La casa

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Remake o reboot o in qualsiasi modo lo si voglia chiamare, La casa di Alvarez ci riporta nello stesso ristretto e claustrofobico spazio scenico dell’originale, ma sovraccarica inutilmente la trama. Guardiamo allora al bicchiere mezzo pieno, alla sempre efficace soggettiva demoniaca, alla sovrabbondanza splatter, alla sequenza della possessione tra il groviglio di rami, alla sparachiodi, alla copiosa pioggia di sangue, al tripudio della motosega.

La nostalgia dei bei tempi andati

Mia, una ragazza la cui vita è segnata dal lutto e dalla tossicodipendenza, chiede al fratello David, a Natalie e agli amici d’infanzia Olivia ed Eric di unirsi a lei nel vecchio cottage di famiglia per aiutarla a liberarsi dei suoi demoni. Una volta arrivati sul posto, Mia distrugge davanti a tutti l’ultima dose di droga in suo possesso e giura che smetterà per sempre di usarla. I ragazzi scoprono con orrore che qualcuno è entrato nella casa abbandonata e che la cantina è stata trasformata in un grottesco altare circondato da decine di animali mummificati. Poi Eric trova un antico libro e ne resta affascinato. Soggiogato completamente dal misterioso contenuto, legge alcuni passi a voce alta, ignaro delle spaventose conseguenze che sta per scatenare… [sinossi]

L’interesse o il rifiuto aprioristico nei confronti dell’opera prima di Fede Alvarez, La casa, possono essere entrambi dettati dall’inevitabile nostalgia per i bei tempi andati, per quell’epoca lontana in cui il cinema horror sfornava idee a ripetizione, ragionando non solo sulla messa in scena e sui meccanismi del cinema ma anche sulla società, sulla politica. Erano gli anni dei giovani Wes Craven (Le colline hanno gli occhi), Tobe Hooper (Non aprite quella porta) e George A. Romero (La notte dei morti viventi, La città verrà distrutta all’alba, Zombi). E sarebbero stati, poche stagioni dopo, gli anni dell’enfant prodige Sam Raimi, del fulminante esordio La casa (The Evil Dead, 1981), di una pellicola che rielaborava con spennellate di ironia, ammirevoli effetti artigianali ed ettolitri di sangue le asprezze dei Settanta. Un film spartiacque, nel bene e nel male.

A Fede Alvarez, messosi in luce con una serie di cortometraggi (Ataque de pánico!, El cojonudo, El último alveare), non riesce l’impresa. Sarebbe stato impossibile. Svolto il proprio compito con diligente professionalità, Alvarez si limita a portare a casa la pagnotta, adeguando in buona parte le scelte estetiche e narrative alle attuali dinamiche del cinema horror. Ci si può compiacere dell’abbandono della scolorita iconografia del J-Horror [1] e del ritorno a una sana violenza grandguignolesca, ma non si può non annotare la normalizzazione di un remake discreto e nulla più. Remake o reboot o in qualsiasi modo lo si voglia chiamare, La casa di Alvarez, prodotto dal trio originale Raimi/Campbell/Tapert, ci riporta nello stesso ristretto e claustrofobico spazio scenico dell’originale, cita doverosamente la dinamicità e potenza drammatica e visiva dei movimenti di macchina dell’originale The Evil Dead [2], ma sovraccarica inutilmente la trama (tossicodipendenza, amicizia, rapporto fratello/sorella). E, soprattutto, non osa mai, non rischia, costringendoci ancora una volta a confrontarci con le ispirazioni rattrappite di Hollywood e dintorni [3].

È smaccatamente derivativo l’unico vero appiglio (oltre alla curiosità) che ci lega a questo lungometraggio: come non attendere gli ulteriori sviluppi, il ventilato crossover tra originale e remake, tra l’indimenticabile faccione di Ash/Bruce Campbell e la gradevole ma un po’ anonima nuova eroina Mia/Jane Levy?
Guardiamo allora al bicchiere mezzo pieno, alla sempre efficace soggettiva demoniaca, alla sovrabbondanza splatter, alla sequenza della possessione tra il groviglio di rami, alla sparachiodi, alla copiosa pioggia di sangue, al tripudio della motosega. Ai più giovani spettatori o agli sventurati che non hanno visto la trilogia originale non resterà, in fin dei conti, il retrogusto un po’ amaro della copia sbiadita.

Note
1. In estrema sintesi, le pellicole horror nipponiche sulla falsariga di Ring (1998) di Nakata, Ju-on (2000) di Shimizu, The Call (2003) di Miike e così via.
2. Ben più devastante era la shaky cam di Raimi.
3. Meglio guardare nuovamente a Oriente, più precisamente in Thailandia, per scovare horror freschi e sorprendenti. Tra i tanti, citiamo l’ultima folgorazione: Countdown di Nattawut Poonpiriya, accolto trionfalmente al Far East 2013.
Info
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