National Security

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Il cinema sudcoreano affronta ancora una volta le ombre del passato, senza belletti, senza censure. Una dimostrazione di maturità individuale e collettiva di una delle principali industrie cinematografiche mondiali. Violenza e dolore non sono un tabù, come la verità storica. National Security è a suo modo figlio di The Road Taken di Hong Ki-Seon, di Peppermint Candy di Lee Chang-dong, di The President’s Last Bang di Im Sang-soo, ma anche della Trilogia della vendetta di Park Chan-wook. Il retrogusto amaro e insopportabile che ci lascia National Security non è legato esclusivamente al calvario di Kim Geun-tae, ma ha una valenza tristemente universale e atemporale.

La Storia (siamo noi)

Tratto da una storia vera, National Security è il resoconto del rapimento e delle torture subite dall’attivista democratico Kim Geun-tae nei suoi ventidue giorni di prigionia durante il regime di Chun Doo-wan nel 1985. Un sacrificio consumato contro la dittatura militare… [sinossi – programma Far East 2013]
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

Ci si scopre nudi e indifesi di fronte alla Storia, a quel flusso di avvenimenti che si ripetono, atroci e immutabili. National Security è un film doloroso, lo sappiamo. E sappiamo anche quanto sia necessario, utile, educativo. Ne cogliamo l’importanza, anche sulla carta: uno dei tanti lati oscuri della storia sudcoreana, un episodio emblematico della brutalità e meschinità delle dittature. Ne abbiamo visti altri: cinesi, statunitensi, inglesi, tedeschi e via discorrendo. In ogni angolo di mondo, ieri come oggi, la forza ha ucciso la giustizia, ha soffocato la libertà, ha piegato i giusti. Quel retrogusto amaro e insopportabile che ci lascia il film di Chung Ji-young non è legato esclusivamente al calvario di Kim Geun-tae, ma ha una valenza tristemente universale e atemporale. È accaduto, accade e accadrà. Perché la Storia siamo noi e i torturatori hanno il nostro volto, quello dei nostri amici, dei nostri vicini. E se fosse anche il nostro?

Uno dei pregi di National Security è la caratterizzazione dei personaggi. Chung Ji-young non si concentra esclusivamente sulla vittima e sul principale carnefice, ma cerca di delineare i profili dei vari agenti. Anche i secondini hanno una casa, una famiglia, una ragazza. Anche loro hanno un’anima, nera e macchiata di sangue. Tra Kim e alcuni dei suoi carcerieri si crea persino un legame: in un altro contesto, forse, sarebbero stati amici o quantomeno rispettosi conoscenti – ma il potere mangia l’anima, corrompe, smaschera il lupo che è in noi. Si eseguono gli ordini, si uccide la gente, si eseguono gli ordini, si uccide la gente…

L’andamento di National Security è ovviamente straziante, in un crescendo di umiliazioni e violenze, come una sorta di orrorifico Bolero. Le torture e le privazioni si ripetono, aumentando d’intensità: la privazione del sonno, del cibo, la tortura dell’acqua, le scariche elettriche. Attraverso la violenza fisica si cerca l’annientamento della personalità di Kim Geun-tae. Si distrugge un uomo per costruirne un altro, un automa utile alla dittatura. Chung non ha paura di mostrare, ma non indugia più del necessario, costruendo attorno a Kim e ai suoi torturatori un inferno asettico e in scala ridotta. La gestione dello spazio scenico, che non imbocca la strada più semplice dell’antro oscuro e claustrofobico, è infatti esemplare, tra movimenti di macchina e composizione dell’inquadratura, lancinanti primi piani e agghiaccianti totali. E sono efficaci le scelte “musicali”, come il ritornello di My Darling Clementine che fischietta il capo torturatore, detto “il becchino”, o le note della celeberrima canzone partigiana Bella ciao.

Il cinema sudcoreano affronta ancora una volta le ombre del passato, senza belletti, senza censure. Una dimostrazione di maturità individuale e collettiva di una delle principali industrie cinematografiche mondiali. Violenza e dolore non sono un tabù, come la verità storica. National Security è a suo modo figlio di The Road Taken (2003) di Hong Ki-Seon, di Peppermint Candy (1999) di Lee Chang-dong, di The President’s Last Bang (2005) di Im Sang-soo, ma anche della Trilogia della vendetta di Park Chan-wook e di molte altre pellicole precedenti. La riappropriazione del proprio passato, a pari passo dell’elaborazione dei contrastanti sentimenti di vendetta e perdono, passa attraverso questi autori e queste opere.

Info
La scheda di National Security sul sito del Far East Film Festival.
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