The Complex

The Complex

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Autore la cui filmografia è tutt’altro che esente da passaggi a vuoto, Hideo Nakata con The Complex riesce stavolta a sorprendere positivamente, scegliendo di superare le dinamiche del j-horror e di tornare con spirito cinefilo a una sorta di classicità.

Vietato ai Minoru

On abira unken sobaka
Frase rituale per un esorcismo, dal film
Asuka, una giovane studentessa di infermeria, si trasferisce in un nuovo appartamento insieme ai genitori e al suo fratellino. Durante la prima notte nella nuova abitazione, la ragazza sente degli strani rumori provenire dall’appartamento a fianco, di proprietà di un uomo anziano che vive in completa solitudine. Dopo un primo spavento Asuka decide di entrare nell’appartamento del vicino per vedere come sta, e lo trova morto, con le unghie ancora attaccate al muro su cui stava grattando per richiedere aiuto. Sentendosi in colpa, Asuka inizia a temere che lo spirito del defunto voglia abbattere la sua vendetta su di lei… [sinossi]

Ci si può avvicinare a un film come The Complex con gli stati d’animo più differenti: ci si può lasciar coinvolgere dall’entusiasmo per il ritorno al cinema del terrore per uno dei registi chiave del cosiddetto j-horror, o si può dare sfogo a tutta la disillusione possibile e immaginabile per gli ultimi deludenti parti creativi di Nakata. Hideo Nakata ha dopotutto abituato il proprio pubblico a saliscendi autoriali piuttosto evidenti: al di là di opere indispensabili per comprendere le evoluzioni tematiche e stilistiche del cinema di genere degli ultimi venti anni (su tutte, non è forse neanche il caso di specificarlo, Ringu e Dark Water), il regista nativo di Okayama ha posto la firma in calce anche a prodotti in tutta franchezza dimenticabili come L: Change the World e Chatroom.
Esempi di stanchezza registica che giustificano lo scetticismo con cui una parte del pubblico di Udine si è approcciato a The Complex, ospitato all’interno della selezione della quindicesima edizione del Far East Film Festival dopo essere approdato a gennaio al Festival di Rotterdam.
Fin dai titoli di coda del film è stato possibile rendersi conto di quanto la quindicesima regia di Nakata abbia potuto spiazzare – e probabilmente deludere – i fan duri e puri del j-horror: per quanto l’incipit di The Complex sembri muoversi in direzione di un recupero dei temi portanti che sorreggevano i vari Ringu, Ju-on e Kairo, il film svolta presto in direzione di un recupero dell’iconografia classica dell’horror nipponico.

La storia appare fin troppo chiara nella sua evoluzione: una ragazza si trasferisce con la famiglia in un appartamento all’interno di uno squallido condominio tipico dell’edilizia popolare degli anni Sessanta. Nell’appartamento con cui Asuka – questo il nome della giovane – condivide il muro della camera da letto vive un anziano solitario e ben poco propenso ai rapporti interpersonali. Quando la giovane lo trova morto intuisce che i rumori fastidiosi che non le permettevano di dormire erano prodotti dal moribondo vecchio, arrivato al punto di grattare con le unghie sul muro come disperata (e inascoltata) richiesta di aiuto. Il senso di colpa annienta Asuka, che è anche terrorizzata dall’idea che lo spirito del vicino voglia vendicarsi per essere stato abbandonato al suo miserando destino. L’unica persona con la quale Asuka riesce a dialogare è Minoru, un bambino che gioca sempre da solo in una piccola buca di sabbia vicino al palazzo. Fin qui tutto sembra rientrare perfettamente nei codici narrativi del j-horror: il senso di colpa, la solitudine e gli spiriti rancorosi rappresentano infatti i topoi su cui si basa la stragrande maggioranza del cinema “di paura” nipponico dell’ultimo ventennio – ma non si distacca molto da questi cliché neanche il resto della produzione dell’estremo oriente e del sud-est asiatico, senza ovviamente aprire il fianco all’inevitabile riflessione sui remake allestiti dalle parti di Hollywood. Ma perché allora la felice famiglia di Asuka ripete ossessivamente le stesse frasi? E perché il ragazzo che lavora nella ditta che ha pulito la casa del vecchio dopo la morte del proprietario è così interessato alla giovane e ai suoi turbamenti? E cosa sta a rappresentare, infine, l’incubo che angoscia le notti di Asuka?

Poco per volta, sottotraccia, The Complex muta pelle: le dinamiche del j-horror, pur senza essere mai completamente dissipate, perdono consistenza per lasciare posto a un approccio assai più classico, che guarda con insistenza dalle parti della produzione di genere degli anni Sessanta e Settanta. Allo scontro tra modernità e tradizioni millenarie subentra un arcaismo palesemente esibito, che trova compimento sia all’interno della narrazione (lo stupefacente segmento dedicato al rituale dell’esorcismo, con l’incomprensibile frase “On abira unken sobaka” ripetuta allo sfinimento) che nelle scelte di messe in scena. Impossibile non scorgere dietro le luci irreali che invadono il pre-finale (dominato da blu e rossi accesi) e negli effetti speciali palesi nella loro “plasticità” un omaggio di Nakata al cinema di maestri del passato come Nobuo Nakagawa e Nobuhiko Obayashi.
Nulla di così strano, in fin dei conti, visto che a Nakagawa (e a Masaki Mori, e perfino a Keisuke Kinoshita) guardava già il precedente, e in gran parte sottostimato, Kaidan, diretto da Nakata nel 2007. Anche The Complex corre seriamente il rischio di non essere compreso, per divenire così oggetto di dileggio: sarebbe un peccato se non si cogliesse invece la sottile anima cinefila di un’opera che più che spaventare vuole stupire, ingannare, ossessionare. Come ogni spirito che si rispetti.

Info
La scheda di The Complex sul sito del Far East.
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