A Werewolf Boy

A Werewolf Boy

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Apparentemente molto debitore della saga di Twilight, il sudcoreano A Werewolf Boy finisce per muoversi in realtà in altre direzioni, riuscendo a ben caratterizzare la storia d’amore adolescenziale, ma incappando in notevoli schizofrenie stilistico-narrative.

Il lupo perde il pelo…

Una famiglia composta da madre e due figlie si trasferisce in campagna per cercare di alleviare la malattia ai polmoni che affligge la figlia maggiore. La ragazza scopre che in una stanza chiusa nella stalla vive un ragazzo selvaggio. La famiglia lo accoglie credendolo un orfano, e cerca di integrarlo nel nucleo familiare. Ma qual è il segreto che si nasconde dietro questo ragazzo? [sinossi]

Non c’è nulla da fare, il ciclone Twilight, dopo aver devastato le coste continua a imperversare sull’entroterra… Tristi metafore meteorologiche a parte, è indubbio che l’avvento sul grande schermo della saga fantasy-horror ideata dalla non eccelsa penna di Stephanie Meyer abbia segnato in maniera profonda le dinamiche produttive internazionali. Film come Beautiful Creatures e Warm Bodies, tanto per rimanere dalle parti di Hollywood e dintorni, difficilmente avrebbero visto la luce senza il successo planetario della storia d’amore “interrazziale” tra l’adolescente Bella e il coetaneo – all’apparenza – Edward Cullen, che nasconde l’identità vampiresca sua e della sua famiglia. A giudicare da A Werewolf Boy (questo il titolo internazionale scelto in vece dell’originale Neukdae-sonyeon, di cui è comunque la traduzione letterale), film sudcoreano presentato alla quindicesima edizione del Far East Film Festival di Udine, anche Seoul vuole dire la sua sull’argomento.
A dire il vero, nonostante tutte le apparenze, A Werewolf Boy più che a Twilight sembra guardare a uno strano incrocio tra Il ragazzo selvaggio di François Truffaut, Edward mani di forbice di Tim Burton e Il ragazzo che sapeva volare, teen-movie favolistico di Nick Castle con Lucy Deakins e Jay Underwood: dal primo prende il tema del ragazzo rieducato al vivere “civile”, dal secondo la tenera storia d’amore (e di comprensione) tra la bella e la “bestia” e dal terzo la levità di un racconto fiabesco perfettamente intessuto nel realismo del quotidiano.

Jo Sung-hee, ambizioso cineasta trentaquattrenne all’opera seconda (palesano le sue mire sia l’esordio fieramente indipendente, End of Animal, che il clamoroso successo al botteghino di A Werewolf Boy), ambienta il film nella Corea del Sud degli anni Sessanta, ancora scossa dalla guerra civile e le cui fragili sinapsi sono basate su un rampantismo capitalista che utilizza il comunismo come uno spauracchio. E una ricca capitalista è, nell’incipit ambientato nell’attualità, l’anziana Sun-yi, trasferitasi da anni negli Stati Uniti con la famiglia: un’improvvisa telefonata la spinge a tornare in Corea dove, accompagnata dalla nipote adolescente, rievoca i fatti di quarantasette anni prima, quando lei stessa era una giovane ragazza idealista, vittima del capitalismo (il defunto padre era un manager d’azienda, e alla sua morte il socio in affari aveva messo le mani sull’intera attività, costringendo di fatto la madre di Sun-yi a essere eternamente in debito con lui). Nella casa di campagna in cui la famiglia si trasferisce, la giovane avrà modo di fare la conoscenza con uno strano ragazzo inselvatichito, che vive in una stanza nella stalla: il rapporto con il giovane, dapprima conflittuale e poco per volta sempre più dominato da sentimenti di affetto e di amore, cambierà per sempre la vita di Sun-yi.
Se sotto il profilo della trama A Werewolf Boy non sembra in grado di scartare mai dai binari della prassi, perpetuando in dinamiche sociali perfino abusate e in personaggi a dir poco standardizzati (l’avido, crudele e meschino figlio del socio del padre di Sun-yi, i gentili contadini che compongono l’unico vicinato della famiglia, il militare burbero ma dal cuore d’oro), bisogna riconoscere a Jo il merito di riuscire a tratteggiare con notevole onestà il rapporto tra Sun-yi e Cheol-soo – questo il nome che la famiglia assegna al ragazzo.

Evitando con una certa accuratezza fragorose cadute di stile nella retorica sentimentale – eccezion fatta per gli ultimi venti minuti, su cui si tornerà tra poco – il giovane regista mette in scena l’attrazione tra due adolescenti facendo ricorso a uno stile minimale, asciutto e decisamente ben dosato, grazie anche alle intense interpretazioni della brava Park Bo-young e del suo compagno d’avventura Song Joong-ki. Anche per questo dispiace dover annotare le svisate più meramente commerciali dell’ultima parte del film, con tanto di inseguimenti nei boschi, sparatorie e una sottotrama da sci-fi militaresco francamente del tutto inessenziale.
Una scelta spudoratamente commerciale che indubbiamente ha colpito nel segno, visto che in patria il film ha venduto più di sette milioni di biglietti (vale a dire più di un settimo della popolazione coreana), ma che inficia il risultato finale del film. Ciononostante l’impressione è che nei prossimi anni si sentirà parlare spesso di Jo Seung-hee.

Info
La scheda di A Werewolf Boy sul sito del Far East.
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