RazzaBastarda

RazzaBastarda

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Con una narrazione dal ritmo irregolare e un bianco e nero quasi espressionista, Alessandro Gassman al suo esordio alla regia mette in scena con RazzaBastarda il dramma dell’immigrazione senza cadere in facili cliché.

Reietti

Roman è un migrante rumeno giunto in Italia trent’anni fa. La sua esistenza non è riuscita a districarsi dai giri dello spaccio di cocaina e dagli ambienti della piccola delinquenza. Ma Roman ha un sogno a cui non è disposto a rinunciare per niente al mondo: dare a suo figlio Nicu, che ha allevato senza madre, un’esistenza diversa e migliore. Ma può davvero un ragazzo che ha respirato fin dal suo primo vagito quell’ambiente e quelle dinamiche desiderare di essere qualcosa di diverso? [sinossi]

Al di là dei pregi (tanti) e dei difetti (pochi) che snoccioleremo da qui a qualche riga, una premessa nel caso di RazzaBastarda è assolutamente doverosa. La pellicola che segna l’esordio alla regia cinematografica di Alessandro Gassman (ben sette invece quelle teatrali, con l’ultima che andrà in scena a breve, ossia una versione del classico Riccardo III), dopo trent’anni e passa trascorsi davanti alla macchina da presa, merita un plauso particolare per una serie di ragioni che vanno oltre il fatto che si tratti di una delle opere prime più convincenti di una stagione che, fino a questo momento, in tal senso, si è dimostrata piuttosto avara di soddisfazioni e di sorprese. A tal proposito, va riconosciuta, infatti, all’attore e regista romano, una buona dose di coraggio legata alla scelta di puntare sul dramma invece che sulla commedia, andando di fatto controcorrente rispetto a quella nutrita schiera di esordiente che ha preferito la seconda alternativa.

C’è poi il ricorso al bianco e nero che consegna all’operazione una veste cromatica e fotografica assolutamente calzante, funzionale ed efficace, ma il cui utilizzo in Italia equivale in maniera del tutto inspiegabile a un vero e proprio suicidio, perché ritenuto lontano dalle esigenze del piccolo schermo, sul quale si spera che il film abbia una terza vita dopo la sala e il mercato home video. Di conseguenza, verrebbe da chiedersi se qualcuno dall’altra parte dell’Oceano abbia mai avuto il coraggio di criticare David Lynch per la scelta fotografica fatta per il cult Eraserhead, oppure Martin Scorsese e il direttore della fotografia Michael Chapman per aver deciso di avvolgere in uno splendido e spettrale bianco e nero un capolavoro come Toro scatenato. Per non parlare, tornando nel Vecchio Continente, del bianconero sporco e allucinato che Mathieu Kassovitz ha voluto per L’odio. Ovviamente non stiamo qui ad azzardare impari confronti, ma i suddetti esempi dovrebbero scacciare dalla mente di produttori e distributori nostrani una concezione del tutto priva di senso e fondamenta. In RazzaBastarda, così come nelle pellicole sopraccitate, il B&N rappresenta un valore aggiunto per la narrazione stessa non solo per la scrittura visiva, che restituisce sullo schermo una ricchezza cromatica che il colore avrebbe difficilmente raggiunto.

Terzo e ultimo dato da sottolineare, la scelta a nostro avviso vincente di volere dare una vita cinematografica a una storia che lo stesso regista aveva già trasposto con successo sulle tavole dei palcoscenici di tutta Italia con il titolo Roman e il suo cucciolo per la bellezza di tre stagioni, per un totale di 240 repliche complessive. Bissare su entrambi i fronti non era per nulla scontato, a maggior ragione se lo spettacolo teatrale era a sua volta un libero adattamento di un’altra fortunata pièce firmata da Reinaldo Povod, battezzata Cuba and his Teddy Bear, ma a giudicare dai risultati ottenuti il gioco è valso la candela. Dunque, una serie di scelte alquanto rischiose che alla fine hanno dato ragione a Gassman e a tutti coloro che hanno deciso di scommettere produttivamente su un film che nel circuito festivaliero si è già tolto qualche bella soddisfazione, a cominciare dalla menzione speciale della giuria alla settima edizione del Festival di Roma e il premio per la miglior opera prima al recente BIF&ST. Non resta che aspettare il responso del box office, con il quale la pellicola si confronterà a partire dal 18 aprile grazie alle cinquanta copie messe a disposizione dalla Moviemax.

Detto ciò, si può passare a un’analisi critica più o meno approfondita dell’opera, chiamata stavolta a sottolineare i meriti che emergono dalla sua visione. RazzaBastarda si appoggia a una scrittura drammaturgica asciutta e incisiva, che si riversa in uno script che sa come esplorare e restituire il ventaglio di emozioni. Si parla di integrazione, razzismo ed esclusione, ma senza scivolare nei cliché e nelle banalità che certe tematiche possono, per opportunismo e superficialità di chi le tratta, venire a galla. Non è affatto il caso del film di Gassman, come non lo era stato a suo tempo per il pregevole Saimir di Francesco Munzi, entrambi capaci di raccontare la lacerata realtà di una periferia che sembra un non luogo non ben identificato senza il sostegno di una scialba predica. Il racconto rigetta l’iper-realismo a favore di una narrazione dal ritmo irregolare e quasi espressionista, che lascia nello spettatore di turno un senso profondo di inquietudine e mancanza di speranza, confermato da un happy ending negato. Di questo mondo, fondato sulla violenza, il neo regista suggerisce una dimensione sociale di sfruttamento, mostrandone il marcio e malato con finezza e con cruda determinazione. E torna alla mente il cinema di Larry Clark che della messa in scena di questo malessere è indiscusso maestro. Si assiste a una lunga caduta, lenta e inesorabile, che concede ai personaggi e alla platea qualche piccolo appiglio che verrà poco dopo sottratto. C’è disperazione, rabbia, odio, ma anche un desiderio forte di salvare e di salvarsi. Un desiderio che anima un padre, immigrato rumeno analfabeta e spacciatore di coca, che per il proprio figlio, nato e cresciuto in Italia, non vuole il suo stesso destino. La difesa nei suoi confronti passa attraverso il controllo ossessivo e la pretesa di esserci sempre e comunque. Un atteggiamento sbagliato che anima l’intera dimensione antropologica descritta e mostrata da Gassman, un microcosmo di umanità al margine, smarrita e in cerca di un senso, popolato da persone che aggrediscono per non essere aggredite. Sta qui forse una delle imperfezioni del film, ossia la mancanza di uno sviluppo dei personaggi, feroci e sottomessi dall’inizio alla fine, che sbraitano e urlano senza soluzione di continuità. Ciò fa perdere loro la presa sullo spettatore che vedrà sempre di più nelle loro azioni una certa prevedibilità.

Ciò che resta, però, è un’opera che ha qualcosa da dire e sa come dirla attraverso una regia eclettica, solida e senza particolari sbavature, capace di inventare nuove soluzioni stilistiche (l’uso che viene fatto dei flashback). La macchina da presa resta attaccata come una sanguisuga ai personaggi, assecondando con movimenti a mano e isterici l’animalità che essi sprigionano. La coerenza stilistica viene messa in pericolo da qualche dolly di troppo che stona, ma nel complesso la regia di Gassman è di discreta fattura.

Info
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