Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti

Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti

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Con Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti, il documentarista Germano Maccioni indaga il pensiero, spesso contrario al suo tempo, del leader dei CCCP e dei CSI.

Io sto bene

Mi ricordo di discorsi
belli tondi e ragionevoli
belli tondi e ragionevoli
mi ricordo di discorsi
trafitto sono, trapassato dal futuro
cerco una persona, cerco una persona
fragili desideri fragili desideri
a volte indispensabili
a volte no
CCCP – Fedeli alla linea, Trafitto
Non fare di me un idolo o mi brucerò
trasformami in megafono e mi incepperò
cosa fare e non fare non lo so
quando, dove e perché riguarda solo me
CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti, A tratti
Giovanni Lindo Ferretti, persona pubblica e uomo privato, negli anni disorienta fan e opinione pubblica manifestando un pensiero libero e forte, senza sottrarsi a critiche e fraintendimenti. Un dialogo intimo tra le mura di casa che ripercorre un intero arco esistenziale: dall’Appennino alla Mongolia, attraversando il successo, la malattia e lo sgretolarsi di un’ideologia. Il ritorno a casa infine, tra i suoi monti, per riprendere le fila di una tradizione secolare. Sullo sfondo il suo ultimo ambizioso progetto, Saga. Il Canto dei Canti, opera epica equestre che narra il legame millenario tra uomini, cavalli e montagne. [sinossi]

“Somiglia il mio vedere all’occhio dei cavalli, cieco da distorsione nell’immediato fronte”. Così cantava Giovanni Lindo Ferretti nel 1996 in Io e Tancredi, vera e propria elegia al cavallo contenuta in quel miracoloso frammento di inquietudine, pacificazione e disillusa rabbia che è l’album dei C.S.I. Linea Gotica. Un tema, quello dell’amore per gli equini, ribadito quasi dieci anni dopo (2004) nel fin troppo programmatico brano Cavalli e cavalle; all’epoca i C.S.I. erano oramai evaporati in una nuvola di fumo, per lasciare spazio ai più effimeri e meno compiuti PGR – Per Grazia Ricevuta. D’anime e d’animali, l’album in questione dei PGR, si apriva con un testo di Ferretti, nel quale il cantante emiliano scriveva tra le altre cose “Post scriptum pseudo-politico: orfano di sinistra vuol dire che una famiglia, genetico-politica, l’avevo. Che non l’abbia più, l’ho vista morire l’ho sepolta, non significa che sono disponibile al farmi adottare. Ho superato la fase del lutto e del cordoglio, mi tengo disponibile, se il caso, per il pianto rituale.”.
Questo e altro è Giovanni Lindo Ferretti, sessantenne di Cerreto, paesotto montano che sorge sulle alture che sovrastano Reggio nell’Emilia, la piccola capitale del comunismo italiano: e nelle radici stesse del comunismo, italiano ed europeo, Ferretti ha coltivato la propria adolescenza, fino a esplodere – già trentenne – nei secchi ed efficaci slogan dei CCCP – Fedeli alla linea, band che tirò su dal nulla con il concittadino (di città geografica e politica) Massimo Zamboni nei primi anni Ottanta. Il punk filo-sovietico dei CCCP ha marchiato a fuoco non solo un’intera generazione di ascoltatori, ma anche e soprattutto il rock italiano inteso nella sua accezione più estrema, originale, sacrale e dissacrante allo stesso tempo. Un tempio laico che continua ad accogliere adepti a decenni dalla sua dissoluzione – i CCCP si sciolsero alle prime avvisaglie degli anni Novanta.

Per quanto agli occhi di molti neofiti un documentario come Fedele alla linea di Germano Maccioni possa apparire una pura opera di prammatica cinematografica, vista la sua natura di video-diario-intervista con su e di Ferretti, la realtà dei fatti è ben diversa: chiunque abbia avuto modo di affrontare l’universo poetico e filosofico di Ferretti nel corso degli anni non avrà in nessun caso potuto fare a meno di notare la riottosità indomita del cantante e autore nel rifuggire da qualsiasi forma di idolatria nei suoi confronti. Il testo di A tratti che potete rintracciare anche nelle citazioni che aprono questa disamina (“non fare di me un idolo o mi brucerò, trasformami in megafono e mi incepperò”) è fin troppo eloquente nel sottolineare la ritrosia di fronte alla santificazione dell’artista. Il fatto che nel 2013, a trenta anni dalle prime esibizioni live berlinesi dei CCCP, Ferretti decida di mettersi finalmente a nudo, affrontando tutti i temi controversi che lo hanno visto protagonista di dibattiti infiniti nel corso del tempo – fino ad arrivare alle dichiarazioni in cui Ferretti ha affermato di essere tornato alle proprie radici cattoliche, trovando nuovo conforto nella religione – ha un valore storico che non può essere sottostimato.

Anche per questo Fedele alla linea, che pure in un primo momento avrebbe dovuto concentrarsi sulla nuova passione di Ferretti, il teatro equestre con il quale sta portando in scena lo spettacolo Saga. Il canto dei canti, non può che abbandonare ben presto il tracciato per spostare la videocamera sul volto del cantante, sulla sua quotidianità, sulla sua vita. Una vita scandita dai ritmi contadini, in un luogo sperduto in cui il progresso “di diversi colori tra i quali il nero, il verde, il moderno” non sembra ancora essere stato in grado di scalfire una cultura millenaria. Maccioni, il giovane regista del documentario, ha l’intelligenza e la capacità di cogliere con precisione non solo lo spirito del Ferretti contemporaneo, ma anche l’atmosfera che lo circonda, permeandone carattere e, chissà, ideologia. Il contrasto tra lo splendido materiale di archivio (in parte già noto, come le immagini tratte dal documentario di Luca Gasparini Tempi moderni, girato nel 1989, e in altri casi del tutto inedito) e l’oggi è acuito dall’indole di Ferretti, che ha abbandonato le sarcastiche nevrosi post-industriali per un approccio all’esistenza all’apparenza pacificato, quasi sornione nella sua riflessiva solitudine. Quel che viene fuori da Fedele alla linea è un percorso orgogliosamente solitario e laterale, di un uomo che ha sempre mantenuto una propria indipendenza di pensiero in grado di renderlo in fin dei conti incomprensibile anche ai “compagni cittadini fratelli partigiani” che comparivano nel titolo di un EP dato alle stampe dall’Attack Punk nel 1985. Un percorso che è nella realtà perfettamente coerente, con buona pace di chi si sente “tradito” dalle sue prese di posizione attuali: figlio di un’Italia contadina e minimale, Ferretti non ha mai cantato le gesta della macchina industriale, preferendo una “pingue, immane frana” al luccichio plastificato della società capitalista. Tutto ciò viene ribadito con forza nel documentario di Maccioni, sincero ed emozionante fermo immagine su un idolo che non si è mai preso la briga di edificare piedistalli sui quali ergersi. Come Ferretti, anche Fedele alla linea (che da un punto di vista strettamente musicale concentra la sua attenzione sul periodo dei CCCP, lasciando in seconda battuta i CSI – evocati in particolar modo nel segmento in cui si parla del viaggio in Mongolia degli anni Novanta – e ignorando bellamente i PGR) sembra essere fuori da qualsiasi categoria temporale, microcosmo senza inizio e senza fine, almeno a prima vista. Un documentario che, per dirla con le parole di Io e Tancredi “ricorda questo incedere il passo dei cavalli, pesante e travolgente, leggero e titubante e testardo e ribelle, paziente e strafottente, capace di volare e pronto a incespicare”.

Info
Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti, il trailer.

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