Il grande Gatsby

Il grande Gatsby

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Quarta trasposizione cinematografica dell’arcinoto romanzo, Il grande Gatsby è un’anima divisa in due, è un’opera debordante che sembra solo sfiorare l’essenza del testo originale. Il passaggio tra le pantagrueliche feste di Gatsby e la dimensione personale, così tragica ed eroicamente romantica, è uno strappo doloroso, quasi un altro film. La potenza visionaria di Luhrmann sembra disinteressarsi degli snodi narrativi, della completezza di alcuni personaggi, concentrandosi eccessivamente sul sense of wonder, sullo stupore visivo, sulla sua cifra estetica e stilistica.

Il grande sogno

L’aspirante scrittore Nick Carraway lascia il Midwest e arriva a New York nella primavera del 1922, un’epoca in cui regna la dubbia moralità, la musica jazz e la delinquenza. In cerca del suo personale sogno americano, Nick si ritrova vicino di casa di un misterioso milionario a cui piace organizzare feste, Jay Gatsby, e a sua cugina Daisy che vive sulla sponda opposta della baia con l’amorevole nonché nobile marito, Tom Buchanan. È allora che Nick viene catapultato nell’accattivante mondo dei super-ricchi, le loro illusioni, amori e inganni. Nick è quindi testimone, dentro e fuori del suo mondo, di racconti di amori impossibili, sogni incorruttibili e tragedie ad alto tasso di drammaticità… [sinossi]
When I looked once more for Gatsby
he had vanished,
and I was alone again
in the unquiet darkness.

Difficile trovare un’apertura migliore per il Festival di Cannes. Il grande Gatsby di Baz Luhrmann è un inno alla gioia (della visione), un manifesto del cinema bigger than life, una continua esplosione, un sovrapporsi e susseguirsi di immagini, di invenzioni registiche, di ricami e preziosismi. Un film abbacinante, dalla mise en scène inattaccabile, indescrivibile nella sua certosina complessità. Sequenza dopo sequenza, in un gioco all’accumulo iconografico e musicale, metacinematografico ed emozionale, ci si trova però spiazzati, quasi annichiliti: il testo di Francis Scott Fitzgerald sembra sfuggirci tra le dita, sovrastato se non fagocitato dalla potenza immaginifica del cineasta australiano.

Quarta trasposizione cinematografica dell’arcinoto romanzo [1], Il grande Gatsby è un’anima divisa in due, è un’opera debordante che sembra solo sfiorare l’essenza del testo originale. Il passaggio tra le pantagrueliche feste di Gatsby e la dimensione personale, così tragica ed eroicamente romantica, è uno strappo doloroso, quasi un altro film. La potenza visionaria di Luhrmann sembra disinteressarsi degli snodi narrativi, della completezza di alcuni personaggi, concentrandosi eccessivamente sul sense of wonder, sullo stupore visivo, sulla sua cifra estetica e stilistica. La somma degli addendi non garantisce però il risultato: l’interpretazione di Leonardo DiCaprio, le entrate in scena di Daisy e Gatsby, i rimandi a La folla (The Crowd, 1928) di King Vidor, i cromatismi che rivaleggiano con lo spendore degli anni belli del technicolor o la sequenza del tè sono piccoli capolavori che non riescono a fondersi, che non penetrano sotto pelle.

Le parti e il tutto, dicevamo. La performance attoriale di DiCaprio, straordinario nel dosare e gestire anche la più impercettibile delle sfumature, sorregge la seconda parte della pellicola: emblematico il confronto tra la sequenza del tè, con un Gatsby incapace di mascherare la travolgente emozione, e l’esplosione di rabbia e la sfiorata aggressione a Tom Buchanan (Joel Edgerton). Altra pregevole scelta è Carey Mulligan (Daisy Buchanan), il sogno irraggiungibile, una chimera che ci ammalia fin dalla prima apparizione, tra quelle tende che la rendono sfuggente, eterea. Il cast funziona, gli oltre cento milioni di budget si vedono tutti, il tessuto musicale, con gli intrecci arditi tra Jay-z e Gershwin, è trascinante e a suo modo filologico – il rap, il jazz, l’orgia musicale e visiva, l’estasi e il trionfo dell’effimero. Siamo catapultati negli anni Venti, nel marcio splendore di New York, dell’alta società, dello sfarzo incurante della quotidianità. Percepiamo la decadenza, l’inganno del sogno americano, l’incubo del conflitto bellico, la parabola autodistruttiva di Gatsby, la sua grandezza. Gatsby è il mago di Oz, ma a circondarlo non ci sono i personaggi di Baum. Gatsby è l’ultimo eroe romantico, un solitario tra la folla festante.

Il testo di Fitzgerald è in buona parte soffocato dalle sovrastrutture di Luhrmann, che non riesce a ripetere le operazioni Romeo + Giulietta (1996) e Moulin Rouge (2001). La complessità appare un artificio, un orpello a tratti inutile. Sembrerebbe quasi di essere alle prese col miglior Joe Wright, se il paragone non ci suonasse un po’ blasfemo. Il grande Gatsby, in fin dei conti, è la perfetta trasposizione dell’ambizione di Luhrmann, artista dall’immaginario inarrestabile e dal talento abnorme. A suo modo, Luhrmann è Gatsby. E noi, forse colpevolmente, non siamo riusciti a calarci nei panni di Nick Carraway.

Note
1.
Corriamo ai ripari prima che dicerie e ricordi annebbiati prendano il sopravvento: la versione del 1974 sceneggiata da Coppola e diretta da Jack Clayton, lontano anni luce dai fasti di Suspense (The Innocents, 1961), non è una credibile pietra di paragone. Era una trasposizione fiacca, sostanzialmente inutile e quasi sepolta dalle sabbie del tempo.
Info
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