Su Re

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L’opera seconda di Columbu, Su Re, è un viaggio atemporale e aspaziale che trova nella musicalità del dialetto sardo il suo battito cardiaco: un viaggio rigoroso e duro, sicuramente spigoloso ma non gratuitamente ostico.

Ecce Homo

La passione di Cristo trasposta in Sardegna, in un luogo diverso da quello storico, come nelle opere dei pittori rinascimentali che rappresentarono gli episodi narrati nel Vangelo ambientandoli nel loro tempo, nei loro paesi e con i loro costumi, senza mai mostrare la Palestina. Il racconto inizia e finisce nel sepolcro dove Maria piange sul corpo del figlio. Tutto è già accaduto, ma gli antefatti si riaffacciano come ricordi e come sogni dei diversi protagonisti. [sinossi]

Maria piange sul corpo di suo figlio, ormai morto: è con questa immagine che si apre e chiude la ringkomposition sulla quale si dipana il racconto delle ultime ore di Cristo, dall’ultima cena, al tradimento di Giuda fino alla crocefissione, portate sullo schermo senza una linearità narrativa ma procedendo per associazione di immagini e sequenze. La Passione di Cristo viene trasferita fra le colline brulle della Sardegna, in quell’entroterra lontano dallo splendore cristallino delle coste e popolato da arbusti bassi e rocce, un paesaggio aspro e selvatico dove l’orizzonte geografico si destruttura trasformandosi in un perfetto palcoscenico simbolico: Su Re è un progetto ambiziosissimo che cerca di trasferire sulla pellicola la forza drammatica di una tragedia umana, narrata senza celebrazioni mistiche o enfasi spirituali, bensì promuovendo l’immagine di un dolore umano, tangibile e ancestrale.Giovanni Columbu guida un cast interamente costituito da attori non professionisti originari di diverse aree della Sardegna, alcuni dei quali provenienti da alcuni centri di salute mentale: il film assorbe l’energia delle loro interpretazioni spontanee – nelle quali riverberano le sfumature dei diversi dialetti – e che valorizzano all’interno dello sviluppo della storia l’influenza della tradizione orale nella cultura sarda, mescolando all’impianto classico del racconto evangelico una serie di suggestioni mediterranee che scavano nelle radici popolari. A dispetto però di quanto si sarebbe potuto prospettare, Su Re non cerca una rilettura in chiave regionale della Passione ma si concentra su un lavoro di astrazione che scava nel tempo e nello spazio e che mira alla realizzazione di una cornice sospesa, magica che fa convivere surrealmente elementi potenzialmente addirittura dissonanti: sotto a un cielo plumbeo e minaccioso prende forma una rappresentazione cruda e violenta che non pare però ammiccare alla spettacolarizzazione del dolore – basti pensare a La Passione di Mel Gibson – ma che piuttosto iscrive la sofferenza in una riflessione generale che si concentra sulla percezione dell’uomo nella comunità, con le sue fazioni, i suoi silenzi, la paura e il pentimento.

La bellezza ascetica delle immagini iconiche si trasfigura nei volti comuni, scavati da rughe e segnati da tratti irregolari, come nel caso del Gesù di Fiorenzo Mattu, lontanissimo dall’immagine classica associata al suo ruolo: aldilà delle immediate associazioni pasoliniane, il richiamo delle immagini di Columbu si spinge altrove, addentrandosi nei territori della video-arte ma anche della pittura, lavorando in una sovrapposizione di spunti che non si traduce però in un’ipertrofia strutturale ma che al contrario si asciuga e limita all’essenziale.Presentato in concorso lo scorso dicembre al Festival di Torino, Su Re si affida al racconto a più voci per dare forma a un progetto che fa della testimonianza e dell’unicità del punto di vista la sua cifra distintiva: la dimensione quasi onirica che pervade il racconto, con i grandi spazi che talvolta paiono contrarsi in un’atmosfera di soffocante claustrofobia, fa da leit-motiv allo sviluppo del film, che si spoglia della sacralità e della ritualità religiosa cercando di percorrere strade alternative, che si impregnano di suoni vividissimi e sguardi sfuggenti.Complessa eppure semplicissima, l’opera seconda di Columbu (che esordì nel 2001 con Arcipelaghi, vincitore nel 2003 del premio Bimbi Belli dell’Arena Sacher come Miglior Film) è un viaggio atemporale e aspaziale che trova nella musicalità del dialetto sardo il suo battito cardiaco: un viaggio rigoroso e duro, sicuramente spigoloso ma non gratuitamente ostico.

INFO
Il sito della società di distribuzione di Su Re
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