Benvenuto Presidente!

Benvenuto Presidente!

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La quinta regista cinematografica di Riccardo Milani, Benvenuto Presidente!, è pericolosamente cerchiobottista, decisa ad accontentare un pubblico disamorato – dal cinema e dalla politica allo stesso tempo – con un’opera esile e piatta da un punto di vista estetico.

Politica for dummies

In un piccolo paesino di montagna vive un uomo dal nome impegnativo: Giuseppe Garibaldi, per tutti Peppino. Ama la pesca, la compagnia degli amici, la biblioteca in cui lavora da precario. È un ottimista anche se il figlio lo accusa d’essere un fallito. Un giorno, a causa di un pasticcio dei politici, accade una cosa incredibile: Peppino viene eletto per errore Presidente della Repubblica Italiana. Strappato alla sua vita tranquilla, si trova a ricoprire un ruolo per il quale sa di essere evidentemente inadeguato, ma il suo buonsenso e i suoi gesti istintivi risultano incredibilmente efficaci… [sinossi]

Per quanto si tratti con ogni probabilità di una pura coincidenza, Benvenuto Presidente! raggiunge le sale italiane a pochi giorni di distanza dall’insediamento del nuovo parlamento, quello venutosi a formare dopo la tornata elettorale che ha infiammato gli ultimi giorni di febbraio. Una coincidenza, è giusto ribadirlo, ma con la quale è necessario fare i conti, perché molti dei punti sui quali si concentra la quinta regia per il cinema di Riccardo Milani (a questa cifra si devono aggiungere una decina di lavori portati a termine per il piccolo schermo) sono gli stessi che hanno tenuto banco nei dibattiti pre-elettorali, e che dividono gli italiani ancora oggi, nelle fasi cruciali di una rincorsa della stabilità che sembra sempre più precaria e fragile.
E, nonostante le risentite smentite del regista e dello sceneggiatore Fabio Bonifacci, appare impossibile non dare lettura – seppur ovviamente parziale – di Benvenuto Presidente! nell’ottica dell’imperante reprimenda pubblica del Movimento 5 Stelle, issatosi a moralizzatore dei malcostumi del sistema politico italiano e, anche grazie a questa immedesimazione nel ruolo dei “portatori sani di etica”, in grado di raggiungere un notevole risultato alle urne.

La storia dell’uomo qualunque Peppino che, per via della corrotta confusione del parlamento italiano – il quale, per rallentare i lavori di nomina del Presidente della Repubblica, vota inconsapevolmente in massa Giuseppe Garibaldi, ignorando un cavillo burocratico (del tutto inventato dal film) che costringe deputati e senatori a nominare il presidente in base all’omonimia – si ritrova seduto sullo scranno più alto della Repubblica, è intrisa di una quantità così debordante di retorica da far impallidire precedenti come Dave, presidente per un giorno di Ivan Reitman (i rimandi si riallacciano anche alla memoria dello splendido Mr. Smith va a Washington di Frank Capra). Peppino non ha idea di cosa sia il protocollo, il che conduce il film in un abisso di gag quasi mai in grado di colpire nel segno: il Presidente guida i bersaglieri all’inseguimento del figlio, a sua volta rincorso dagli addetti alla sicurezza; durante una pizza improvvisata in un ristorante spiega a gente-qualunque-come-lui che non firmerà leggi che non capisce (peccato che non abbia alcuna dimestichezza con l’universo giuridico…); riesce a convincere le delegazioni brasiliane e cinesi a coprire il debito italiano grazie a una visita in ospedale con bambini malati e a una cena a base di marijuana destinata a finire con la vice segretaria di Stato che imbraccia una chitarra per intonare a squarciagola Hasta siempre di Carlos Puebla (peccato che con difficoltà i cinesi, anche i più fedeli ai dettami del maoismo, potrebbero mai esaltarsi di fronte alla figura di Ernesto Guevara, e tanto meno si concederebbero saluti con il pugno chiuso).

Quelli sopracitati sono solo alcuni degli esempi più eclatanti del pressapochismo di una pellicola pericolosamente cerchiobottista, decisa ad accontentare un pubblico disamorato (dal cinema e dalla politica allo stesso tempo) con un’opera esile, piatta da un punto di vista estetico e allo stesso tempo decisa a recitare fino allo stremo il mantra secondo il quale “tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera”. La mediocrità imperante nel film di Milani – che pure qualche timida speranza quindici anni fa l’aveva alimentata con il suo grazioso, anche se non indispensabile, La guerra degli Antò – non è solo di carattere etico, ma anche profondamente estetico: non si tratta solo di farsi ghiacciare il sangue nelle vene per la sfrontata levità con cui si mette in scena l’universo sotterraneo dei servizi segreti deviati, ma lo sconforto è acuito dalle modalità attraverso le quali il suddetto universo trova effettivamente una materializzazione sullo schermo.
Benvenuto Presidente! è un film dominato da luci onnipresenti, agitato da una macchina da presa piazzata sempre a favore degli attori, destinati a loro volta a muoversi in scenografie prive della benché minima profondità. Un cinema preconfezionato, alla ricerca perenne della via più facile, mai disposto a rischiare, specchio fin troppo preciso dello sguardo immeritatamente moralizzatore che domina il panorama umano a disposizione. E a ben poco vale la retorica qualunquista che prorompe nel discorso finale di un monocorde Claudio Bisio (l’unico elemento del cast a non cedere sotto il peso di una sceneggiatura del tutto priva di mordente e inventiva è un commovente Gianni Cavina), perché la verità è che Riccardo Milani ha portato a termine un progetto nato e sviluppatosi in provetta, inerte e profondamente deludente.

In due occasioni, nel corso del film, proprio il citato Gianni Cavina si trova a perdere lo sguardo nel vuoto, pronunciando le fatidiche parole “mi mancano gli anni Settanta”. Anche se il riferimento vorrebbe essere di tutt’altro tipo – e dovrebbe far scaturire una risata nello spettatore – appare impossibile non leggerlo malignamente come un atto di contrizione nei confronti dell’ultima epoca d’oro della produzione cinematografica nostrana. Quando un film come Benvenuto Presidente! avrebbe avuto il coraggio di scagliarsi con amara eppur ghignante crudeltà contro il Sistema, inteso nel senso più profondo del termine. Altri tempi, è vero, e che mancano. Eccome se mancano.

Info
Il trailer di Benvenuto Presidente! su Youtube.
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