Infanzia clandestina

Infanzia clandestina

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Benjamin Ávila in Infanzia clandestina prova a fare i conti con una pagina dolorosa della sua vita e del proprio paese: la dittatura di Videla.

Storia di innocenza e di età adulta

Argentina, 1979. Juan, dodici anni, e la sua famiglia tornano in Argentina sotto falsa identità dopo aver trascorso diversi anni in esilio. I genitori di Juan e lo zio Beto appartengono all’organizzazione dei Montoneros, in lotta con la giunta militare al potere che continua a dargli la caccia. Per i compagni di scuola, compresa Maria della quale è innamorato, Juan dovrà chiamarsi Ernesto. Non dovrà mai dimenticarlo, a rischio di mettere a repentaglio la vita di tutti i suoi famigliari. Una storia di militanza, clandestinità e amore. La storia semi-autobiografica dell’infanzia clandestina del regista. [sinossi]

«Ora dovrai fare come fece il Che». L’indicazione che proviene dalla voce registrata dei genitori è: “travestirsi” di una nuova identità proprio come fece Ernesto “Che” Guevara acquisendo, tra le tante, una falsa identità uruguaiana chiamandosi prima Ramón Benítez Fernández (anni ’64-’65), poi Adolfo Mena González (tra il 1966 e il 1967). A distanza di più di dieci anni dalle infiltrazioni sotto mentite spoglie messe in atto dal rivoluzionario argentino, Juan (Teo Gutiérrez Moreno) immagina i camuffamenti del Che mentre, accompagnato dai “genitori” Carmen e Gregorio, si presenta al cospetto del controllo militare per  introdursi clandestinamente in quel Paese dov’è nato e da cui è dovuto andar via (vedi prologo). Ora Juan sarà per tutti – tranne che per i suoi più stretti famigliari e solo al riparo da orecchie indiscrete – Ernesto Estrada. Sin dai primi minuti Ávila ci offre dei primi piani parlanti di Juan con cui comunica allo spettatore di turno quanto ancora un dodicenne possa aver voglia di scoprire il mondo circostante – non è un caso che Juan sia l’unico a non essere bendato dallo zio lungo il tragitto che lo porta dai suoi veri genitori.
Guidato dalla curiosità propria dell’età dell’innocenza, guardiamo in soggettiva fino a spiare coi suoi occhi l’arrivo dei compagni guerriglieri. Charo (Natalia Oreiro) e Daniel (César Troncoso) insieme allo zio Beto (Ernesto Alterio) fanno parte, infatti, del movimento peronista Montonero – un’organizzazione guerrigliera giustizialista. Anche Sidney Lumet con Vivere in fuga aveva affrontato il tema della vita sempre in fuga di due genitori con figli a carico; ma in Infanzia clandestina proviamo quale sia la differenza tra fuggire perché ricercati dalla polizia (come nel caso della pellicola del 1988) e vivere in clandestinità o in esilio perché si vuole combattere il regime in nome di un credo comune.
Una domanda sorge però spontanea ancor più dopo l’incontro-scontro straziante tra Charo e sua madre. Fino a che punto è legittimo combattere per offrire un futuro migliore agli altri facendo vivere il proprio figlio nei panni di un altro col rischio che, in un futuro prossimo, lui e sua sorella possano restare senza le persone care?

Ávila, realizzando Infanzia clandestina, prova a fare i conti con una domanda con cui ha convissuto per una vita. Lui gli anni della dittatura di Videla li conosce bene, sulla sua pelle e nel cuore segnati dalla perdita della madre – portata via dalla dittatura – e dal rapimento del fratello. Il regista sceglie di raccontare di sé senza trasporre pedissequamente la sua vita, la attraversa e ce la fa rivivere costruendo il film principalmente intorno allo sguardo di Juan per offrirci una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati. In qualità di hijo (termine con cui si indica il figlio di un desaparecido) parla attraverso il suo alter ego sullo schermo sconfessando l’idea che coloro che combattevano il regime anteponessero tutto e tutti fino a emulare la propria vita per degli ideali. Juan guarda ai suoi genitori e allo zio Beto con occhi amorevoli, avverte quanto loro siano dei punti di riferimento tanto che ci commuoviamo e sorridiamo assistendo alla scena in cui lo zio dice al piccolo: «la donna è come una nocciolina ricoperta di cioccolato».
Come definire l’innamoramento? «Ti senti una sensazione nella pancia, qualcosa di differente».
È questa semplicità che rende preziosa un’opera prima come Infanzia clandestina, un linguaggio diretto, talvolta edulcorato, ma non per questo meno incisivo – immaginiamo che la scelta stilistica dell’animazione sottoforma di immagini da fumetto (Andy Riva) in punti drammaturgici significativi sia in linea con la decisione di farci vedere con gli occhi dell’innocenza velati talvolta dal peso di una maturità indotta dalle circostanze. Il lungometraggio di esordio del regista argentino ci mostra come si possa essere di denuncia e incisivi anche raccontando aspetti “normali” dell’infanzia come la fuga d’amore al luna park con la sua amata Maria, una normalità che fa da contraltare al sonno disturbato da sogni disturbanti e alla realtà della mattanza possibile per chi si ribella.

Grazie al lavoro col direttore della fotografia, Iván Gierasinchuk, e a un cast artistico di ottimo livello, Ávila riesce a restituirci un affresco intimo e tangibile di un’infanzia clandestina sì, ma forse non del tutto perduta… Lungi da noi rivelarvi però come andrà a finire.
Dopo esser stato presentato alla Quinzaine des Realisateurs allo scorso Festival di Cannes e aver inaugurato il 23° Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, Infanzia clandestina approda nelle sale italiana a fine maggio pronto a farci andare all’unisono con il respiro e col batticuore – d’amore (e non solo) – di Juan.

INFO
Il sito ufficiale di Infanzia clandestina.
La pagina facebook ufficiale di Infanzia clandestina.
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