A Lady in Paris

A Lady in Paris

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Pellicola umbratile, A Lady in Paris di Ilmar Raag riesce a definire certe atmosfere delicate e complesse sia attraverso i dettagli che per lo scavo psicologico dei personaggi.

Che mangino brioche!

Anne lascia l’Estonia per andare a Parigi e prendersi cura di Frida, un’anziana signora estone emigrata in Francia molti anni prima. Anne si rende conto ben presto di non essere gradita. Tutto ciò che Frida desidera è l’attenzione di Stéphane, un suo ex amante molto più giovane. Stéphane, tuttavia, cerca disperatamente di convincere Anne a rimanere e prendersi cura di Frida, anche contro la volontà della vecchia signora. In questo conflitto di estranei, Anne troverà la sua strada… [sinossi]

ls n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”. Tradizione vuole che una sprezzante Maria Antonietta si sia espressa così, nei confronti del popolo affamato. Ma per la coprotagonista del film, una straordinaria Jeanne Moreau, assaporare al mattino un croissant fresco di boulangérie non ha tanto il valore dello status sociale, quanto piuttosto quello di una compensazione affettiva: fare colazione così e con la classica tazza di the equivale, per lei, a un sentirsi ancora viva, nonostante tutto e per quanto l’inesorabile avanzare del tempo l’abbia consegnata a una spirale depressiva, cui non vorrebbe però arrendersi. Pellicola umbratile, densa di stati d’animo che fluttuano nelle stanze di un appartamento così come nelle passeggiate notturne dell’altra malinconica protagonista, A Lady in Paris di Ilmar Raag corrisponde senz’altro a una delle scoperte più liete della stagione cinematografica, sia per la capacità di definire certe atmosfere attraverso i dettagli che per lo scavo psicologico dei personaggi.

Il titolo originale, Une Estonienne à Paris, rivela subito un dato importante: viene dalla piccola nazione baltica una delle due protagoniste, Anne, che nel breve ma succoso prologo è alle prese, proprio in Estonia, con vicende di ordinario squallore domestico. Poi la vediamo partire per Parigi, perché tramite intermediari un francese benestante, Stéphane, le ha offerto questo lavoro: accudire una elegante signora non più giovanissima, che può ugualmente vantare origini estoni, ma per una serie di ragioni personali non ama ricordarle. Si sente anzi perfettamente integrata nel paese adottivo. Ma lì in Francia è il non arrendersi agli anni, che con l’approssimarsi della vecchiaia ne hanno inevitabilmente alterato lo stile di vita libero e spregiudicato, la ragione primaria della sua depressione. Mentre la prima, Anne, ha il volto pallido e pensieroso dell’attrice estone Laine Mägi (biondina cinerea di mezza età, che può ricordare la Kati Outinen dei film di Aki Kaurismäki, quantomeno per gli sguardi intensi e la delicatezza di fondo), la più anziana ma sempre fascinosa Frida è impersonata col carisma di sempre da una Jeanne Moreau, calatasi perfettamente nel ruolo.

L’interazione tra le due protagoniste vive di veri e propri momenti di grazia. Piccoli gesti rivelatori, sottintesi, gelosie imperscrutabili. E anche gli altri incontri in terra francese contribuiscono a caratterizzare tale clima: ad esempio l’essenzialità e il gelo nordico (qualcosa a metà tra il già citato Kaurismäki e Thomas Vinterberg) del secco confronto, a casa di Frida, coi notabili della comunità estone, vecchie cariatidi che trasudano ipocrisia, spocchia, e bigottismo religioso da tutti i pori. Oppure l’atmosfera più ariosa e vitale, in questo tipicamente parigina, del bistrot gestito con un certo polso dallo stesso Stéphane, altro personaggio assai interessante: legato a Frida da un forte vincolo affettivo, che si svelerà strada facendo, quest’uomo posato e pieno di charme ha il volto quanto mai espressivo dell’attore francese Patrick Pineau. Ecco, oltre all’ottima direzione degli attori e alla scelta di facce idonee ai singoli ambienti (vedi proprio i componenti del vecchio coro estone o gli avventori della caffetteria di Stéphane), in A Lady in Paris è senz’altro da lodare la finezza di scrittura: un lavoro sobrio, attento alle sfumature, cui il cineasta baltico Ilmar Raag si è dedicato in simbiosi con le due co-sceneggiatrici francesi, Agnès Feuvre e Lise Macheboeuf. Tale collaborazione ha avuto evidentemente uno sviluppo felice, ma giova ricordare che nel delineare i tratti salienti della storia hanno parecchio influito le note biografiche dell’autore: stando alle sue dichiarazioni, pare che la madre abbia vissuto una vicenda per molti versi analoga di emigrazione, solitudine e difficoltosa maturazione interiore.

Sempre rispetto al regista, classe 1968, la sua traiettoria si configura ormai come una delle più promettenti, se si guarda ai talenti emersi dall’ex Unione Sovietica. Ad Ilmar Raag, estone, si può innanzitutto ascrivere la capacità di mutare stile brillantemente, acquisendo nuove possibilità senza snaturarsi nelle istanze fondamentali. Prima di A Lady in Paris, in fondo classicheggiante e con tensioni così rarefatte da ricordare certe pellicole di Iosseliani, aveva infatti diretto un film assai diverso e decisamente più spigliato, aggressivo, dinamico, per quanto ancora acerbo. Stiamo parlando di The Class (Klass, 2007), che il Festival di Roma ospitò nella sezione New Cinema Network. L’autore stesso, durante l’incontro col pubblico romano svoltosi al cinema Farnese, volle sottolineare quanto fosse rimasto personalmente scioccato dai fatti di Columbine, avvenuti nel periodo in cui si trovava per studio in America; difatti il lungometraggio in questione si focalizza su quanto avviene in una classe piena di soggetti idioti, cinici, menefreghisti, nella quale è il gruppetto capeggiato dal bullo di turno a vessare in ogni modo coloro che appaiono caratterialmente più vulnerabili, mentre gli altri stanno a guardare; ne fanno le spese prima il disadattato Joosep e poi Kaspar, colpevole soltanto di aver difeso il compagno. L’esasperazione porterà entrambi i ragazzi a una decisione estrema, resa più facile dalle armi da fuoco custodite in casa dal padre di Joosep.

Attraverso quel noto e tragico episodio citavamo l’America, ma fece scalpore sentire da Ilmar Raag come alcune delle scene più crude, sgradevoli, mostrate in The Class, si ispirino in realtà a testimonianze raccolte nei paesi dell’area baltica presso rappresentanti delle istituzioni scolastiche o della polizia, oltre che intervistando ragazzi coinvolti in episodi più o meno simili di bullismo. L’estone, verosimilmente intenzionato a realizzare un controcanto a Elephant di Gus Van Sant che brillasse di luce propria, nel rielaborare codesto materiale così scottante ha dato vita a un oggetto filmico indubbiamente grezzo (appaiono ridondanti, per esempio, alcuni montaggi clipparoli che a ritmo di musica hip-hop introducono, in forma quasi diaristica, le diverse fasi del racconto), al contempo capace di avvicinarsi nello stile di ripresa a standard semi-documentaristici, per poi inglobare qualche escalation drammatica di rilievo. Nell’ampia galleria di ritratti umani venutasi così a creare, l’ottuso e desolante cinismo esibito dalle nuove generazioni colpisce tanto quanto l’impossibilità per i più volenterosi di trovare un qualsiasi punto di riferimento; non lo si trova certo coinvolgendo genitori e insegnanti visibilmente distaccati, privi di empatia, ridotti peraltro a semplici burocrati, nell’amministrare il rapporto con ragazzi disabituati ad avere un dialogo aperto e produttivo tra loro o con elementi esterni. Volendo tirare le somme, tanto A Lady in Paris che il precedente The Class stanno a testimoniare, nella loro evidente diversità stilistica e tematica, una tensione etica per certi aspetti analoga, tesa cioè a esplorare le pressioni esercitate da un determinato contesto sociale nonché la difficoltà di tenere aperto il dialogo, tra persone dotate di una sensibilità differente. Un afflato umanista, insomma, che sa rendere il suo cinema assai veritiero.

INFO
A Lady in Paris sul sito di Officine UBU.
A Lady in Paris sul sito di Pyramide Films.
Il trailer italiano di A Lady in Paris.
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