dal solito ottimo Marco Giallini per arrivare alla brava Rosabell Laurenti Sellers, già apprezzata nel bel Gli equilibristi di Ivano De Matteo e che qui conferma le proprie doti attoriali. Una speranza per il futuro.

Info
Il trailer di Buongiorno papà.
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