Iceland Year Zero

Iceland Year Zero

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Un aspetto riuscito del diligente Iceland Year Zero è senz’altro la capacità di far luce su certi risvolti della crisi, così come essa si è manifestata nella piccola nazione del Nord, ancora poco conosciuti all’estero o rappresentati addirittura in modo fuorviante dai media.

I Vichinghi della finanza internazionale

Tra i documentari più interessanti intercettati al Bergamo Film Meeting, vi è senz’altro Iceland Year Zero di Sigurður Hallmar Magnússon: praticamente un’epopea vichinga, rapportata all’epoca delle banche! Sembrerebbe soltanto una simpatica boutade, la nostra, ma in realtà quanto viene detto e mostrato all’inizio del film corrisponde proprio a questo, all’idea assai diffusa di vichinghi proiettati nel mondo della finanza, che gli islandesi hanno suggerito a molti, in questi anni, nel bene e nel male. Già, perché almeno all’inizio il giovane capitalismo islandese ha offerto di sé un’immagina dinamica, vincente, spregiudicata, tant’è che anche qui tra le primissime immagini di repertorio vi sono quelle di nordici banchieri, talvolta decisamente giovani, divenuti in breve tempo star della finanza internazionale con conti in banca (banche loro o ancor meglio di qualche paradiso fiscale) tra i più consistenti d’Europa. Così dicendo, abbiamo in qualche modo anticipato il fosco epilogo. Sic transit gloria mundi: il rovescio della medaglia non ha tardato a manifestarsi, sicché quelle stesse operazioni finanziarie spregiudicate si sono rivelate parte della grande crisi capitalista che da qualche anno crea sconquassi a livello globale. E così i “drakkar” dell’apparentemente florida economia islandese hanno cominciato ugualmente ad affondare, determinando con il loro fallimento una serie di drastici cambiamenti, tra cui la repentina nazionalizzazione delle banche locali ormai spolpate.

Fin qui è Storia. Cosa ci ha colpito, quindi, nel modo che l’islandese Sigurður Hallmar Magnússon ha scelto, per far conoscere al mondo gli effetti della crisi sul proprio paese? Cominciamo col dire che Iceland Year Zero è frutto di una co-produzione internazionale tra Islanda, Francia e Repubblica Ceca, sviluppatasi peraltro in un arco di tempo piuttosto lungo, il che ha consentito di tastare i cambiamenti sociali determinati da tali avvenimenti fornendo allo spettatore una documentazione valida e differenti punti di vista, corrispondenti anche a interviste di un certo spessore emotivo. Tutta gente incontrata facendo il periplo dell’isola, visto che la popolazione islandese vive concentrata lungo le coste, con piccoli centri abitati collegati tra loro da un unico ed efficiente anello stradale. Nonostante la potenziale pesantezza dei temi trattati, il ritmo del documentario è disteso, persino accattivante nella sua sobria ed essenziale costruzione narrativa. Questa accurata ricognizione antropologica, sociale, si arricchisce infatti di uno sguardo acuto e penetrante sulle peculiarità del territorio islandese; e in tal senso le scene girate in prossimità della base americana ormai abbandonata sono illuminanti, sia per l’excursus storico che ne deriva che per il fascino del luogo in sé.

L’altro aspetto riuscito di questo diligente lavoro cinematografico è senz’altro la capacità di far luce su certi risvolti della crisi, così come essa si è manifestata nella piccola nazione del Nord, ancora poco conosciuti all’estero o rappresentati addirittura in modo fuorviante dai media. E per rendere più chiare le contraddizioni che hanno colpito la società islandese, oltre alla visione del film assai utili si sono rivelate alcune dichiarazioni rilasciate da Veronika Janatkova, produttrice di parte ceca intervenuta a Bergamo per accompagnare e introdurre Iceland Year Zero. Da lei sono arrivati ragguagli su come i contraccolpi del ridimensionamento economico, nonostante le misure introdotte per salvare il salvabile, siano ancora percepiti in Islanda come una grave minaccia agli interessi della collettività.

INFO
Il trailer di Iceland Year Zero.
Iceland Year Zero su facebook.
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