Viaggio sola

Viaggio sola

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Nonostante i pregi di scrittura, alla quale possiamo associare un pregevole lavoro davanti e dietro la macchina da presa, Viaggio sola non decolla e non convince.

Una vita a cinque stelle

Irene ha superato i quarant’anni, niente marito, niente figli e un lavoro che è il sogno di molti: Irene è l’ospite a sorpresa, il temutissimo cliente in incognito che annota, valuta e giudica gli standard degli alberghi di lusso. Oltre al lavoro, nella sua vita ci sono la sorella Silvia, sposata con figli, svampita e sempre di corsa, e l’ex fidanzato Andrea. Irene non ha alcun desiderio di stabilità, si sente libera, privilegiata. Ma è vera libertà la sua? Qualcosa metterà in discussione questa certezza… [sinossi]

Nell’affollato cartellone di uscite settimanali del 24 aprile figura anche il terzo lungometraggio di finzione di Maria Sole Tognazzi, che arriva nelle sale con Teodora Film a distanza di cinque anni da L’uomo che ama (nei quali ha realizzato videoclip, spot e il documentario biografico dedicato alla vita e alla carriera di Ugo, Ritratto di mio padre) e a ben undici dall’esordio dietro la macchina da presa con Passato prossimo, quest’ultimo vincitore di un Nastro d’argento e di un Globo d’oro per la migliore opera prima, ai quali va ad aggiungersi una candidatura per la medesima categoria ai David di Donatello. Si tratta di Viaggio sola, diretto dalla regista romana e scritto a sei mani dalla Tognazzi in collaborazione con Ivan Cotroneo e Francesca Marciano.

Cominciamo con il dire che il risultato è una piacevole delusione. Ci rendiamo perfettamente conto che ciò, a una prima lettura, può essere interpretato come un paradosso, nel momento stesso in cui ci si trova al cospetto di un simile ossimoro. Può una delusione, riconducibile nel linguaggio comune a un’accezione negativa, poiché sinonimo di scontentezza, al contrario, divenire un carattere positivo? Noi pensiamo di sì o almeno, riteniamo che ciò sia possibile tutte le volte che certe attese vengono deluse e non per forza di cose da un punto di vista negativo. In realtà, la risposta alla domanda è contenuta in un vizio di forma e nel significato che si va ad attribuire: un conto è che si parli di attese e di ricerca di conferme nei confronti di un regista e del suo ultimo lavoro prima che questo si palesi agli occhi di chi le nutre, che possono essere rispettate oppure no, un conto è che si parli di prevedibilità o di una facile lettura degli eventi narrati. Per cui aspettarsi qualcosa da una regista come la Tognazzi, le cui pellicole precedenti non avevano riscosso consensi da parte nostra e di altri addetti ai lavori, è una cosa, mentre trovarsi a fare i conti con un film che riesce ad essere a suo modo imprevedibile è un’altra. L’ossimoro, che poi rappresenta il vero merito attribuibile al film, sta proprio nel fatto di riuscire a deludere piacevolmente le attese dello spettatore, in particolare quello facente parte della larga fetta di pubblico che trova in un processo di redenzione, di ridimensionamento o di cambiamento drastico del pensiero e del modo di agire del protagonista di turno, la naturale evoluzione drammaturgica di una storia come quella raccontata in Viaggio sola. Quest’ultima presta per caratteristiche più volte il fianco ai luoghi comuni e agli stereotipi, ma grazie al lavoro attento di scrittura è riuscita a dribblarli.

Senza rivelarne l’epilogo, ci limiteremo a dire che tanto il plot quanto il personaggio principale che lo anima, interpretato da una Margherita Buy che riesce finalmente a tenere a freno i tic e la schizofrenia logorroica con le quali da anni continua a caratterizzare i suoi personaggi, non imboccano il sentiero battuto solitamente dal cinema nostrano (e non solo), nella stragrande maggioranza dei casi piegato alle regole non scritte che vogliono un happy ending o quantomeno un finale riconciliatorio. Il merito di Viaggio sola è di averne preso le distanze, o almeno, avere deciso per una forma alternativa se così si può dire. Il cambiamento non vuol dire necessariamente felicità, perché si può essere felici e soddisfatti se si ritiene di avere trovato la propria dimensione in uno determinato stile di vita. Questo indipendentemente dalla posizione sociale e professionale che si ricopre, dall’aver messo al mondo dei figli oppure no, di aver scelto il matrimonio oppure aver deciso di non avere legami sentimentali ma solo affettivi. Si tratti di scelte e la Irene che ha il volto della Buy (quasi una via di mezzo tra il personaggio della preside visto in Il rosso e il blu e quello della madre impreparata de Lo spazio bianco) ha fatto le sue, confermandole anche dopo averle messe in discussione a causa delle continue sollecitazione venute dall’esterno e soprattutto in seguito a un evento che l’ha presa di sorpresa. L’importante è non pensare che esista una vita migliore delle altre, così come è sbagliato inseguire la perfezione perché la perfezione non esiste. Irene ne è perfettamente cosciente e ha accettato di mettersi in discussione, per poi essere giunta alla conclusione che la sua condizione di indipendenza da tutto e da tutti è la condizione ideale, nella quale si trova a suo agio e che è più adatta alla sua indole perché non si sente sbagliata. Irene non va vista come un’anomalia o come un “alieno”, perché è la Società in cui viviamo a imporre dei canoni e dei modi di comportarsi. Statistiche alla mano, nella realtà, infatti, il 17% delle donne nel nostro Paese ha una situazione analoga a quella della protagonista di Viaggio sola.

Piuttosto a destare curiosità dovrebbe essere la professione che la donna ha scelto di fare, la cosiddetta “ospite a sorpresa”, ossia una sorta di ispettore che in incognito va negli hotel più lussuosi del mondo a giudicarne gli standard e il servizio offerto alla clientela. Il film della Tognazzi è anche un’occasione per scoprire questo insolito mestiere e carpirne i segreti. Lo script, misurato e scorrevole, leggero ma non superficiale, ci trascina al seguito di uno di loro, una donna normale costretta ad avere una doppia vita e a passare l’80% del tempo in alberghi lussuosi a fingere di essere ciò che non è, per poi tornare alla sua vera identità e trovare una casa vuota, nessuno al suo fianco quando apre gli occhi la mattina e una sorella (interpretata da una bravissima Fabrizia Sacchi) che è il ritratto convenzionale della madre tutta casa e famiglia. Senza dimenticare la presenza imprescindibile di un amico/confidente (un convincente Stefano Accorsi) che la riporta il più delle volte alla realtà quando perde la bussola.

Tuttavia, nonostante i pregi di scrittura, alla quale possiamo associare un pregevole lavoro davanti e dietro la macchina da presa, il film non decolla completamente. Il valzer di registri con il quale si sviluppa questa commedia itinerante dal gusto agrodolce, ambientata in una serie di non luoghi di incantevole bellezza (da Parigi a Berlino, da Gstaad a Marrakech), regala momenti riusciti e altrettanti passaggi a vuoto, nei quali si palesa il chiaro tentativo di diluire un plot che potrebbe tranquillamente essere risolto in un arco di tempo piuttosto breve.

INFO
Viaggio sola su facebook.
Il trailer di Viaggio sola.
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