Come pietra paziente

Come pietra paziente

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Il secondo lungometraggio di Atiq Rahimi, Come pietra paziente, è un ritratto dell’Afghanistan declinato al femminile, solido nella sua essenzialità anche se soffre di una leggera patina di freddezza. Con protagonista Golshifteh Farahani.

Fiumi di parole

Da qualche parte in Afghanistan – o da qualche altra parte, in un paese distrutto dalla guerra – una giovane donna sui trent’anni bada a suo marito, un uomo più grande di lei, in una stanza fatiscente. L’uomo è stato ridotto in stato vegetativo da una pallottola nel collo, e non solo è stato abbandonato dai suoi compagni della Jihad, ma anche dai suoi fratelli. Un giorno, la donna decide di dire a suo marito – che non può parlare – tutto ciò che pensa del loro rapporto. Gli parla della sua infanzia, della sua sofferenza, la sua frustrazione, la sua solitudine… [sinossi]

Il conflitto che da anni infiamma l’Afghanistan continua a scuotere le strette e polverose strade di Kabul: in un quartiere sempre più oggetto di attacchi, una giovane moglie accudisce suo marito, un eroe di guerra rimasto ferito in una banale rissa e conseguentemente caduto in coma. La paura, il senso di abbandono e la disperazione inducono inaspettatamente la donna a ripercorrere in un lungo monologo ricordi e segreti inconfessabili: dopo anni di matrimonio finalmente ha la possibilità di confidare tutti i suoi segreti all’uomo che ha sposato ma con il quale non ha mai davvero interagito e finisce per trasformare il corpo inerte del marito in un syngué sabour – la “pietra paziente” che assorbe ogni confidenza accollandosene il peso fino a frantumarsi, liberando il cuore di chi ha voluto raccontarsi.

“Filmare la parola”: Atiq Rahimi ha scelto questa espressione per sintetizzare l’anima della sua opera seconda, che celebra il ruolo della comunicazione e l’emancipazione che ne può derivare seguendo la protagonista attraverso il suo complesso e accorato processo di riscoperta di sé, con il graduale riscatto della sua femminilità che va di pari passo con il progressivo recupero della propria identità, autonomia e indipendenza emotiva. Essere donna in Afghanistan significa essere il bersaglio prediletto di un integralismo che fa dei soprusi, dell’oppressione e della violenza una drammatica consuetudine: così, mentre le nuove generazioni combattono una lotta disperata per il riconoscimento dei diritti più essenziali, sembra sempre spaventosamente lontana la prospettiva di un futuro libero e dignitoso per chi continua ad essere vittima di costante ferocia.

Come pietra paziente – trasposizione cinematografica del romanzo Pietra di pazienza dello stesso Rahimi –  cerca di tratteggiare un ritratto dell’Afghanistan declinato al femminile, lavorando soprattutto di rimandi, concentrandosi sulla violenza psicologica, sull’incessante e drammatico susseguirsi di lutti e traumi: la protagonista, posta di fronte al corpo inerte del marito, ha la possibilità di riconquistare il suo spazio e di ritrovare la propria voce, ripercorrendo le tappe del suo vissuto, rievocando il dolore e ribellandosi alla gabbia di repressione culturale, sociale, sessuale e politica cui è stata sottoposta.

Attraverso le parole della protagonista si delinea il ritratto simbolico di una femminilità continuamente ferita, dove le cicatrici del corpo e dello spirito si moltiplicano ma non si spegne il disperato desiderio di libertà: le mura spoglie della casa coniugale si trasformano nel palcoscenico per una riflessione a tutto tondo sull’essere donna, dai sogni infranti da bambina alle paure della quotidianità, dai matrimoni celebrati “per procura” – senza lo sposo impegnato in battaglia – a quell’amore mai davvero sbocciato. In tutto ciò si iscrive il segno della guerra, con i suoi rituali e i suoi schemi, con il continuo susseguirsi di bombardamenti, saccheggi ed esecuzioni di civili ed acquista sempre maggiore tangibilità e incombenza il ruolo della morte – sia fisica che spirituale – attorno alla quale si avviluppa il flusso di autocoscienza che travolge la donna.

Ingmar Bergman, Roberto Rossellini ma soprattutto Wong Kar-Wai: sono numerosi ed eterogenei i modelli cui ha dichiarato di esseri ispirato Atiq Rahimi, che lascia che tutto il film si costruisca attorno all’interpretazione di Golshifteh Farahani, capace di disegnare con discrezione e schiettezza la parabola emotiva liberatoria del suo personaggio e di sostenere con visceralità tutto lo sviluppo della narrazione.

Come pietra paziente cerca di raccontare i dolori e le speranze che si celano dietro alla stoffa spessa dei burqa portando sullo schermo una confessione intima, delicata e al contempo rabbiosa, incorniciata dalla splendida fotografia di Thierry Arbogast: il film è solido nella sua essenzialità, ha ben chiari i propri obiettivi e riferimenti anche se forse non sempre pare riuscire a restituire concretezza alle sue potenzialità, restituendo talora l’impressione di una impalpabile patina di freddezza e distacco empatico rispetto alla storia. Resta però lo slancio verso la luce di una femminilità ritrovata, che passa attraverso la consapevolezza della propria forza, della propria auto-determinazione, delle proprie aspettative: “Sono diventata profeta!” esclamerà la donna alla fine del suo percorso, dove sesso, amore, famiglia, morte, guerra, libertà si fondono in un viaggio a tutto tondo che scava nel dolore alla ricerca di una nuova rinascita.

Info:
Il trailer di Come pietra paziente su Youtube
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